A Milano ogni albero conta

Non essendocene molti, quando uno rischia di essere tagliato gli abitanti non ci stanno, e spesso alla fine vincono

Il Glicine del Circolo combattenti e reduci in via Alessandro Volta 23. (Foto Ermes Beltrami/LaPresse)
Il Glicine del Circolo combattenti e reduci in via Alessandro Volta 23. (Foto Ermes Beltrami/LaPresse)
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Nel 2019 il ministero della Cultura decise di costruire il Museo nazionale della Resistenza a Milano, in piazzale Baiamonti, a nord ovest del centro. Il progetto era molto ambizioso: un grosso edificio a forma di piramide tutto a vetrate disegnato dallo studio di architettura Herzog & de Meuron. Era anche un’occasione per riqualificare una zona un po’ disordinata e migliorabile sotto diversi aspetti. Una cosa che però non era stata più di tanto tenuta in considerazione era che, proprio in quel piazzale, in un ex casello daziario divenuto la sede del Circolo ex combattenti e reduci, cresceva un imponente e rigoglioso glicine, tra i più ammirati della città.

Quando nel 2023 iniziarono i lavori si sollevarono molte proteste: da progetto il glicine doveva essere abbattuto assieme ad altri sette alberi, ma per salvarli nacquero comitati e gruppi Facebook come “Baiamonti Verde Comune” e fu organizzata una raccolta firme che in pochissimo tempo fu sottoscritta da 50mila persone. Si mobilitarono anche consiglieri locali, associazioni, enti e personaggi pubblici e furono organizzate manifestazioni e incontri con gli assessorati al Verde e alla Rigenerazione urbana.

Alla fine il glicine non fu abbattuto ma solo potato (anche se per alcuni attivisti in modo eccessivo), e integrato in qualche modo nel progetto. Dei sette alberi che dovevano essere tagliati invece se ne salvarono quattro.

Mobilitazioni simili per impedire l’abbattimento anche di un solo albero, a Milano, non sono un’eccezione, ma la prassi.

Non essendo una città con molti alberi, quelli più vecchi sono tenuti in grande considerazione dagli abitanti. Per alcuni questi vanno conservati a qualsiasi costo, anche quando sono pericolanti o malati. Un esempio è l’Acero Negundo che fino al luglio del 2024 si trovava nel cortile della chiesa di Santa Maria Incoronata in corso Garibaldi, una delle vie più centrali e frequentate della città. L’acero era altissimo e con il tronco storto, e a detta degli agronomi del comune era gravemente malato e a rischio caduta. Per i residenti però si doveva salvare, per esempio costruendo una costosissima impalcatura metallica. Sulle cancellate della chiesa vennero affissi dei cartelli con scritto “Aiutatemi, voglio vivere” e alcuni attivisti e abitanti ci si incatenarono. Dopo qualche giorno di protesta il comune decise comunque di abbatterlo.

Sull’acero si diffusero anche alcune teorie complottiste: alcuni attivisti scrissero dei post sui social corredati da foto dicendo che l’albero in realtà era sano e che il comune non aveva fatto i controlli adeguati.

I gruppi Facebook dei quartieri sono un osservatorio costantemente aggiornato delle condizioni del verde in città. Gli utenti si avvisano quando alcuni alberi stanno soffrendo per la mancanza d’acqua (e c’è sempre qualcuno che si offre di annaffiarli), quando quelli appena piantati non stanno attecchendo come si deve, quando l’azienda che si occupa della manutenzione del verde sta facendo qualcosa di discutibile. Tra i gruppi più attivi ci sono per esempio “Forestami e poi dimenticami?” e “Milano odia gli alberi ma i milanesi no!”.

Uno dei casi di mobilitazione cittadina più recenti partiti da un gruppo social riguarda sette alberi in via Costanzo Cantoni, nel quartiere Dergano, a nord. Nell’area stanno iniziando i lavori per costruire una sede degli uffici di Poste e gli alberi si trovano in un punto dove passano i camion: per permettere ai mezzi di fare manovra, ma anche per una serie di questioni legate ai sottoservizi (ovvero a quello che sta sotto alla strada), potrebbero essere tagliati.

Gli abitanti della zona, in particolare quelli riuniti nel comitato locale BovisAttiva, hanno lanciato una raccolta firme per impedirne l’abbattimento. «Da decenni regalano ombra, abbassano la temperatura d’estate e sono uno dei pochi spazi verdi al di sotto dei quali i bambini possono ancora giocare e gli abitanti si possono ritrovare», dice Laura Onofri, portavoce del comitato in un video.

