Salvini ha un’idea per rilanciarsi, ma non è una grande idea

Il congresso straordinario della Lega mostra tutta la debolezza della sua leadership in questa fase di crisi del partito

Matteo Salvini sul palco di Pontida, il 20 settembre 2026 (Spada/LaPresse)
Matteo Salvini sul palco di Pontida, il 20 settembre 2026 (Spada/LaPresse)
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L’ultima volta che la Lega scelse di fare un congresso federale straordinario per eleggere il proprio segretario era il novembre del 2013. Nel partito, che era in crisi e nei sondaggi veniva dato tra il 3 e il 4 per cento, c’erano divisioni feroci. Quel congresso lo vinse Matteo Salvini, che è tuttora alla guida della Lega.

Domenica, dal palco del tradizionale raduno di Pontida, vicino a Bergamo, Salvini ha annunciato un nuovo congresso federale straordinario a ottobre, per provare a superare una fase di grande sbandamento e lotte interne. Sono passati 13 anni, e la Lega ha un consenso stimato nei sondaggi intorno al 4 o 5 per cento.

Tra i dirigenti leghisti c’è per questo chi ci vede qualcosa di simbolico, in questa parabola: è un po’ come se Salvini, arrivato al potere con un congresso straordinario, certifichi il fallimento della sua lunghissima leadership con un congresso straordinario. Ma al di là delle ricorrenze e delle suggestioni, per Salvini questo espediente serve non a farsi da parte, ma anzi a provare a mettere in sicurezza, almeno per un po’ e fino alle elezioni politiche del 2027, il suo ruolo di segretario. E infatti le modalità con cui il congresso si svolgerà sembrano precludere a chiunque la possibilità di contrastare realmente Salvini.

La fondatezza del paragone col 2013, in verità, ha poco senso da questo punto di vista. Il partito era di fatto un altro partito (Lega Nord, ora Lega per Salvini Premier) e il congresso servì a ratificare l’esito di una sfida che già si era consumata con le primarie, vinte da Salvini con ampio margine contro un ormai debilitato Umberto Bossi. Stavolta il congresso straordinario sarà disciplinato dallo statuto della nuova Lega, quella «per Salvini Premier»: e, sulla base delle regole previste e dei tempi ristrettissimi imposti da Salvini, è assai improbabile che qualche sfidante possa concretamente pensare di insidiare l’attuale segretario.

Il congresso federale della Lega si tiene di norma ogni quattro anni. L’ultimo si è svolto nell’aprile del 2025 a Firenze. Salvini, unico candidato, fu riconfermato segretario federale per la terza volta (la prima con lo statuto del nuovo partito) per acclamazione, cioè senza neppure bisogno di ricorrere a una effettiva votazione. Molti dei problemi che negli ultimi mesi hanno contribuito al tracollo della Lega erano già evidenti alla gran parte dei dirigenti e dei parlamentari. Ma un po’ per la scarsa determinazione dei rivali (l’ex presidente del Veneto Luca Zaia su tutti), un po’ per il timore di ripercussioni sul governo, un po’ per l’antica tradizione della Lega per cui non si contesta mai davvero il capo di turno fino a che il collasso non è definitivo, nessuno accettò di opporsi a Salvini. Un «partito stalinista», lo definiva Roberto Maroni.

Ma un altro grosso problema, forse il più grosso, ebbe origine proprio in quel congresso. Poco dopo infatti Salvini, violando le regole statutarie e a dispetto delle forti resistenze di buona parte del gruppo dirigente leghista, decise di nominare Roberto Vannacci vicesegretario federale. Ciò contribuì a dare ancora maggiore visibilità e autorevolezza alle sue iniziative, sempre più marcatamente fatte in contrasto col partito di cui pure era vicesegretario. E così, quando Vannacci abbandonò la Lega per fondare Futuro Nazionale, quella rottura fu gravissima per la tenuta del movimento.

Tuttavia, in questa lunga fase di crisi, Salvini e i suoi collaboratori si sono sempre difesi ricorrendo allo stesso argomento: facendo notare che al congresso federale, cioè nel luogo deputato al confronto interno del partito, nessuno degli scettici e dei contestatori si era fatto avanti, e anche i dirigenti che in questi mesi si sono mostrati più critici avevano pubblicamente sostenuto la candidatura unica di Salvini. Oltre a Zaia, ci sarebbero il presidente della Lombardia Attilio Fontana, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, il presidente trentino Maurizio Fugatti e quello friulano Massimiliano Fedriga.

