La posizione del governo italiano su Ceuta e sulla Spagna è cambiata in fretta
In pochi giorni ha criticato le politiche migratorie del governo di Pedro Sánchez, poi gli ha espresso solidarietà: perché?
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Martedì in un’intervista alla Verità il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha espresso solidarietà alla Spagna per la crisi migratoria nell’exclave spagnola di Ceuta, dove giovedì più di 50mila persone migranti erano entrate dal Marocco per poi tornare quasi tutte indietro in meno di un giorno. Nei giorni precedenti però il governo di Giorgia Meloni, di cui Piantedosi fa parte, aveva scelto un approccio del tutto diverso, molto critico e severo contro le politiche migratorie del primo ministro spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, al punto da ripristinare i controlli su navi e aerei in arrivo in Italia dalla Spagna. Cosa è cambiato?
In parte c’entra il fatto che la crisi sia rientrata in poco tempo, in parte che l’Italia sia rimasta essenzialmente da sola a sostenere la necessità dei controlli di frontiera.
Dopo che tutte quelle persone erano arrivate a Ceuta, venerdì Meloni aveva annunciato, un po’ impropriamente, una “sospensione” dell’accordo di Schengen. Aveva poi promosso una reazione europea con una lettera, firmata da altri 22 paesi membri, nella quale addossava alla Spagna la responsabilità della crisi. In particolare la accusava di aver attirato i migranti con una misura, approvata dal governo spagnolo qualche mese fa, per la regolarizzazione di quasi un milione di immigrati.
Fin da subito era stato abbastanza chiaro che la decisione del governo italiano sulla reintroduzione dei controlli avesse a che fare più che altro con un’opportunità politica. Ed era anche chiaro che non potesse avere molti effetti concreti. Il trattato di Schengen prevede già controlli speciali per le persone che entrano ed escono da Ceuta, comprese quelle che da lì vogliono raggiungere l’Europa continentale, e l’Italia non condivide confini di terra con la Spagna. Dopo che quasi tutti i migranti arrivati a Ceuta erano tornati in Marocco, è stato ancora più evidente che la misura fosse superflua.

Alcune delle persone migranti arrivate a Ceuta dal Marocco il 30 luglio del 2026 (AP Photo/Antonio Sempere)
Meloni ha approfittato della crisi di Ceuta per esprimere una posizione dura e intransigente sull’immigrazione irregolare, un tema al quale molti suoi elettori sono sensibili ma che negli scorsi mesi è stato di gran lunga dominato dal generale Roberto Vannacci, che di recente è uscito dalla Lega e ha fondato un proprio partito di destra radicale che sta acquisendo sempre maggiore consenso. Questo però ha innescato una crisi diplomatica con la Spagna, che ha risposto con fermezza al governo italiano.
Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, pur non citando direttamente l’Italia, ha parlato di una «confusione interessata» sulla crisi migratoria di Ceuta. Venerdì il ministero spagnolo ha fatto circolare tra gli ambasciatori dei paesi europei e tra i rappresentanti a Bruxelles un documento nel quale smontava molte accuse mosse da Meloni e dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani: spiegava come vengono fatti i controlli delle persone in ingresso e in uscita da Ceuta, confermava che nessuna persona entrata irregolarmente era partita per il continente e negava ogni legame causale tra la procedura straordinaria di regolarizzazione e l’arrivo dei migranti a Ceuta, che anche volendo non avrebbero potuto beneficiare della misura. Ceuta non si trova sulla penisola iberica, confina col Marocco.
Sánchez ha detto che la decisione del governo italiano era stata guidata da pregiudizi, interessi politici e fake news.
In questo scontro ha avuto un ruolo fondamentale Tajani, che già nelle prime ore dopo la crisi aveva detto su X di essere favorevole a chiudere lo spazio di libera circolazione con la Spagna, paese che aveva deciso di dare, secondo lui, «la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari». In realtà con il piano di regolarizzazione dei migranti il governo spagnolo non ha dato a nessuno la cittadinanza, ma solo permessi di soggiorno, con una sanatoria simile a quelle realizzate in passato anche dalla Germania, dalla Grecia e dall’Italia stessa. Albares ha definito il messaggio di Tajani «indegno di un ministro degli Esteri di un paese partner e amico».
Questi scambi sono maturati dopo altre ingerenze di Tajani nella politica interna spagnola, avvenute nelle settimane precedenti su questioni delicate e molto dibattute nell’opinione pubblica. In un’intervista del 21 luglio al quotidiano El Mundo, per esempio, Tajani aveva criticato l’amnistia decisa dal governo di Sánchez per i separatisti catalani, oltre alla sanatoria per le persone immigrate. Le intromissioni di Tajani sono anomale per una persona che dovrebbe stare a capo della diplomazia, e dipendono soprattutto dal rapporto molto stretto che lui ha con il Partito Popolare, di centrodestra, il principale partito di opposizione in Spagna. In pratica, Tajani stava facendo da sponda ai popolari contro i socialisti.
In questo clima molto teso sul piano politico, le parole più distensive nei confronti della Spagna sono arrivate da Piantedosi, che è considerato un ministro tecnico (seppur vicino alla Lega) del governo di Meloni. Piantedosi nella sua intervista ha detto che «nonostante le recenti uscite polemiche, va comunque espressa piena solidarietà alla Spagna», e che «l’Italia ha già detto di essere pronta a offrire il proprio supporto».
Ha usato toni più accomodanti anche martedì durante la riunione dei ministri dell’Interno dei 27 paesi dell’Unione Europea, convocata nei primi momenti della crisi da Italia e Danimarca per decidere come agire. È stata una riunione poco utile nel merito, visto che si è tenuta in un momento in cui l’emergenza era in gran parte rientrata, ma è comunque servita per riconsolidare, almeno formalmente, i legami tra i paesi dell’Unione, con una solidarietà unanime espressa alla Spagna anche da parte dei governi europei di destra e centrodestra che inizialmente l’avevano criticata.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ospite della trasmissione L’aria che tira su La7 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Piantedosi ha spiegato che la decisione del governo di ripristinare i controlli alle frontiere non era «in alcun modo» da intendersi come «una misura rivolta contro la Spagna o contro alcun altro partner». Va anche detto che Piantedosi non poteva allontanarsi troppo dal tono distensivo concordato con gli altri paesi Unione: le videoconferenze come quella di martedì sono di solito incontri con protocolli prestabiliti, in cui i ministri prendono la parola per il tempo necessario a dire la loro, per poi firmare un documento comune già concordato in precedenza.
Alla fine il governo italiano si è trovato isolato sulla decisione di ripristinare i controlli alle frontiere, che ora continua a difendere nonostante la sua sostanziale inutilità, nonostante le richieste di revoca arrivate dalla Spagna, e nonostante le ripercussioni interne che ci sono state: i sindacati di polizia si erano detti preoccupati per possibili carenze di personale dopo l’annuncio del ripristino dei controlli. La soluzione del governo è stata approvare un decreto-legge per assumere 500 nuovi agenti destinati a rafforzare i controlli alle frontiere.
Secondo La Stampa, il governo starebbe comunque cercando di eliminare la misura a breve, a metà agosto, per evitare che comprometta ulteriormente i rapporti con la Spagna, un paese con cui l’Italia condivide alcuni interessi, come la richiesta di maggiore flessibilità delle regole di bilancio nell’Unione Europea.



