Per la prima volta in Italia dei medici sono indagati per non aver permesso un suicidio assistito
Il caso della regista e scrittrice Sibilla Barbieri, morta in Svizzera nel 2023, è andato diversamente dal solito
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Dieci medici di un’azienda sanitaria romana sono indagati per aver impedito l’accesso al suicidio assistito, cioè alla possibilità di somministrarsi un farmaco letale, a una paziente terminale che ne faceva richiesta. È la prima volta che succede in Italia: finora i procedimenti penali di questo tipo erano stati avviati in maniera generica contro le aziende sanitarie, con indagini contro ignoti che si erano concluse con l’archiviazione. In questo caso le indagini hanno portato a formulare accuse precise contro i medici coinvolti nel caso.
L’azienda sanitaria di cui fanno parte è la ASL Roma 1, e del caso si sta occupando il tribunale di Roma: è in programma per il 16 dicembre l’udienza davanti alla giudice per le indagini preliminari per decidere se i medici dovranno essere rinviati a giudizio o meno. Le ipotesi di reato contestate ai medici sono rifiuto e omissione di atti d’ufficio, violenza privata e tortura.
Il caso è quello di Sibilla Barbieri, la scrittrice e regista che alla fine di ottobre del 2023 era andata in Svizzera a morire col suicidio assistito proprio perché non era riuscita a farlo in Italia. Aveva 58 anni ed era una malata oncologica terminale. La ASL Roma 1, a cui aveva fatto richiesta di accedere al suicidio assistito, glielo aveva negato sostenendo che non fosse tenuta in vita da «trattamenti di sostegno vitale», uno dei requisiti per accedere alla pratica.
In Italia il suicidio assistito è legale dal 2019 grazie a una sentenza della Corte costituzionale, ma non c’è una legge nazionale che regoli l’accesso alla pratica: questo è fonte di molti problemi e ha spinto alcune regioni a muoversi da sole. La Corte ha stabilito che una persona può accedere al suicidio assistito se sussistono quattro condizioni: dev’essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli; dev’essere affetta da una patologia irreversibile, e questa dev’essere fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili (un criterio estremamente soggettivo e individuale); e infine, appunto, deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale».
Quest’ultimo requisito in Italia viene generalmente inteso in senso molto restrittivo: si considerano trattamenti di sostegno vitale, per esempio, ventilatori o respiratori meccanici. Nel 2024 però la Corte costituzionale chiarì che in quella definizione rientrano anche trattamenti sanitari che se interrotti possono portare alla morte del paziente: per esempio quelli farmacologici, o anche alcune operazioni compiute da sanitari e caregiver, come l’evacuazione manuale dell’intestino o l’inserimento di cateteri urinari.
Sibilla Barbieri non era tenuta in vita da ventilatori o respiratori meccanici, ma da malata oncologica terminale era sottoposta a trattamenti farmacologici. Quando è andata in Svizzera, le erano state messe già da tempo le cannule nasali per l’ossigeno. Era malata da dieci anni e si era sottoposta a tutte le cure disponibili per il suo tumore, anche all’estero.
In un videomessaggio aveva detto che moltissimi malati oncologici terminali non sono attaccati a respiratori o ventilatori, aveva detto di ritenere la decisione dell’ASL discriminatoria e di aver deciso di andare in Svizzera perché era «al limite».
– Leggi anche: La disobbedienza civile sul suicidio assistito
Barbieri era stata accompagnata in Svizzera, con un atto di disobbedienza civile, dal figlio e da Marco Perduca, ex senatore dei Radicali, iscritto all’associazione Soccorso Civile che ha organizzato e sostenuto le spese per il viaggio in Svizzera e membro come lei dell’associazione Luca Coscioni, che ha seguito il suo caso. Il figlio di Barbieri e Perduca si erano poi autodenunciati insieme a Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, in quanto rappresentante legale di Soccorso Civile.
All’indagine contro i medici dell’ASL Roma 1 si è arrivati dopo una denuncia presentata dalla famiglia di Barbieri. La famiglia non aveva denunciato i medici, ma l’azienda sanitaria nel suo insieme, come in altri casi.
Al termine delle indagini la stessa procura che aveva ipotizzato i reati per i medici aveva chiesto l’archiviazione del procedimento, ma la famiglia di Barbieri si era opposta: pochi giorni fa la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma ha accolto la loro opposizione. Il procedimento contro il figlio di Barbieri, Perduca e Cappato è stato archiviato ad aprile.
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