Il cinema italiano comincia a parlare del problema di cui nessuno vuole parlare

E cioè che facciamo troppi film, rispetto a quanti ne vuole vedere il pubblico e ai cinema che ci sono

(Cecilia Fabiano/LaPresse)
(Cecilia Fabiano/LaPresse)
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Rivolgendosi a una platea di addetti ai lavori alle Giornate professionali di Riccione, un evento di settore, il direttore della società di distribuzione italiana 01 Distribution Luigi Lonigro ha detto che nel cinema italiano c’è un problema «che tutti conosciamo e di cui nessuno parla». In Italia si fanno sempre più film che vengono distribuiti al cinema, senza che ci siano abbastanza sale per proiettarli. Anche quest’anno, in cui gli incassi sono stati molto buoni anche per il cinema italiano, «il 75% dell’incasso è arrivato dai 5 titoli che hanno incassato di più» ha continuato Lonigro.

In realtà non è che non ne parli nessuno – “In Italia facciamo troppi film” è il titolo di un articolo del Post del 2024 – ma l’industria è effettivamente riluttante a riconoscere il problema: anche perché sono proprio aziende come 01 Distribution, la più grande società di distribuzione italiana e parte del gruppo Rai, che dovrebbero contrastare questo eccesso di offerta, e però non lo fanno.

Nel 2025 i film italiani (o a coproduzione internazionale a maggioranza italiana) distribuiti al cinema sono stati 462. Nel 2022, quando si cominciava a parlare del problema dell’eccesso di offerta, erano stati 251. In questi anni però il numero di schermi è rimasto più o meno lo stesso: dal 2011 al 2023 è aumentato del 7%, raggiungendo un totale di 3.500 schermi. È un numero che i distributori giudicano insufficiente e che causa un ricambio troppo veloce dei film. Per proiettarli i cinema cambiano programmazione con grande frequenza, e quindi ognuno ha poco tempo a disposizione per crescere, di fatto riducendo di molto le loro possibilità di incassare. In certi casi queste distribuzioni sono quasi pretestuose.

È un problema di cui risentono poco i film che incassano di più, sono semmai i più piccoli ad avere uno spazio sempre minore. Moltissimi vengono programmati al cinema per meno di due settimane o in qualche caso anche solo per alcuni giorni. Con questi tempi è impossibile fare incassi sensati e anche un buon passaparola o è immediato o non ha il tempo di influire. E più il numero dei film cresce, meno spazio c’è anche per la promozione, che si parli di cartellonistica, di inserzioni pubblicitarie in televisione o in radio, o in generale di attenzione del pubblico.

– Leggi anche: In Italia facciamo troppi film

Il problema è molto sentito specialmente per quanto riguarda i documentari e le commedie. I documentari sono la forma più economica di produzione, quindi per certi versi la più facile da fare, almeno se li si pensa con poche ambizioni. Anche per questo costituiscono il 47% dei 462 film italiani distribuiti nel 2025. Moltissimi di questi vengono distribuiti da aziende molto piccole, alle volte autonome e indipendenti. Inoltre i documentari sono anche il tipo di film che in assoluto incassa di meno.

Invece le commedie, che una volta erano una colonna portante del cinema italiano di medio budget, da anni hanno perso il loro pubblico. Come sia successo lo ha riassunto bene Massimiliano Orfei, presidente di un’altra distribuzione, Piperfilm, nel medesimo panel in cui aveva parlato Lonigro: il pubblico si è abituato a vederle sulle piattaforme, che ne offrono moltissime, e quindi non le va a vedere al cinema: «L’offerta gigantesca di produzioni italiane delle piattaforme si è concentrata proprio sulle commedie medie, quelle che non costano tanto e hanno un cast non grande ma dignitoso, e ora il pubblico le considera qualcosa “da casa”».

