Sei ansioso o evitante?

I termini che provengono dalla teoria psicologica degli stili di attaccamento sono sempre più usati per parlare delle nostre relazioni con gli altri, anche a sproposito

Una scena del film (500) giorni insieme (20th Century Fox)
Una scena del film (500) giorni insieme (20th Century Fox)
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Da qualche tempo, nelle conversazioni e sui social, è facile sentire frasi come «non è che non gli piaci, è che è un evitante»; oppure «faccio così perché io sono un’ansiosa»; o ancora «comincio a sospettare di avere un attaccamento disorganizzato».

Sono espressioni che vengono dalla teoria dell’attaccamento, elaborata dagli anni Cinquanta nell’ambito della psicologia per studiare il legame tra i bambini molto piccoli e le persone che si prendono cura di loro. Negli ultimi anni, però, anche a causa di un libro di auto-aiuto che ha avuto molto successo, sono entrate nel linguaggio di molte persone, soprattutto tra i venti e i quarant’anni, che le usano spesso con un significato diverso.

Ci sono moltissimi video e quiz online che parlano di queste categorie, non sempre in modo accurato. Alcuni psicoterapeuti raccontano che è sempre più frequente che una persona arrivi al primo colloquio con loro dicendo di essere ansiosa o evitante. E come succede con i segni zodiacali, può diventare un modo per giustificare i propri comportamenti o quelli degli altri, attribuendoli a un tratto della personalità che si è convinti di non poter cambiare.

La teoria dell’attaccamento sostiene che il modo in cui una persona si comporta nelle relazioni affettive dipende in buona parte dal tipo di legame che ha avuto durante l’infanzia con chi si è preso cura di lei. Secondo questo modello, un bambino che riceve risposte prevedibili quando ha bisogno di conforto impara che può contare sugli altri e quindi sviluppa un tipo di attaccamento “sicuro”, mentre un bambino che riceve risposte incoerenti, o che non ne riceve, sviluppa strategie diverse per gestire quel bisogno, come insistere per ottenere attenzione o rinunciarvi e fare da solo.

Quelle strategie, secondo la teoria, restano poi come modelli di riferimento comportamentale, e tornano nelle relazioni sentimentali dell’età adulta. Gli stili di attaccamento individuati dalla ricerca sono quattro: sicuro, ansioso, evitante e disorganizzato. Molti terapeuti però sostengono che non vadano considerati come quattro categorie distinte, ma come punti su due scale graduali (quanto una persona è ansiosa e quanto è evitante nelle relazioni) lungo le quali ciascuno si può collocare.

La scala dell’attaccamento (The Adult Attachment Project)

La teoria fu formulata dallo psichiatra britannico John Bowlby a partire dagli anni Cinquanta, ma non aveva inizialmente nulla a che fare con l’approccio degli adulti alle relazioni. Bowlby lavorava con i bambini cresciuti negli istituti o separati dai genitori durante e dopo la Seconda guerra mondiale, e osservò che molti sviluppavano difficoltà nel rapporto con gli altri. In un rapporto commissionato dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1951 scrisse che per un bambino un legame stabile con almeno una figura di riferimento è un bisogno primario al pari del cibo, e che una separazione prolungata nei primi anni di vita produce danni duraturi.

A dare alla teoria una base osservabile fu la psicologa americano-canadese Mary Ainsworth, che tra gli anni Sessanta e Settanta mise a punto un esperimento chiamato “strange situation”, in cui un bambino di circa un anno veniva portato in una stanza con dei giocattoli insieme alla madre. Dalla stanza entravano e uscivano prima un estraneo e poi la madre stessa: quello che interessava era come il bambino reagiva al momento del ricongiungimento.

Ainsworth individuò tre modalità ricorrenti: il bambino si mostrava turbato dall’uscita della madre ma si tranquillizzava al suo ritorno; oppure restava difficile da calmare anche dopo; oppure sembrava indifferente sia all’uscita che al rientro. Le chiamò rispettivamente attaccamento sicuro, ansioso ed evitante, e osservando le stesse famiglie a casa nei mesi successivi le collegò a stili diversi di accudimento. Più avanti altri ricercatori aggiunsero l’attaccamento disorganizzato, per i comportamenti che non rientravano nelle prime tre modalità.

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Il passaggio alle relazioni tra adulti avvenne negli anni Ottanta, quando gli psicologi Cindy Hazan e Philip Shaver applicarono le categorie di Ainsworth ai legami sentimentali, ipotizzando che i modelli appresi nell’infanzia continuassero a orientare il comportamento delle persone in coppia. Ma la versione che circola oggi arriva soprattutto da un libro che ha venduto milioni di copie: Attached, pubblicato nel 2010 dal neuroscienziato Amir Levine e dalla psicologa Rachel Heller, tradotto in italiano con vari titoli, tra cui Insieme. La scienza delle relazioni: come trovare e conservare l’amore e Dimmi come ami e ti dirò chi sei.

