Se sai cos’è la “sbobba AI”, la vedi dappertutto

Come l’esposizione allo stile dozzinale e ripetitivo di molti video fatti con l’intelligenza artificiale sta influenzando approcci comuni e gusto estetico

Un collage di presentazioni di video di “sbobba AI” su diversi canali YouTube e Pinterest
Un collage di presentazioni di video di “sbobba AI” su diversi canali YouTube e Pinterest
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Chi sa cos’è l’AI slop, traducibile come “sbobba”, “poltiglia” o “schifezza” fatta con l’intelligenza artificiale, la vede dappertutto. Chi non sa cosa sia la vede comunque, ma non la riconosce. Magari non ci pensa proprio, perché non si chiede da dove provengano tutte quelle immagini, grafiche e animazioni video sciatte, dozzinali e stilisticamente omogenee e ripetitive che ormai da anni circolano ogni giorno su YouTube, TikTok, Instagram, Facebook e altri social media, nelle chat WhatsApp con amici e parenti che si scambiano il buongiorno, o anche nelle pubblicità di prodotti ed eventi.

Ricercatori, giornalisti ed esperti di design e di cultura digitale si chiedono da tempo, e più intensamente da alcuni mesi, quali conseguenze possa avere sulle percezioni e sul gusto estetico delle persone l’esposizione continua a contenuti standardizzati e palesemente creati in serie con software di intelligenza artificiale che replicano o combinano stili noti, spesso violando diritti d’autore.

È un fenomeno difficile da misurare con precisione, ma estesissimo e trasversale, per cui è diventato del tutto normale, per esempio, che immagini nello stile dello Studio Ghibli create artificialmente circolino tanto sui profili social del vicino di casa quanto su quelli dei governi di grandi paesi. O che uno stile grafico utilizzato dal festival americano del Coachella per annunciare la lineup dei concerti sia poi replicato da un piccolo comune per comunicare il programma della sagra della porchetta. Senza che queste scelte siano percepite da chi le compie come pigre, pacchiane o di cattivo gusto.

Il discorso è complicato dal fatto che entrambi i poli della discussione sono in parte sfuggenti: non esiste una definizione universale di cosa sia il buon gusto, e nemmeno di cosa sia la “sbobba AI”.

Come ricostruito dal giornalista statunitense Ryan Broderick, tra i più importanti esperti di sottoculture digitali, l’espressione gergale di Internet AI slop cominciò a circolare in alcuni forum statunitensi nel 2024 prima di diffondersi sui giornali. Dal 2025 in poi è diventata centrale in un dibattito in cui viene usata principalmente per definire qualsiasi immagine o video breve di scarsa qualità fatto con l’AI e condiviso sulle piattaforme social: dalle immagini di Gesù Cristo composto di gamberetti ai video per bambini con Bombardiro Crocodrilo e i personaggi dell’“Italian brainrot”, o più di recente Bananito e altri ortaggi e frutti antropomorfi protagonisti di assurde e retrograde scenette da soap opera.

Dire che la sbobba AI sono video sciatti creati con l’AI è esatto ma incompleto, secondo Broderick, perché è una definizione che semplifica un fenomeno dei social media più complesso, che è in relazione con la sbobba: la progressiva riduzione della soglia dell’attenzione delle persone e i soldi che i creatori di contenuti online ricevono dalle piattaforme per creare tantissimi video in grado di attirarle e trattenerle per almeno 10, 20 secondi.

Certe caratteristiche estetiche della sbobba fatta con l’AI dipendono proprio dal fatto che contribuiscono a farle circolare di più sulle piattaforme. Chi produce quei contenuti quindi cerca di replicarle con qualche lieve differenza. Un ragazzo che per lavoro crea sbobba AI per un’azienda pubblicitaria aveva spiegato al New York Times che le caratteristiche che funzionano sono l’incoerenza narrativa, l’ambiguità e la confusione, perché inducono gli utenti a rivedere i video brevi, soprattutto quelli di 15 secondi o meno.

Anche usare rapidi cambi di scena e “staccare” quando l’ultimo interlocutore sta ancora parlando sono tecniche utili. In generale, tra i creatori professionisti di sbobba AI, produrre video il più possibile indistinguibili da quelli realizzati da esseri umani non è un obiettivo. Perché si è scoperto che i video che circolano di più non soddisfano affatto questo requisito di realismo: sono video palesemente fatti con l’AI.

Secondo un rapporto della società di produzione video Kapwing, circa il 59 per cento dei video mostrati nel feed di un account TikTok appena aperto è sbobba AI. E lo è il 57 per cento dei video di TikTok rivolti ai bambini. Molti di questi sono animazioni senza senso con personaggi famosi come i Muppet di Sesame Street o altri, ma in una loro versione posticcia e vagamente sinistra.

Tutte le principali aziende di social media stanno da tempo introducendo regole e strumenti per limitare la condivisione di sbobba AI sulle loro piattaforme e per rendere obbligatorio per gli utenti segnalare l’eventuale uso dell’AI. Non lo fanno per amore dell’autenticità dei contenuti, ma perché secondo diversi analisti i grandi inserzionisti che comprano spazi pubblicitari sulle piattaforme non hanno un sufficiente ritorno economico. E di conseguenza potrebbero avere meno interesse a investire grandi somme di denaro per promuoversi su piattaforme piene di video in cui la frutta parla e gli esseri umani hanno sette dita.

Il problema è che nel frattempo gli utenti dei social, cioè una parte significativa dell’umanità, si sono abituati alla ripetitività e allo stile dell’AI generativa come a una specie di rumore di fondo. Un certo approccio pigro e sciatto che la contraddistingue è diventato mainstream nella produzione di contenuti di qualsiasi tipo, non soltanto per i bambini e non soltanto sui social media, ma anche in spot televisivi, finti trailer e video musicali, nella musica e nei videogiochi.

