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  • Sabato 19 settembre 2026

Tra il governo e il petrolio c’è la Basilicata

Regione e politici locali sono preoccupati dall'ultimo decreto che prevede di raddoppiare le estrazioni nei giacimenti lucani

Il centro Eni di Viggiano, in provincia di Potenza
Il centro Eni di Viggiano, in provincia di Potenza (ANSA/TONY VECE)
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Da quando il governo ha approvato un decreto per aumentare la produzione nazionale di petrolio, la scorsa settimana, i politici lucani si accapigliano. La Basilicata è la regione dove si estrae più petrolio – il 70 per cento di quello italiano arriva dai suoi giacimenti – ed è anche la regione dove negli ultimi decenni si è radicata una forte opposizione alle compagnie petrolifere, accusate dagli abitanti e da buona parte della politica locale di lasciare poco in cambio di quello che prendono.

La decisione del governo ha spiazzato anche il centrodestra lucano, che dopo giorni di silenzio sta cercando affannosamente di promettere che i limiti alle estrazioni rimarranno gli stessi.

La misura più importante del decreto riguarda il parere che le regioni devono dare sui progetti di ricerca ed estrazione: negli ultimi anni diverse regioni tra cui la Basilicata lo hanno usato spesso come una sorta di veto, semplicemente non rispondendo. Il decreto prevede che se una regione non si esprime entro 45 giorni da quando viene presentato il progetto, la presidenza del Consiglio può concedere una deroga di ulteriori 60 giorni: se anche quel termine passa senza risposta, il governo può nominare un commissario che decide al posto della regione.

Nel presentare il decreto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che non ha senso comprare all’estero l’energia quando si può produrla in Italia, e che il paese non può permettersi di aspettare decenni prima di sbloccare una concessione: «Aumentare la produzione nazionale significa ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione, oltre ovviamente a generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori».

Come è accaduto per molte altre questioni – l’ultimo caso riguarda la sospensione del bollo auto – anche sulla ricerca di idrocarburi e sulle trivellazioni Meloni la pensava diversamente, quando era all’opposizione: nel 2016 per esempio sostenne la campagna referendaria per abrogare la legge sulle trivellazioni. All’epoca Fratelli d’Italia chiese ai suoi elettori di andare a votare Sì al referendum per bloccare «l’aiuto alle grandi lobby vicine al governo di Matteo Renzi». In una foto dell’epoca Meloni reggeva uno striscione con la scritta «Ferma le trivelle, il mare è il nostro petrolio».

Negli ultimi giorni molti esponenti locali del centrosinistra, i sindacati e le associazioni ambientaliste hanno rinfacciato a Meloni la scarsa coerenza e l’hanno accusata di non fare gli interessi della Basilicata, che con questo decreto rischierebbe di essere scavalcata e di non controllare più cosa succede nel suo territorio.

Fernando Mega, segretario regionale della CGIL, ha detto che la Basilicata «non può essere il bancomat d’Italia» e che la regione ha il diritto di decidere il proprio futuro. Secondo il WWF l’aumento della produzione nazionale è una scelta insensata, che non renderà l’Italia più indipendente o sicura, ma che contribuirà solo al riscaldamento globale senza favorire la transizione energetica, e per di più con rischi per gli ecosistemi della Basilicata.

I consiglieri regionali del Partito Democratico hanno sollecitato la convocazione di un consiglio regionale straordinario per discutere delle conseguenze del decreto e hanno chiesto al presidente Vito Bardi, di Forza Italia, se la regione fosse stata informata dal governo, se avesse discusso con i ministeri del possibile commissariamento e quale posizione avesse espresso.

Bardi è rimasto in silenzio per quasi una settimana, prima di diffondere una nota insieme al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, per assicurare che i limiti di estrazione già previsti non saranno superati. È una posizione contraddittoria rispetto alle intenzioni dichiarate da Meloni e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha parlato di raddoppiare o triplicare le estrazioni. Diversi giornali locali hanno chiesto al presidente di chiarire meglio la sua posizione: «Chi dice bugie sul petrolio in Basilicata?», è il titolo di un articolo del Mattino di Basilicata.

Bardi ha anche assicurato che il ministero dell’Ambiente rafforzerà il sistema di controlli sugli impianti e sulle aree estrattive per gestire in modo più rigoroso eventuali sversamenti e problemi ambientali. Lo ha fatto perché la tutela dell’ambiente è tra le maggiori preoccupazioni degli abitanti della Basilicata, anche di coloro che votano il centrodestra. Molti altri esponenti dei partiti di maggioranza, in particolare di Fratelli d’Italia, hanno detto che la tutela dell’ambiente non è negoziabile.

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Oltre all’impatto ambientale degli impianti, da anni in Basilicata si discute molto di cosa la regione e i suoi abitanti ricevano in cambio per privarsi di una risorsa preziosa come il petrolio, di quanto insomma rimanga sul territorio. I grandi gruppi – in Basilicata sono Eni, TotalEnergies e Shell – versano royalties pari al 10% del valore della produzione. Buona parte di quelle royalties, il 55%, rimane alla regione, il 15% va ai comuni dove si trovano i pozzi e il 30% finisce nelle casse dello Stato. Alla fine la regione incassa poco meno di sei euro ogni cento di valore di greggio estratto, i comuni poco più di uno.

È stato stimato che dal 1996 a oggi la regione e i comuni abbiano incassato circa 2,45 miliardi di euro di royalties, ma i 530mila abitanti lamentano di avere pochissimi vantaggi. Negli ultimi mesi per esempio si è discusso molto del prezzo della benzina, che in Basilicata è stato più alto rispetto a molte altre regioni senza alcun giacimento. Dipende dal fatto che il petrolio segue logiche e mercati internazionali, non regionali: esce dalla Basilicata per essere raffinato, e i benzinai lucani, che spesso sono rivenditori di piccole società, sono costretti ad acquistarlo a Napoli a costi più alti.

Lo squilibrio tra incassi e aspettative degli abitanti e vantaggi concreti dipende però soprattutto da come la regione, che dal 2019 è governata dal centrodestra dopo 20 anni di presidenti di centrosinistra, ha speso e spende i soldi: nel 2014 un’indagine della Corte dei conti mostrò come le royalties servissero per coprire buchi di bilancio e finanziare la spesa corrente invece che per fare investimenti per lo sviluppo. Da allora le cose non sono cambiate: in tutti questi anni la Basilicata è rimasta una delle regioni più povere d’Italia, con un alto tasso di emigrazione soprattutto tra i giovani.

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