Un anno e mezzo dopo, cioè neanche a metà del suo mandato, Salvini torna a convocare un congresso, convinto di poter seguire lo stesso copione del 2025. Ritiene, cioè, che nessuno dei suoi oppositori interni avrà la forza di allestire una candidatura solida contro di lui in così poco tempo e con gli attuali equilibri interni al partito. Ancora non si sa né la data né il luogo del congresso, anche se Salvini lunedì ha espresso l’auspicio che si tenga a Milano nel giro di un mese: sarà una commissione specifica che ne fisserà nel dettaglio il regolamento.

Luca Zaia a Verona, il 6 novembre 2025 (Spada/LaPresse)

Al congresso non votano tutti i militanti della Lega. I membri con diritto di voto sono il segretario stesso, i componenti del Consiglio federale (cioè i vari dirigenti territoriali e nazionali), i segretari delle regioni e delle principali province, i sindaci dei comuni capoluogo e delle città metropolitane, i parlamentari e i consiglieri regionali. Poi ci sono un certo numero di delegati, variabile, che sono indicati di volta in volta dal Consiglio federale, e che vanno ripartiti tra le varie articolazioni territoriali seguendo le regole date dal Consiglio. L’anno scorso i delegati complessivi furono 725, 325 di diritto e 400 ordinari.

Il punto, però, è che i delegati ordinari vengono indicati dal Consiglio tenendo conto dell’esito dei vari congressi territoriali (provinciali prima, e regionali poi) che di solito si svolgono prima del congresso federale, e per certi versi in preparazione a questo. Di norma, insomma, nei grandi partiti – funziona così anche il PD, grosso modo – è un po’ come se il partito avvii la fase di ridefinizione degli equilibri interni partendo dal basso: prima le province, poi le regioni, infine il partito nazionale. Ma un congresso straordinario mette in discussione questa trafila, e un congresso straordinario convocato con un solo mese di preavviso o forse meno, com’è quello annunciato da Salvini, rende del tutto impossibile, per questioni logistiche prima ancora che politiche, seguire questo lungo percorso.

Con ogni probabilità, dunque, Salvini intende fare il Congresso federale convocando, al di là di marginali cambiamenti, gli stessi delegati del 2025, i quali sono ancora in gran parte legati a lui. Nessuno sfidante potrà costruire una candidatura alternativa come di solito si fa in questi casi, cioè proponendo le sue idee e promuovendo il confronto, e lo scontro, nelle varie sezioni territoriali, così da poter arrivare al Congresso federale con un numero di delegati che lo sostengono e che possono dunque consentirgli di sfidare realmente il segretario uscente.

Anche per questo il Consiglio federale, convocato da Salvini per lunedì nella sede nazionale di via Bellerio, a Milano, per discutere del congresso, è durato oltre quattro ore e si è svolto in un clima un po’ surreale. Persino i suoi oppositori più convinti, chiamati allo scoperto da Salvini stesso («Io spero che ci sia qualcuno che voglia candidarsi», ha detto), hanno indugiato a lungo, ma alla fine si sono sottratti. Romeo, che secondo alcune previsioni avrebbe potuto essere tentato, ha ritenuto improponibile questa sfida, visto il contesto in cui sta maturando.

Ma un certo disorientamento, in realtà, c’è stato anche tra molti dei sostenitori di Salvini, i quali ritengono inutile che si faccia un congresso in queste condizioni e con queste premesse. A un certo punto, per esempio, il senatore Marco Dreosto ha proposto di risolvere la questione con un’alzata di mano tra i presenti, così da riconfermare direttamente la fiducia a Salvini. C’è stata dunque una sorta di breve acclamazione, senza che nessuno abbia espresso una dichiarata contrarietà. Ma Salvini ha ribadito che ormai il congresso va fatto.

C’è, in questo senso, un precedente che aiuta a comprendere come l’espediente di Salvini non sia proprio originale. Nel febbraio del 2017, tre mesi dopo essersi dimesso da presidente del Consiglio a seguito della sconfitta al referendum costituzionale da lui proposto, Matteo Renzi, segretario del PD, accolse le richieste polemiche dei suoi oppositori interni che chiedevano un nuovo congresso, ma decise di indirlo un congresso nel giro di un paio di mesi. Fu quella decisione, presa evidentemente anche per impedire alla minoranza interna di ristrutturarsi e rendersi competitiva, che fornì a Pier Luigi Bersani l’occasione per giustificare la sua fuoriuscita dal PD, con una scissione che portò poi alla nascita di Articolo 1.