«Uno strato di sbobba AI tangibile, palpabile e inevitabile si è incrostato nella cultura pop e in gran parte della vita moderna», scriveva già a novembre del 2025 il giornalista statunitense Brian Merchant, autore del libro sulle origini del luddismo Sangue nelle macchine (e a febbraio ospite del podcast Globo).

Secondo Merchant la caratteristica della sbobba AI è «una vaga e sgradevole omogeneità estetica», che suscita nelle persone perlopiù desensibilizzazione, disorientamento e «una stanca incapacità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è». È come se gli utenti rinunciassero a porsi la domanda e si limitassero «a valutare la credibilità di singole parti in una marea di mediocrità automatizzate».

Delle possibili ripercussioni di questo utilizzo dell’AI sul gusto estetico generale si è occupato anche Alexandre Declos, ricercatore dell’università di Neuchâtel, in Svizzera, in un articolo uscito ad aprile sulla rivista The Journal of Aesthetics and Art Criticism. Ha scritto del rischio di omogeneizzazione dei gusti, dovuto agli effetti di un «pregiudizio estetico» interno ai sistemi di AI, cioè la loro tendenza a favorire particolari stili visivi, modalità di rappresentazione o convenzioni artistiche.

Alcuni esempi che cita sono i panorami stereotipati e pittoreschi, da sfondo del desktop, prodotti dai modelli di AI alla richiesta di generare un paesaggio. O le immagini patinate da catalogo IKEA alla richiesta di generare un soggiorno. O, in generale, le immagini in cui tutto sembra inscenato, in posa o inquadrato con strumenti professionali, mai ordinario o non fotogenico, che si tratti di una persona, una città o un giardino. È come se l’AI avesse una tendenza predefinita a estetizzare e spettacolarizzare il mondo, ha commentato Declos.

Risultati del prompt «una persona» su Dall-E 3, Stable Diffusion e Leonardo.AI (The Journal of Aesthetics and Art Criticism, 2026)

Secondo Declos i pregiudizi estetici riguardano anche altri aspetti più tecnici, come un certo tipo di illuminazione, contrasto elevato e saturazione del colore delle immagini, o il gusto per le composizioni simmetriche o da fotografi professionisti: tutte caratteristiche probabilmente dovute alla sovrabbondanza di immagini pubblicitarie e selfie di Instagram usati come dati di addestramento dei vari modelli di AI.

Tra gli aspetti più riconoscibili dell’estetica dell’AI Declos cita infine il cosiddetto «kitsch algoritmico», molto vicino al concetto di sbobba AI: un certo tipo molto comune di immagini svenevoli, superficiali e ripetitive prodotte dai modelli di AI generativa di fronte ad alcune richieste. «Se ammettiamo che la prevedibilità e la replicabilità siano componenti centrali del kitsch, allora i modelli di intelligenza artificiale incarnano una tendenza intrinseca al kitsch, in virtù della loro stessa progettazione».

Risultati del prompt «gattini» su Dall-E 3, Stable Diffusion e Leonardo.AI (The Journal of Aesthetics and Art Criticism, 2026)

Risultati del prompt «gattini» su Dall-E 3, Stable Diffusion e Leonardo.AI (The Journal of Aesthetics and Art Criticism, 2026)

Queste caratteristiche progettuali dell’AI generativa rendono i suoi risultati, o perlomeno quelli generati per impostazione predefinita, strutturalmente kitsch e inevitabilmente incompatibili con l’idea di buon gusto. Perché il buon gusto non è qualcosa di facilmente riproducibile: dipende in gran parte dal contesto, e ciò che le AI generative sono invece bravissime a fare è decontestualizzare e combinare stili, sensibilità e approcci esistenti.

«Il gusto standardizzato è per definizione cattivo gusto, perché il gusto è per definizione relazionale e relativo. Non si può semplicemente clonare un’idea di buon gusto in una determinata situazione e spacciarla per buon gusto», ha detto al New York Times la direttrice creativa statunitense Emily Segal.

Come forma di reazione all’estetica dilagante dell’AI e all’omogeneizzazione dei gusti, diversi artisti affermati stanno cercando di adottare nelle loro produzioni uno stile volutamente semplificato e, in un certo senso, più personale e imperfetto. In un recente articolo il Guardian ha citato come esempio le copertine di alcune recenti riedizioni dei libri dello scrittore cileno Roberto Bolaño, pubblicati dall’editore inglese Picador. Le ha disegnate il fotografo e designer statunitense Michael Schmelling.

Le copertine disegnate dall’artista Michael Schmelling per le edizioni inglesi di tre libri di Roberto Bolaño (Un romanzetto lumpen, Notturno cileno e una raccolta di racconti) ripubblicati dall’editore Picador tra il 2024 e il 2025

Le copertine disegnate dall’artista Michael Schmelling per le edizioni inglesi di tre libri di Roberto Bolaño (Un romanzetto lumpen, Notturno cileno e una raccolta di racconti) ripubblicati dall’editore Picador tra il 2024 e il 2025

Hanno un aspetto grezzo, sembrano scarabocchi ai margini di un quaderno di scuola, o schizzi buttati giù come prove di tatuaggi (infatti Schmelling ha collaborato con un tatuatore, Mike Adams). Magari sembrano anche sciatte, ma di una sciatteria consapevole, diversa da quella della sbobba AI. E forse, come scrive il Guardian, «è proprio questo il punto: l’intelligenza artificiale non lo farebbe mai». Il che non impedisce che qualcuno domani possa usarla per replicare artificialmente lo stesso stile, privandolo però del contesto e, insieme al contesto, di qualsiasi eventuale traccia di buon gusto.