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  • Giovedì 20 agosto 2026

Per fare la guerra economica all’Iran, Trump ha bisogno di un alleato

Sono gli Emirati Arabi Uniti, senza il cui sostegno è impossibile isolare il regime iraniano

Un commerciante di Dubai all'inizio della guerra, marzo 2026 (AP Photo/Fatima Shbair)
Un commerciante di Dubai all'inizio della guerra, marzo 2026 (AP Photo/Fatima Shbair)
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Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato sul social Truth che comincerà una nuova fase di «guerra economica e isolamento su una scala senza precedenti» contro l’Iran. Non è di per sé una novità, anzi: è un obiettivo che gli Stati Uniti perseguono da mesi. Ma gli annunci recenti sono il sintomo del fatto che l’isolamento economico dell’Iran sta diventando una priorità sempre maggiore: gli Stati Uniti si trovano impantanati dal punto di vista militare nella guerra in Medio Oriente, e sperano che lo strangolamento economico dell’Iran possa fornire loro una via d’uscita.

Per rendere la minaccia economica efficace, però, Trump ha bisogno del sostegno degli alleati, e di un alleato in particolare: gli Emirati Arabi Uniti, che nonostante la guerra hanno continuato a mantenere forti rapporti economici con l’Iran.

Proprio gli Emirati Arabi Uniti, poche ore prima delle dichiarazioni di Trump, avevano annunciato che avrebbero interrotto ogni scambio commerciale e transazione finanziaria con l’Iran a tempo indeterminato. È una notizia notevole, e non è casuale che l’annuncio di Trump e quello degli Emirati siano arrivati praticamente assieme: da mesi gli Stati Uniti fanno pressioni e minacce per convincere gli Emirati Arabi Uniti a interrompere le relazioni economiche con l’Iran.

Gli Emirati Arabi Uniti si trovano a circa 80 chilometri dall’Iran, sulla sponda opposta del golfo Persico, e hanno da sempre avuto buoni rapporti economici e culturali con l’Iran nonostante le occasionali tensioni politiche. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio nel 2024 hanno fornito oltre il 30 per cento dei prodotti importati in Iran, e sono stati la destinazione di quasi il 13 per cento delle esportazioni. Di fatto, qualsiasi tentativo di embargo economico nei confronti dell’Iran ha bisogno della collaborazione degli Emirati.

Gli Emirati non hanno spiegato con chiarezza le ragioni della decisione. La portavoce del ministero degli Esteri emiratino, Afra Al Hameli, ha detto che è stata presa «alla luce delle escalation regionali che minano la pace e la sicurezza regionali e internazionali» e per «salvaguardare l’integrità del sistema finanziario internazionale».

Poco prima dell’annuncio gli Emirati avevano accusato l’Iran di aver lanciato due missili balistici contro petroliere in transito nello stretto di Hormuz (l’Iran ha negato). È una motivazione che tiene fino a un certo punto: durante le fasi più dure della guerra gli Emirati hanno subìto attacchi ampi e devastanti dall’Iran, e non è chiaro perché proprio questi ultimi due missili (finiti peraltro in acqua nel golfo Persico) dovrebbero aver provocato una così ampia ritorsione economica. La spiegazione più probabile è che gli Emirati abbiano deciso di allinearsi alle pressioni degli Stati Uniti.

Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio accolto dall’ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti Yousef Al Otaiba durante una visita ad Abu Dhabi, 23 giugno 2026 (Eric Lee/Pool Photo via AP)

A novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di metà mandato e la guerra è fortemente impopolare. I Repubblicani rischiano di perdere la maggioranza alla Camera o in entrambe le camere al Congresso. L’amministrazione Trump è restia a tornare a una fase di bombardamenti su larga scala ma ha bisogno di spingere il regime iraniano a un accordo per intestarsi una vittoria, che deve prevedere quantomeno la riapertura dello stretto di Hormuz e un qualche tipo di accordo sul nucleare.

Da aprile gli Stati Uniti applicano un blocco navale contro l’Iran, che sta mettendo in difficoltà l’economia iraniana: le esportazioni sono diminuite e così i guadagni in valuta estera, le scorte di petrolio stoccate in mare si sono ridotte e il prezzo del petrolio è aumentato del 150 per cento. L’inflazione ha superato l’80 per cento e la moneta, il ryal iraniano, è crollata. Tuttavia la sola pressione statunitense finora non è stata sufficiente a spingere il regime iraniano a capitolare: perché l’economia iraniana è abituata a decenni di sanzioni statunitensi e perché nel corso dei mesi il regime si è spinto su posizioni ancora più oltranziste.

Per questo Trump ha bisogno dei propri alleati, come gli Emirati, a cui spera se ne aggiungeranno altri.

Uno screenshot del post di Trump su Truth

Non sarà facile. Non è detto che altri si uniscano alla chiamata di Trump e l’impatto della stessa sospensione dei rapporti commerciali e finanziari ufficiali tra Iran ed Emirati non è scontato: gli Emirati, oltre che partner commerciale importante attraverso i canali ufficiali, restano anche uno dei principali canali attraverso cui l’Iran aggira le sanzioni internazionali, usando società emiratine solo apparentemente scollegate da entità iraniane per commerciare con l’estero.

Intensificare i controlli su queste attività illecite sarebbe fondamentale per rendere efficace la pressione sull’Iran, ma rischia di compromettere l’attrattività di Dubai, l’emirato più importante, come piazza finanziaria libera e poco regolamentata. Non è detto che gli Emirati siano disposti a sacrificarla.

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