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  • Giovedì 6 agosto 2026

Sono giorni di grandi proteste in Tunisia

I manifestanti criticano i blackout dovuti al caldo, ma anche le cattive condizioni economiche e le politiche sempre più autoritarie del presidente Kaïs Saïed

Una manifestazione contro Kais Saied a Tunisi, il 25 luglio del 2026 (Hasan Mrad/ZUMA Press Wire/ANSA)
Una manifestazione contro Kais Saied a Tunisi, il 25 luglio del 2026 (Hasan Mrad/ZUMA Press Wire/ANSA)
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Da circa dieci giorni in Tunisia sono in corso estese proteste contro il presidente Kaïs Saïed, che governa in modo sempre più autoritario. Le manifestazioni più recenti criticano il piano di blackout programmati messo in atto dalla società statale STEG in diverse parti del paese, inclusa la capitale Tunisi, per evitare un collasso della rete elettrica nazionale durante un’ondata di calore che ha fatto aumentare l’uso dell’aria condizionata.

I sostenitori politici di Saïed si sono affrettati a presentare le interruzioni di elettricità, che talvolta provocano anche quelle dell’acqua corrente, come un problema circoscritto che verrà risolto presto. I manifestanti però sostengono che i blackout siano sintomo di un problema più grande, ossia che sotto il controllo di Saïed i servizi pubblici tunisini stanno crollando e che l’economia del paese non sta crescendo abbastanza. Il paese è fortemente indebitato, la disoccupazione è al 15 per cento, la crescita degli stipendi è inferiore a quella dell’inflazione e la crescita economica (del 2,5 per cento nel 2025) è stata definita dalla Banca Mondiale «moderata rispetto a paesi comparabili».

Oltre a Tunisi le proteste si sono tenute in città di medie e piccole dimensioni, come quelle costiere di Nabeul, Monastir e Sousse. A Menzel Abderrahmane, un comune di circa 24mila abitanti sulla costa nord, i manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e altri oggetti nel centro della città. A Zaghouan, una città di circa 20mila abitanti all’altezza di Hammamet, hanno bloccato le strade protestando sia a piedi sia in macchina.

I manifestanti mostrano cartelli con scritte come «Liberate i prigionieri», «Nessuno è felice tranne il presidente Saïed» e «Dov’è lo sviluppo? Dov’è la libertà? Avete distrutto il nostro potere d’acquisto», durante una manifestazione nel centro di Tunisi nel quinto anniversario della svolta autoritaria di Saïed, il 25 luglio 2026 (AP Photo/Ons Abid)

Le proteste indicano un crescente malcontento nei confronti di Saïed, che è presidente dal 2019. Si presentò per la prima volta alle elezioni come un politico populista e di rottura rispetto ai partiti tradizionali, ma le speranze che accompagnarono la sua vittoria vennero presto disilluse: con il pretesto di voler eliminare la corruzione e porre fine alla cattiva gestione del governo durante la pandemia da COVID-19, il 25 luglio del 2021 assunse poteri di emergenza. Depose il governo, sospese i lavori del parlamento e si attribuì tutti i poteri costituzionali.

– Leggi anche: È tornato l’autoritarismo in Tunisia

Da allora ha fatto leggi che hanno limitato la libertà di stampa e di espressione: solo nell’ultima settimana di giugno sono stati condannati al carcere un giornalista indipendente e due attiviste per i diritti umani, fra cui la 75enne Sihem Bensedrine, una delle più note del paese. Saïed ha anche isolato la Tunisia, per esempio rifiutando un prestito da quasi due miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale che poneva come condizione l’attuazione di riforme. Ha invece accettato aiuti economici dall’Unione Europea, in cambio dell’attuazione di misure per limitare le partenze di migranti dalle sue coste verso quelle europee. Da anni il governo tunisino cerca di scaricare sui migranti la responsabilità dei problemi economici del paese, e usa contro di loro una retorica violenta e discriminatoria.

La scorsa settimana, in occasione del quinto anniversario della svolta autoritaria di Saïed, c’erano state proteste nella capitale Tunisi contro i metodi autoritari di Saïed e le pessime condizioni dell’economia e delle infrastrutture del paese. Queste proteste si sono poi in parte sovrapposte a quelle contro i blackout: i manifestanti chiedono un cambio di governo e il rilascio dei prigionieri politici, e alcuni degli slogan più diffusi sono: «Il popolo ha fame e le prigioni sono piene» e «Niente luce, niente acqua, solo prigione e prezzi alti».

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