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  • Mercoledì 26 agosto 2026

L’Iran non dà segni di voler cedere alle nuove sanzioni statunitensi

Il regime ha esperienza decennale nel sopportarle e sta minimizzando le nuove minacce, anche se l'economia va sempre peggio

Una donna davanti a un cartellone propagandistico contro Donald Trump con lo slogan «grande vittoria», a Teheran il 25 agosto
Una donna davanti a un cartellone propagandistico contro Donald Trump con lo slogan «grande vittoria», che ricorda la copertina dell'album Nevermind dei Nirvana, a Teheran il 25 agosto (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
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Il regime iraniano non sta dando segni di voler cedere alle nuove sanzioni statunitensi, annunciate lunedì con l’obiettivo di isolare ancora di più la sua economia, che era già messa male e negli ultimi mesi si è deteriorata ulteriormente. Per questa stessa ragione il regime, che ha un’esperienza decennale nel sopportare le sanzioni, pensa di poter continuare a farlo.

L’amministrazione di Donald Trump si è tenuta vaga sul meccanismo delle nuove sanzioni. Ne ha minacciate, ma senza arrivare ad annunciarle, di “secondarie” ai paesi che commerciano con l’Iran: questo comporterebbe inimicarsi anche la Cina, il principale partner commerciale del regime, ma per ora gli Stati Uniti hanno evitato di farlo. Hanno invece convinto gli Emirati Arabi Uniti, un altro dei maggiori partner del paese, a interrompere gli scambi commerciali con l’Iran.

Le nuove sanzioni colpiscono tra le altre cose l’oro, le valute digitali, l’aviazione civile iraniana e i trasporti marittimi iraniani, e quindi in modo più diretto la popolazione. Le prime due voci sono tradizionalmente il modo in cui gli iraniani cercano di mettere i loro risparmi al riparo dall’inflazione; mentre l’industria aerea (su cui ci vorrà tempo prima che si facciano sentire le sanzioni) consente di mantenere contatti con la diaspora all’estero e di importare beni diventati costosissimi, come i farmaci.

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L’economia iraniana era già messa male prima dell’inizio della guerra: proprio il crollo del rial, la valuta iraniana, e l’alta inflazione avevano causato l’inizio delle grandi proteste di gennaio, represse dal regime con una brutalità senza precedenti. Negli ultimi mesi l’economia ha risentito soprattutto del blocco navale imposto dagli Stati Uniti. L’inflazione annuale è all’88 per cento e il rial si è svalutato del 41 per cento rispetto a dicembre.

Una coda a un distributore di benzina di Teheran, il 25 agosto

Una coda a un distributore di benzina di Teheran, il 25 agosto (AP Photo/Vahid Salemi)

Secondo le statistiche ufficiali, la disoccupazione è al 9,1 per cento: già così è un massimo storico, ma con ogni probabilità è un dato al ribasso. Il governo ha riconosciuto che le esportazioni di petrolio, una delle sue principali fonti di entrate, si sono pressoché azzerate a causa del blocco. Negli ultimi giorni ci sono state code ai distributori di benzina, spesso esaurita: è un effetto della domanda (le persone vogliono comprarla prima che il prezzo aumenti ancora) ma anche dei bombardamenti statunitensi e israeliani che avevano danneggiato le infrastrutture petrolifere del paese.

La leadership del regime, che è in mano alla fazione più oltranzista, ha risposto con la consueta superbia alle sanzioni. Il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che i partner commerciali dell’Iran non si piegheranno alle pressioni statunitensi. «Dovremmo cedere ai problemi e arrenderci? Assolutamente no», ha detto anche il presidente Masoud Pezeshkian (che pure è considerato un fautore della linea meno intransigente, e minoritaria).

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Dopo la fase più intensa dei combattimenti, dalla scorsa primavera la guerra è entrata in una fase di reciproco logoramento economico: al blocco navale statunitense corrisponde quello iraniano dello stretto di Hormuz, ordinato all’inizio della guerra e mai rimosso nonostante le ripetute promesse e tentativi di Trump.

La leadership iraniana vede nell’insistenza sulle misure economiche la prova del fallimento della tattica militare statunitense. Pensa anche che non le convenga cedere adesso, immaginando che gli attacchi possano intensificarsi quando Trump scavallerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Mohsen Rezai, il nuovo capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e uno dei funzionari più vicini alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha minimizzato le minacce di Trump: «Cosa vuole farci che non ci abbia ancora già fatto?».