Secondo Attached, nelle relazioni adulte si ritrovano principalmente tre tipi di attaccamento: le persone sicure si trovano a proprio agio con l’intimità, quelle ansiose tendono a preoccuparsi della capacità del partner di ricambiare il loro affetto, quelle evitanti percepiscono la vicinanza come una minaccia alla propria indipendenza e cercano di ridurla. Non è un testo scientifico ma un manuale di auto-aiuto, con questionari per stabilire il proprio stile e indicazioni pratiche su come comportarsi. Una parte consistente è dedicata a quella che gli autori chiamano la trappola ansioso-evitante, la dinamica per cui una persona ansiosa e una evitante tendono ad attrarsi e a rinforzare a vicenda i propri comportamenti, con la prima che chiede più vicinanza e la seconda che si allontana di tutta risposta.

Dopo essere circolato per anni, Attached è tornato ad attirare moltissima attenzione a partire dal 2021, quando la teoria degli stili di attaccamento ha preso a diffondersi sui social network. Lo stesso Levine ha ipotizzato che la rinnovata popolarità di queste teorie online abbia a che fare con il contesto politico e sociale degli ultimi anni. «Un principio molto importante della scienza dell’attaccamento è che i periodi di maggiore minaccia o pericolo possono portare all’attivazione del sistema di attaccamento», ha detto.

Il terapeuta Todd Baratz, intervistato dalla rivista Nylon, ha invece collegato il fenomeno al modo in cui si frequentano le persone oggi, in rapporti spesso poco definiti e regolati da norme implicite. In un contesto simile, ha detto, avere delle aspettative verso qualcuno espone al rischio di essere rifiutati: molte persone finiscono per vergognarsi di essersi affezionate e considerare quel sentimento un sintomo di qualcosa che non va in loro. Baratz cita come esempio i video, molto diffusi sui social, che promettono di insegnare a «staccarsi» da una persona in poche ore.

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Sui social i video sul tema vengono prodotti sia da terapeuti sia da content creator senza formazione clinica, e nel secondo caso a farli sono in larga parte persone che si descrivono come ansiose. Il risultato è che l’evitamento viene raccontato quasi sempre dal punto di vista di chi lo ha subìto, cioè di chi è rimasto senza risposte o è stato allontanato senza una spiegazione, e quasi mai da chi si comporta così.

«Evitante» ha finito quindi per essere usato soprattutto per descrivere gli altri in modo negativo, in modo simile a quanto è successo negli stessi anni con «narcisista», passato dal linguaggio clinico a quello comune e applicato di solito a ex partner e a persone che si sono comportate male.

Chi studia l’attaccamento in ambito accademico contesta soprattutto due idee molto diffuse online. La prima è che esistano stili buoni e stili cattivi, con quello “sicuro” come traguardo. Lo stesso Levine, l’autore di Attached, ha detto alla CNBC che il suo libro non andrebbe usato per patologizzare gli altri, perché «non stiamo parlando di salute e malattia, ma di modi diversi di stare in relazione». A suo avviso, conoscere il proprio stile di attaccamento serve soprattutto a capire come si funziona nelle relazioni e a comunicarlo al partner.

Diversi terapeuti danno ai pazienti un’indicazione simile: attribuire uno stile solo a sé stessi, e guardare alle dinamiche che si ripetono in una relazione senza etichettare l’altra persona. La psicologa Heather Sequeira ha spiegato a Refinery29 la ragione pratica di questa cautela. «Se usiamo l’etichetta di evitante, è probabile che il nostro cervello interpreti i nuovi comportamenti, le discussioni e i problemi della relazione attraverso la lente dell’evitamento», ha detto. «Una volta che il cervello etichetta qualcosa, quell’etichetta diventa un pregiudizio attraverso cui guardiamo il mondo». C’è poi il rischio che sia la persona etichettata ad accettare la definizione, a considerarla qualcosa su cui non ha controllo e a comportarsi in modo più aderente allo stereotipo.

La seconda idea contestata è che lo stile di attaccamento sia stabilito una volta per tutte nell’infanzia. Secondo gli esperti, infatti, l’attaccamento di una persona può cambiare nel corso della vita e variare da una relazione all’altra: si può essere più sicuri con il proprio partner e più ansiosi con certi amici, e una relazione stabile e duratura può modificare nel tempo il modo in cui ci si comporta in quelle successive. Secondo la psicologa clinica Zoe Hazelwood la parola «stile» contribuisce all’equivoco, perché fa pensare a una caratteristica fissa mentre si tratta di tendenze che vengono attivate da situazioni, persone ed esperienze specifiche.