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  • Martedì 11 agosto 2026

Il regime iraniano è ancora più oltranzista

Per effetto delle nuove nomine di Mojtaba Khamenei, che hanno favorito la fazione più vicina ai Guardiani della rivoluzione

Un cartellone propagandistico iraniano, che raffigura la Statua della Libertà abbattuta, a Teheran il 3 agosto
Un cartellone propagandistico iraniano, che raffigura la Statua della Libertà abbattuta, a Teheran il 3 agosto (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
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Lunedì la Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha fatto alcune nomine molto significative ai più alti livelli militari del paese: ha operato il maggiore riassetto del regime da quando ne ha preso formalmente il comando, cioè dopo l’uccisione di suo padre Ali Khamenei in un bombardamento israeliano il primo giorno di guerra in Medio Oriente. La conferma di vecchi funzionari e soprattutto le nomine di nuovi sono state interpretate come un tentativo di rafforzare la fazione più oltranzista del regime, quella contraria a qualsiasi compromesso con gli Stati Uniti.

Khamenei è stato l’esecutore formale delle nomine ma non si è mai fatto vedere in pubblico da quando è stato ferito nel bombardamento che ha ucciso suo padre, e ci sono dubbi sulle sue reali condizioni di salute. Per questo molti provvedimenti o iniziative attribuite a lui potrebbero essere state prese dalla sua fazione di riferimento, cioè quella più prossima al corpo militare dei Guardiani della rivoluzione, potentissimi e che di fatto governano l’Iran.

– Leggi anche: In Iran comandano i militari

Due delle persone promosse, Mohsen Rezai e Hossein Taeb, sono tra le più strette alleate di Khamenei, oltre che decani del regime. Per anni si sono riunite con lui una volta alla settimana nel cosiddetto «circolo Habib», dal nome del battaglione dei Guardiani della rivoluzione in cui militarono durante la guerra con l’Iraq degli anni Ottanta, che aveva reputazione di indottrinamento religioso ed estremismo.

Mohsen Rezai, in prima fila con la divisa, insieme ad altri leader del regime durante i funerali di Ali Khamenei a Teheran, il 3 luglio

Mohsen Rezai, in prima fila con la divisa, insieme ad altri leader del regime durante i funerali di Ali Khamenei a Teheran, il 3 luglio (Iranian Leader Press Office/Handout/Anadolu via Getty Images)

Rezai è il nuovo capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale: è la carica che era stata di Ali Larijani, ritenuto fino alla sua uccisione uno degli uomini più influenti del regime. Il Consiglio è importante perché prende le più rilevanti decisioni militari e di politica estera: per esempio, era stato quest’organo ad autorizzare l’accordo preliminare con gli Stati Uniti di metà giugno, di fatto vanificato dalla ripresa degli attacchi nello stretto di Hormuz.

In segno di fiducia, Rezai è stato indicato da Khamenei come suo rappresentante personale nel Consiglio, cosa che ne accresce l’autorevolezza. Rezai ha 71 anni e fa parte di una vecchia generazione di comandanti, temprati durante la guerra con l’Iraq e teorici della resistenza a oltranza per cui il regime è progettato. Era stato lui stesso comandante dei Guardiani, dal 1981 per i successivi 16 anni, ed era stato richiamato in servizio per la guerra contro Israele e gli Stati Uniti.

Hossein Taeb in una foto dell'ottobre del 2024

Hossein Taeb in una foto dell’ottobre del 2024 (Rouzbeh Fouladi/ZUMA Press Wire)

Taeb, l’altro fedelissimo, è stato scelto come nuovo capo dei bassij, il gruppo paramilitare incaricato di reprimere le manifestazioni e i comportamenti ritenuti scorretti, soprattutto delle donne. Lui stesso aveva sovrinteso, insieme a Mojtaba, alla repressione violenta delle grandi proteste del 2009. Era stato il direttore dell’intelligence dei Guardiani fino al 2022: era stato rimosso per non essere riuscito a contrastare l’estesa rete di agenti costruita in Iran dai servizi segreti israeliani.

Una delle nomine è stata la conferma, con un avanzamento di grado, di Ahmad Vahidi come comandante dei Guardiani della rivoluzione, incarico che lo rende il generale più potente dell’Iran. Di fatto lo era già dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour all’inizio della guerra, ma adesso la successione è stata formalizzata. Vahidi è il fondatore dell’unità al Quds dei Guardiani, incaricata delle operazioni speciali all’estero, e fu ministro dell’Interno durante la repressione delle grandi manifestazioni del 2022.

Ahmad Vahidi, secondo da destra, durante i funerali di Ali Khamenei, a Teheran il 5 luglio

Ahmad Vahidi, secondo da destra, durante i funerali di Ali Khamenei a Teheran il 5 luglio (Seyed Hamed Mousavi/ISNA via AP)

Peraltro Vahidi e Rezai sono ritenuti i responsabili del più grave attentato della storia argentina, quello contro un centro di cultura ebraica a Buenos Aires che nel 1994 uccise più di 80 persone. Loro e Taeb hanno una lunghissima storia istituzionale nel regime e appartengono allo strato più interno: quello che mantiene un profilo basso rispetto ai leader più noti e riconoscibili, ma che spesso conta più di loro.

Oltre ai vari vice comandanti, Khamenei ha confermato altri due incarichi: Ali Abdollahi come capo di stato maggiore delle forze armate, e Ali Azmaei come comandante della marina dei Guardiani. Come detto, le nomine sono ritenute un consolidamento del potere di Khamenei e dei Guardiani, dalle cui file proviene buona parte dell’attuale classe dirigente del regime, incluso il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf che ha guidato le trattative con gli Stati Uniti.

– Leggi anche: Ma quindi, Mojtaba Khamenei

Questa fazione più intransigente negli scorsi mesi ha marginalizzato quella più incline al dialogo – o incaricata di mostrarsi incline al dialogo – di cui fanno parte il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. Secondo Mohammad Bagher Kharrazi, un religioso ultraconservatore molto vicino a Khamenei, Pezeshkian avrebbe più volte minacciato di dimettersi nel tentativo di farsi ascoltare, ma senza riuscire a condizionare la posizione del regime.

Con una leadership così massimalista, e peraltro piuttosto attempata, è più difficile che l’Iran ceda alle pressioni degli Stati Uniti. Si fanno più remote anche le possibilità di un accordo duraturo per la fine della guerra, a meno che non venga fatto alle condizioni del regime.