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  • Martedì 1 settembre 2026

Molte cose non tornano nell’accordo di Trump per il petrolio venezuelano

E non aiuterà ad abbassare i prezzi della benzina negli Stati Uniti in tempo per le elezioni di metà mandato

Una pompa di petrolio sul bacino di Maracaibo, nel nord del Venezuela, uno dei due grandi siti estrattivi insieme alla fascia dell'Orinoco, marzo 2023 (Gaby Oraa/Bloomberg)
Una pompa di petrolio sul bacino di Maracaibo, nel nord del Venezuela, uno dei due grandi siti estrattivi insieme alla fascia dell'Orinoco, marzo 2023 (Gaby Oraa/Bloomberg)
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Venerdì, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’accordo sul petrolio del Venezuela, l’ha fatto con la sua solita enfasi. Lo ha descritto come «IL PIÙ GRANDE ACCORDO PER IL PETROLIO NELLA STORIA DEL MONDO» e ha detto che avrebbe «ridotto considerevolmente» il prezzo della benzina negli Stati Uniti, «senza costi per i contribuenti», ossia per gli statunitensi. Non è proprio così.

Il piano è ancora poco chiaro. In base a un documento pubblicato lunedì dalla Casa Bianca gli Stati Uniti dovrebbero acquisire una partecipazione del 35 per cento nella società madre della North American Blue Energy Partners (NABEP), una società privata dell’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt. Otterrebbero anche il diritto di veto sulla nomina dei membri del consiglio di amministrazione, la cui maggioranza dovrebbe essere composta da cittadini statunitensi.

La NABEP, che è già la seconda compagnia petrolifera privata per produzione in Venezuela dopo la statunitense Chevron, dovrebbe ottenere dal governo venezuelano una concessione per 100 anni su 17 giacimenti petroliferi, contenenti circa 65 miliardi di barili di petrolio. Qui c’è già una grossa contraddizione: sabato la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, aveva parlato di una concessione di durata molto più ridotta, 25 anni.

65 miliardi di barili di petrolio sono effettivamente tantissimi, più delle riserve petrolifere statunitensi accertate, stimate in 46 miliardi di barili. Gli Stati Uniti otterrebbero il diritto di acquistare il 20 per cento del petrolio prodotto nei 17 giacimenti della NABEP a prezzo di costo, e avrebbero il diritto di prelazione sul restante.

Una statua a Caracas, la capitale del Venezuela, in onore delle risorse petrolifere venezuelane, dicembre 2022 (Matias Delacroix/Bloomberg)

Questa è la teoria, ma per la pratica ci vorranno anni: le infrastrutture petrolifere venezuelane sono in pessimo stato, a causa di decenni di cattiva gestione e corruzione. Per riprendere a estrarre a pieno ritmo serviranno anni ed enormi investimenti, e quindi molto difficilmente l’accordo permetterà di abbassare i prezzi della benzina negli Stati Uniti entro i prossimi mesi, come vorrebbe e come servirebbe a Trump.

Per essere un paese ricchissimo di petrolio, il Venezuela ne estrae e ne vende molto poco: possiede circa il 17 per cento delle riserve globali ma rappresenta solo l’1 per cento della produzione. La produzione toccò i massimi negli anni Novanta, con 3-3,5 milioni di barili estratti al giorno, e da allora è gradualmente scesa, anche per l’impatto delle sanzioni statunitensi. Ha raggiunto i minimi nei mesi precedenti alla cattura del presidente Nicolás Maduro, a gennaio di quest’anno, durante la dura campagna di pressione degli Stati Uniti. In quel periodo il Venezuela produceva tra i 500mila e gli 800mila barili di petrolio al giorno.

Con il nuovo governo di Rodríguez, che dipende praticamente per tutto dall’amministrazione Trump, le cose sono cambiate. Gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni e dal Venezuela sono partiti carichi di petrolio verso Stati Uniti e India. La produzione è aumentata e a maggio il Venezuela ha esportato 1,25 milioni di barili al giorno. Il ministero del Petrolio venezuelano ha previsto un aumento delle esportazioni fino a 1,37 milioni entro la fine dell’anno.

Donald Trump, agosto 2026 (Al Drago/The Washington Post/Bloomberg)

È comunque molto poco se paragonato all’Arabia Saudita, il secondo paese per riserve petrolifere al mondo, che estrae tra i 9 e i 10 milioni di barili al giorno (circa il 10 per cento della produzione globale). Per portare il Venezuela a livelli comparabili, o quantomeno arrivare a una produzione significativa, servirebbero investimenti per centinaia di miliardi di dollari.

Ma soprattutto servirebbero anni, che Trump non ha: ha bisogno di abbassare i prezzi ora, in tempo per le elezioni di metà mandato, che si terranno il 3 novembre e alle quali i Repubblicani rischiano di perdere la maggioranza al Congresso. Per farlo dovrebbe sbloccare la situazione con l’Iran, cosa al momento improbabile, oppure immettere nuovo petrolio sul mercato.

Quello venezuelano immediatamente disponibile non è sufficiente per avere un impatto sui prezzi della benzina, e per di più è di una qualità diversa da quella più comune: più “pesante”, come si dice in gergo, quindi più difficile e costosa da raffinare e di minor valore sul mercato. Nel documento pubblicato lunedì dalla Casa Bianca l’amministrazione dice che la NABEP investirà 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture petrolifere in Venezuela, ma per rendere il paese competitivo servirebbe l’intervento di altre compagnie petrolifere, cosa non scontata.

Anche dopo la cattura di Maduro l’instabilità politica del Venezuela, unita alla corruzione ancora endemica e alla scarsa qualità delle infrastrutture, stanno scoraggiando i privati a investire nel settore petrolifero del paese, per quanto promettente. È difficile immaginare che le cose possano cambiare da un giorno all’altro, soprattutto in una situazione così incerta.

– Leggi anche: Il “viceré” del Venezuela

Un manifestante a Caracas protesta contro l’accordo petrolifero con gli Stati Uniti. Tiene un cartello con scritto «fuori gli yankee assassini»,  29 agosto 2026 (AP Photo/Pedro Mattey)

L’accordo inoltre è in chiaro contrasto con la Costituzione venezuelana, che vieta la vendita all’estero delle riserve di petrolio; non è stato fatto con un bando pubblico ma dopo mesi di trattative segrete; ed è stato firmato da un governo ad interim – quello di Rodríguez – la cui legittimità è contestata da molti in Venezuela: poggia quindi su basi ben poco solide, per quanto il governo attuale possa essere connivente con gli Stati Uniti.

In più i privati che volessero investire si troverebbero a competere con un’azienda privata venezuelana – la NABEP – partecipata dal governo statunitense, una situazione a dir poco insolita. Ci sono molti dubbi anche sul proprietario della NABEP, Alejandro Betancour, un uomo strettamente legato al chavismo (il movimento politico alla base del regime) che in passato è stato indagato in più paesi per riciclaggio di denaro e frode fiscale.

Infine l’accordo con gli Stati Uniti non sembra includere la Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima (PDVSA), l’enorme azienda statale che dal 1976 gestisce il petrolio del Venezuela: è strano, visto che in passato l’unico modo che le compagnie straniere hanno avuto per operare in Venezuela è stato mettersi in affari con lei.

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