Poi queste commedie di medie dimensioni al cinema escono comunque, anche se incassano poco. Non è di per sé un problema per i bilanci dei singoli film, perché poi hanno una vita lunga e soddisfacente sulle piattaforme. In tantissimi casi infatti sono proprio soggetti come Netflix o Prime Video a finanziarle preacquistandole già nella fase di produzione. Sono progettate sostanzialmente per essere sfruttate direttamente dalle piattaforme, ma questi passaggi di poche settimane al cinema, con l’annessa promozione, ne aumentano il valore economico e il prestigio.

Secondo Orfei non ha senso combattere questa tendenza, semmai bisogna prenderne atto, e concentrarsi su meno uscite italiane al cinema ma più selezionate, con un reale potenziale: «La buona notizia è che gli incassi di questi ultimi due anni ci dicono che i film italiani che funzionano, funzionano davvero e possono gareggiare con quelli americani».

È una delle prime volte che all’interno dell’industria si parla seriamente di una riduzione dei film distribuiti con il fine di migliorare la vita in sala e la resa di quei pochi che invece hanno delle possibilità di guadagno. Se infatti le commedie di livello medio non sembrano più interessare il pubblico dei cinema, le commedie maggiori continuano ad andare molto bene. Non è una crisi del genere in sé, ma solo di una fascia di produzione. Molti dei grandi incassi italiani di questi anni infatti sono commedie: C’è ancora domani, Io sono la fine del mondo, La vita va così, Io e te dobbiamo parlare, Follemente, Diamanti.

Non tutti i distributori però concordano con le proposte di Orfei e Lonigro. Per esempio Laura Mirabella, responsabile marketing di Vision Distribution (un’altra delle società maggiori, quella che distribuì C’è ancora domani), sostiene che non bisogna rinunciare alle commedie e che «se sono ben scritte il pubblico le va a vedere». A Riccione ha insistito sul fatto che ci sono commedie piccole ma intelligenti che meritano di essere portate al cinema, parlando di un «dovere morale» dei distributori. «Altrimenti come facciamo a creare nuovi talenti e rinnovare il linguaggio?».

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Vision è una società parte del gruppo Sky, che pur non essendo una piattaforma è un canale televisivo a pagamento e ha interesse a promuovere commedie anche per il proprio palinsesto. Tra i film che Vision distribuirà prossimamente c’è infatti Il malloppo, una commedia dal budget medio con Diego Abatantuono, Max Angioni e soprattutto il Mago Forest. È un film che esiste per via della rinnovata popolarità del Mago Forest in seguito alle ultime stagioni dei programmi della Gialappa’s Band, che vanno in onda su Sky Uno e TV8 (sempre di proprietà di Sky). È quindi un personaggio dal successo televisivo e un suo film ha prima di tutto un senso televisivamente. Se poi sarà un successo anche al cinema si tratterà di una scoperta.

Oltre a Vision ci sono altre distribuzioni molto interessate alle commedie, come Medusa, che non ha commentato la questione se non concordando genericamente con l’esigenza di ridurre il numero di film distribuiti. Dopo che per qualche decennio è stata una delle società più ambiziose della distribuzione italiana, da diversi anni il listino Medusa è fatto unicamente di commedie, spesso di grande incasso. Nella scorsa annata hanno distribuito Buen camino con Checco Zalone, La vita va così con Diego Abatantuono e Virginia Raffaele, la commedia corale Cena di classe e per il 2026 hanno in programma un nuovo film di Ficarra e Picone, un nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, una commedia con Frank Matano e l’influencer Taylor Mega e Bentornati al Sud, sequel di Benvenuti al Sud.

Alle Giornate professionali alla fine non si è raggiunto nessun accordo né si è proposta una vera soluzione, ma nel cinema italiano è frequente che prima di qualche cambiamento concreto ci sia questo tipo di conversazioni. Al momento l’unica proposta concreta l’ha fatta sempre Lonigro di 01 Distribution: modificare la legge sul cinema in modo che i finanziamenti pubblici limitino certe produzioni. Potrebbe essere efficace ma è anche una maniera di spostare il problema, così che non debbano risolverlo le distribuzioni ma i film vengano fermati a monte.

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