Delcy Rodríguez, come se niente fosse
All'ONU la presidente venezuelana ha cercato di riabilitare la sua immagine, ma la sua legittimità dipende da Trump
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Nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York, la presidente venezuelana Delcy Rodríguez ha provato a riabilitare la sua immagine internazionale e quella del suo regime: ha cercato di presentarsi come una leader normale, insomma. È andata così così.
Il momento di Rodríguez è esemplificato da questo video di martedì, circolato molto sui social. Si alza dai banchi per andare a salutare il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, capo di un paese che storicamente ha mediato col regime venezuelano, e all’inizio lui la ignora e continua a parlare al telefono, poi la riconosce, si alza e la saluta tra qualche imbarazzo.
La titubanza di Sánchez si spiega col fatto che Rodríguez guida un regime in piena continuità con quello di Nicolás Maduro, il presidente venezuelano rimosso dagli Stati Uniti con un’operazione militare a gennaio di quest’anno. Il nuovo governo dipende dagli Stati Uniti per praticamente tutto, e sta concedendo limitate aperture all’opposizione solo perché costretto.
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Mercoledì Rodríguez, nel discorso all’Assemblea, ha promesso di indire nuove elezioni – come le chiede da mesi l’opposizione – ma senza indicare nessuna data. Si è tenuta estremamente vaga, sostenendo che sarà «il popolo venezuelano» a decidere quando, e che il voto non dovrebbe essere «un generatore di conflitti inconciliabili». Ha parlato di elezioni libere, ma finora si è rifiutata di dialogare col partito della principale oppositrice María Corina Machado, che fuggì dal Venezuela nel 2025 e da allora ha abitato perlopiù a Washington. In questi giorni Machado ha detto di avere provato sette volte a tornare in Venezuela, ma le è sempre stato impedito.
I media statunitensi hanno ricostruito che la questione delle elezioni in Venezuela era stata sollevata dal presidente Donald Trump martedì, durante un breve incontro con Rodríguez. Lei aveva definito quell’incontro «storico» e, probabilmente, il discorso pubblico del giorno successivo è servito anche a rassicurare gli Stati Uniti, che tra le altre cose gestiscono le esportazioni di petrolio per conto del Venezuela, dai cui ricavi dipende il bilancio dello stato.
Il discorso, e più in generale la presenza di Rodríguez alle Nazioni Unite, sono considerati l’ennesima prova di questo rapporto subalterno, in totale discontinuità con lo storico posizionamento del Venezuela.

Una manifestazione sotto la sede delle Nazioni Unite a Caracas, in Venezuela, contro la partecipazione della presidente all’Assemblea generale, il 22 settembre (AP Photo/Ariana Cubillos)
Dal 2018 Maduro non si era più presentato all’ONU temendo – col senno di poi, a ragione – di essere arrestato dagli Stati Uniti, che l’avevano accusato di narcotraffico e sottoposto a sanzioni. Nel suo ultimo intervento all’ONU prima di questo, nel 2019, Rodríguez aveva detto che il Venezuela «non si inginocchia davanti a nessuna potenza imperialista», riferendosi agli Stati Uniti: in questi mesi ha fatto il contrario. Nel discorso di mercoledì, tra l’altro, non ha fatto nessun riferimento a Maduro, che è in carcere non lontano dalla sede dell’ONU.
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Al tempo stesso Rodríguez trae dall’appoggio esplicito degli Stati Uniti una legittimità che Maduro non aveva, e sta cercando di sfruttarla. In questi giorni ha fatto vari incontri diplomatici, prova di un minore isolamento internazionale. Per esempio lunedì ha incontrato Kristalina Georgieva, la direttrice del Fondo monetario internazionale, che l’anno prossimo dovrebbe aprire una sede in Venezuela. In questi mesi inoltre il governo venezuelano ha cercato di migliorare le relazioni con vecchi nemici come Israele e il Regno Unito, da cui sta cercando di farsi restituire le riserve auree bloccate lì ai tempi di Maduro.



