Il carcere d’estate diventa ancora più invivibile
È un problema noto che però sta peggiorando, come illustra un nuovo rapporto dell'associazione Antigone
- Condividi
- X
- Regala il Post

Gli edifici delle carceri sono spesso vecchi e poco ventilati, non ci sono impianti di aria condizionata e in moltissimi casi mancano anche i ventilatori, o non sono sufficienti, perciò con le ondate di calore sempre più frequenti e sempre più intense la vita nel carcere d’estate diventa più insopportabile di quanto già non sia. È un problema noto, su cui però l’associazione Antigone, che si occupa da anni di diritti dei detenuti, ha fornito nuove informazioni in un rapporto di metà anno in cui ha raccontato come viene gestito (o non gestito) il caldo nelle carceri.
In alcune carceri mancano l’acqua, le docce e i bagni funzionanti, e le poche ore d’aria sono previste nei momenti più caldi della giornata, in cortili di cemento privi di zone d’ombra. Al carcere di Padova, ma è verosimile che succeda altrove, i detenuti preferiscono non uscire e restare sdraiati sulle brande.
Nelle celle non c’è l’aria condizionata: quando è presente, è generalmente limitata a uffici, posti di controllo e spazi riservati agli agenti. In moltissimi casi le persone detenute non hanno a disposizione nemmeno i ventilatori.
Nel carcere femminile di Rebibbia, a Roma, ci sono varie celle sprovviste di ventilatori nonostante la direzione abbia dichiarato di aver distribuito un impianto per ogni cella; in altre carceri l’acquisto di ventilatori è lasciato ai detenuti, cosa non sempre possibile: al carcere Dozza di Bologna, per esempio, oltre 100 detenuti su circa 800 hanno meno di 15 euro a testa sul proprio conto.
Anche quando i ventilatori sono presenti molto spesso non bastano. Il tasso di affollamento, che ormai è mediamente a quasi il 140 per cento, li rende inutili: in Italia risultano detenute quasi 65mila persone a fronte di una capienza di poco più di 46mila, e in sei istituti (Lucca, Milano San Vittore, Latina, Foggia, Lodi, Brescia Canton Monbello) i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili. In 25 istituti il tasso di affollamento supera il 180 per cento.
Significa, concretamente, che all’interno delle celle di molte carceri ci sono più persone di quelle che la cella potrebbe contenere. Al carcere di Pavia i detenuti spostano ogni giorno i letti all’esterno delle celle per recuperare un minimo di spazio calpestabile all’interno: secondo dati di Antigone riferiti al 2025, nel 46,5 per cento delle celle – quasi la metà – manca lo spazio calpestabile previsto dalla legge. A Bancali, vicino a Sassari, molti detenuti hanno spostato i materassi dalle brande al pavimento nel tentativo di trovare un po’ di refrigerio.

Una cella del carcere di San Vittore, in una foto del 2015 (Piero Cruciatti/LaPresse)
Un altro problema riguarda i frigoriferi: ad aprile di quest’anno il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), di cui è responsabile il ministero della Giustizia e che si occupa della gestione delle carceri, ha emesso una circolare secondo cui i frigoriferi (per la precisione i «pozzetti», che si aprono dall’alto) non possono essere messi all’interno delle celle, ma in stanze dedicate all’interno delle sezioni (per esempio la lavanderia) in cui far entrare i detenuti previa autorizzazione.
Il DAP ha motivato il divieto con ragioni di sicurezza, sostenendo che i frigoriferi potrebbero essere utilizzati per nascondere oggetti o sostanze non consentite, per barricarsi all’interno delle celle o per «offendere». Con una circolare successiva il DAP ha detto che all’interno delle celle possono essere messi solo minibar, ma l’applicazione di queste misure si concretizza in vari disagi aggiuntivi per i detenuti.
Sempre nel carcere femminile di Rebibbia c’è un unico frigorifero comune, con le detenute che per poter avere dell’acqua fresca devono chiedere l’intermediazione della detenuta che volta per volta svolge attività lavorativa all’interno della sezione; al carcere di Milano Opera, che ha oltre 1.300 detenuti e reparti da 100 o 200 persone, c’è un unico frigorifero per reparto.

(Piero Cruciatti/LaPresse)
Alla sofferenza dei detenuti per il caldo contribuisce la fatiscenza di molti edifici: sempre a Milano Opera non funzionano gli scarichi in almeno un bagno utilizzato da molti detenuti e al quarto e al quinto piano non c’è acqua corrente all’interno di alcuni reparti, per cui la Croce Rossa ha dovuto distribuire oltre 600 bottigliette d’acqua; al carcere di Trapani c’è una diffusa presenza di muffa e ruggine, e dai rubinetti delle celle, nel momento del sopralluogo di Antigone, usciva acqua giallastra; nella sezione media sicurezza del carcere di Ferrara ci sono solo due docce comuni per oltre cinquanta persone: in generale, secondo i dati di Antigone relativi al 2025, il 52 per cento delle carceri ha celle senza doccia.
A tutto questo va aggiunto che il 60 per cento della popolazione carceraria italiana è sottoposta a un regime di cosiddetta custodia chiusa, quello che prevede maggiori limitazioni alla socialità, al tempo trascorso in aree comuni e alla partecipazione ad attività culturali, educative e ricreative: in molte carceri anche queste attività sono sospese per il periodo estivo.
– Leggi anche: La storia di un suicidio in una cella per prevenire i suicidi