Secondo i dati dell’Istat sul verde urbano, ovvero sul patrimonio arboreo gestito dai comuni, Milano è la 51esima città in Italia per alberi pro capite: sono 18,1 ogni cento abitanti. Come si legge sul sito del comune, il verde pubblico è composto da 240mila alberi: il 60 per cento di questi si trova in parchi e giardini, il 29 per cento in filari e l’11 per cento nelle scuole o nelle aree verdi di pertinenza degli edifici comunali.

La scarsità di verde, specie in alcune zone come le piazze o le fermate dei mezzi pubblici, è diventata un grosso tema di discussione negli ultimi anni, in particolare per via delle cosiddette “isole di calore”: in molti progetti di riqualificazione non sono stati inseriti degli alberi e il risultato spesso è stata una distesa di asfalto senza ombra, dove in estate le temperature salgono considerevolmente.

Un esempio che ha fatto particolarmente discutere è piazza Cordusio, una delle piazze più centrali della città, riqualificata nel 2025, dove gli alberi non erano previsti perché – dato che la metropolitana passa sotto alla piazza – non ci sarebbe stato spazio per le radici. I cittadini e i garanti del verde (un organismo del comune che deve vigilare sulla tutela del verde) ne avevano denunciato l’assenza e, per rimediare, il comune aveva dovuto inserire, in una seconda fase del progetto, cinque aiuole. Anche quelle però furono parecchio criticate perché non fanno ombra e non sostituiscono un albero.

– Leggi anche: Dieci anni di “boschi verticali”

In città si parla da tempo della necessità di piantare nuovi alberi: nel 2019 per esempio era partito il progetto “Forestami”, che prevedeva di piantarne 3 milioni in tutta la città metropolitana entro il 2030. Negli anni il progetto ha attirato sempre meno interesse e, nonostante i grandi annunci e la tanta pubblicità che era stata fatta inizialmente, è passato in secondo piano.

Il taglio di quelli che ci sono già, invece, in certi casi «è necessario», dice Elena Grandi, assessora al Verde del comune di Milano. «Il comune taglia quelli in “classe D”, ovvero a rischio caduta. Ha una mappa che tiene aggiornata con lo stato di salute di tutti [attualmente però sul sito non è disponibile, ndr] e quando uno si ammala o anche solo le radici non tengono più, viene tagliato», aggiunge. «Amministriamo una città e non posso permettermi che un albero cada addosso a delle persone» dice Grandi, ricordando che «sì, sapevo che era malandato ma andava tenuto su perché era un albero» non sarebbe una giustificazione.

Per molti attivisti però il fatto che un albero sia in classe D non è sufficiente a motivarne l’abbattimento: una delle obiezioni che vengono fatte più spesso è che quelli che appartengono a questa classe sono tantissimi e che quindi bisognerebbe abbatterne migliaia.

Per Enrico Fedrighini, storico consigliere comunale dei Verdi recentemente entrato nel Gruppo misto, «non tutti gli alberi in classe D devono essere abbattuti, ci sono delle sottocategorie». Secondo Fedrighini, «in certi casi si possono fare degli interventi di cura e di manutenzione che possono prolungarne la vita. Se però sono stati fatti tutti i test necessari, che dovrebbero essere la prassi, e il risultato è che l’albero deve essere tagliato, bisogna dirlo nel modo più chiaro possibile ai cittadini».

Il nubifragio che nel 2023 abbatté 5mila alberi in città in otto minuti ebbe un ruolo importante nella scelta del comune di tagliare quelli a rischio: «caddero alberi sanissimi, malati, giovani, vecchi, adatti alla città e non adatti alla città. E lì si è capito che conseguenze può avere il cambiamento climatico e che azioni impone», spiega Grandi.

Un grosso tema poi è che spesso gli alberi che vengono tagliati – perché al loro posto devono essere costruiti edifici o infrastrutture – vengono sostituiti con altri molto più piccoli che fanno fatica a sopravvivere e che non sono paragonabili in nessun modo a quelli adulti abbattuti.

«Alberi di settant’anni non li rimpiazzi», continua Fedrighini, «vengono compensati con degli alberelli molto più piccoli che ci mettono decenni a raggiungere il livello di quelli tagliati». Secondo Grandi però interventi di questo genere sono comunque positivi perché «i bambini di oggi tra 30 anni potranno beneficiare di quel valore ecosistemico». Al contrario, continua, «quello di un albero vecchio e malato è destinato a esaurirsi in poco tempo».