La strana amicizia tra Meloni e la prima ministra danese, socialdemocratica

Si è rivista durante la crisi a Ceuta ma è iniziata diverso tempo fa: è basata su politiche sull'immigrazione molto dure

Mette Frederiksen accoglie Giorgia Meloni durante una visita a Copenhagen, nell'autunno del 2025
Mette Frederiksen accoglie Giorgia Meloni durante una visita a Copenaghen, nell'autunno del 2025 (EPA/MADS CLAUS RASMUSSEN)
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Lunedì la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e la sua omologa danese Mette Frederiksen hanno fatto un post comune sui social in cui si dicono «unite nel desiderio di proteggere l’Europa» dall’immigrazione irregolare, con una retorica un po’ noi contro tutti. Il post riconosce la peculiarità dell’alleanza tra Meloni e Frederiksen, che appartengono a famiglie politiche in teoria agli antipodi: la destra per Meloni e la socialdemocrazia nordeuropea per Frederiksen. Le due sono però accomunate dalle politiche assai restrittive sull’immigrazione.

L’alleanza si è vista in azione anche pochi giorni fa. Durante la crisi migratoria nell’exclave spagnola di Ceuta, Italia e Danimarca hanno promosso una lettera alle istituzioni dell’Unione Europea, firmata dai governi di altri 20 paesi, che era un attacco alle politiche del primo ministro spagnolo progressista Pedro Sánchez. Nella lettera, che serviva per farsi vedere intransigenti sull’immigrazione, si chiedeva una riunione tra i ministri dell’Interno degli stati membri per parlare urgentemente della crisi (la riunione poi c’è stata, ma non c’è stata la stessa acrimonia contro la Spagna).

La vicinanza politica tra Meloni e Frederiksen non è iniziata con la crisi a Ceuta, ma è molto precedente.

Le due leader avevano iniziato a collaborare proprio sull’immigrazione, su cui promuovono un approccio simile, securitario e restrittivo. Entrambe erano determinate a orientare in questo senso la modifica delle politiche migratorie e del sistema d’asilo dell’Unione. A partire dall’autunno del 2024, avevano cominciato a organizzare incontri informali con i leader dei paesi che la pensavano come loro, prima delle riunioni del Consiglio europeo. Il primo ad aderire era stato Dick Schoof, l’allora primo ministro dei Paesi Bassi espresso dall’estrema destra, ma le riunioni si erano allargate e allargate, includendo il cancelliere tedesco Friedrich Merz e diventando un appuntamento fisso.

Alla fine le regole europee sono state cambiate nel senso auspicato da Meloni e Frederiksen, facilitando le espulsioni e permettendo la creazione di centri di detenzione fuori dall’Unione, come quelli italiani in Albania.

In passato Frederiksen aveva proposto centri analoghi in Ruanda, come fece il governo britannico dei Conservatori senza mai riuscirci per via dei ricorsi legali. In un’intervista del 2025 in cui parlava della «collaborazione speciale» con Meloni, Frederiksen arrivò a dire che la Corte europea dei diritti dell’uomo (che non c’entra con l’Unione) era un ostacolo alle espulsioni perché «protegge le persone sbagliate», una posizione inusuale per una politica di sinistra.

Giorgia Meloni e Mette Frederiksen ridono durante una riunione a Bruxelles, il 22 gennaio del 2026

Giorgia Meloni e Mette Frederiksen ridono durante una riunione a Bruxelles, il 22 gennaio del 2026 (EPA/OLIVIER HOSLET)

A riprova dei buoni rapporti, negli ultimi anni Frederiksen è venuta in visita tre volte in Italia – nel 2023 e due nel 2025 – spesso per definire le mosse comuni in Europa. Nonostante sia un’alleanza atipica sulla carta, non ha creato particolari problemi politici nei rispettivi paesi, al netto di qualche lamentela degli alleati più a sinistra di Frederiksen.

Anna Gaarslev, corrispondente europea del canale danese TV2, dice che è «una situazione win win», in cui entrambe hanno da guadagnarci e poco da perderci. Possono mostrarsi pragmatiche, collaborando con chi in teoria sarebbe un avversario politico sulla base di priorità comuni, e usare l’alleata contro la rispettiva opposizione. Per esempio Fratelli d’Italia, il partito di Meloni, ha sbeffeggiato il Partito Democratico invitandolo a farsi «un giretto a Copenaghen», per dire che lì la sinistra ha politiche come le sue.

Secondo Gaarslev il principale ostacolo all’alleanza tra le due leader avrebbe potuto essere la posizione del governo italiano sull’Ucraina. Diversi paesi europei erano infatti preoccupati che Meloni adottasse posizioni filorusse. Meloni però si mostrò fin da subito vicina alla causa ucraina e rassicurò Frederiksen che le posizioni filorusse della Lega, partito in coalizione con Fratelli d’Italia, non avrebbero cambiato le politiche del governo al riguardo.

Mette Frederiksen e Giorgia Meloni si salutano durante una foto all'Eliseo, il palazzo della presidenza francese, nel marzo del 2025

Mette Frederiksen e Giorgia Meloni si salutano durante una foto all’Eliseo, il palazzo della presidenza francese, nel marzo del 2025 (Jeanne Accorsini/Pool/ABACAPRESS)

Va tenuto presente anche che pure Frederiksen sta vivendo una specie di “momento Vannacci”, cioè anche lei viene incalzata da destra sull’immigrazione come il governo di Meloni dal nuovo partito di Roberto Vannacci. Negli ultimi giorni il Partito Popolare Danese, ossia la destra populista di cui grossomodo Frederiksen aveva copiato le politiche sull’immigrazione, ha usato la crisi migratoria a Ceuta per attaccare la prima ministra: in sostanza l’ha accusata di adottare politiche sull’immigrazione troppo deboli, e ha sostenuto che il risultato di un approccio simile è quello che si è visto a Ceuta.

La dura reazione iniziale di Frederiksen e Meloni contro Sánchez va anche interpretata in questo senso: un tentativo di entrambe di raccontare ai propri elettorati di non essere diventate più morbide sull’immigrazione, anzi.

Il sodalizio tra le due leader si è visto anche su altri temi. Per esempio a gennaio Frederiksen aveva molto apprezzato che l’Italia si fosse unita alla presa di posizione dei principali paesi europei contro le minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la Groenlandia, l’enorme isola che fa parte del Regno di Danimarca. Non era scontato visto quanto all’epoca Meloni era vicina a Trump, anche se da lì in poi i rapporti si sarebbero deteriorati. Dietro la valutazione di Meloni c’erano anche logiche elettorali: temeva che l’impopolarità di Trump in Italia potesse danneggiare pure lei.

A livello europeo, la vicinanza con Frederiksen conviene a Meloni anche perché isola la Spagna di Sánchez. Sánchez e Frederiksen sono tra i pochissimi capi di governo di sinistra, e fanno anche parte dello stesso gruppo politico al Parlamento Europeo: i Socialisti & Democratici (lo stesso del PD). Le posizioni di Frederiksen, che nel post di lunedì con Meloni si è soffermata sull’«eredità culturale cristiana» dell’Europa da difendere, hanno creato imbarazzi e fastidi nel gruppo, che però finora si è astenuto dal richiamarla pubblicamente, anche perché tra i vari partiti non c’è una posizione univoca.

«Quando parliamo della migrazione irregolare, mi pare che le vecchie alleanze tra le famiglie politiche si siano un po’ sfaldate», conclude Gaarslev.