Dall’ultima grande novità del rock statunitense all’autotune

A 25 anni da “Is This It”, gli Strokes sono tornati con un disco che per certi versi è agli antipodi

Gli Strokes ai premi BRIT Awards, nel 2002 (JM Enternational/Getty)
Gli Strokes ai premi BRIT Awards, nel 2002 (JM Enternational/Getty)
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Reality Awaits, l’ultimo album degli Strokes, è uscito pochi giorni prima del venticinquesimo anniversario del loro disco di debutto, quello che rese la band di Julian Casablancas una delle più importanti e rappresentative del rock degli anni Duemila: Is This It, pubblicato il 30 luglio 2001.

Gli Strokes non pubblicavano nuova musica da 6 anni, e critici e fan si aspettavano un loro ritorno “in vecchio stile”: e quindi con un album minimale, sporco e volutamente lo-fi, registrato cioè con mezzi essenziali e una resa sonora rudimentale, proprio come  fu Is This It un quarto di secolo fa. Alla fine però hanno avuto l’opposto: e cioè un disco con una produzione molto patinata e pieno di soluzioni lontane dal rock che li aveva definiti finora, in particolare per via di un utilizzo dell’autotune particolarmente massiccio.

La voce di Casablancas, col suo timbro morbido e leggermente nasale, tipicamente svogliata e spesso distorta con effetti analogici da chitarra, è sempre stata una delle caratteristiche identitarie degli Strokes. Per Reality Awaits invece è stata processata con un software che ne aggiusta digitalmente l’intonazione, come succede per esempio nella musica trap, anche se in modo più leggero.

Una parte di critica ha apprezzato Reality Awaits, considerandolo come una specie di “manifesto” con cui gli Strokes hanno provato a smarcarsi dalla loro immagine di gruppo nostalgico e convenzionale, ancorato all’estetica e al suono del rock degli anni Settanta e poco disposto a rinnovarsi. Altri lo hanno descritto come un tentativo maldestro e poco studiato di proporre qualcosa di nuovo.

Gli Strokes nel 2001 (KMazur/WireImage)

Is This It è considerato ancora oggi il punto più alto della discografia degli Strokes, che da quel momento in poi furono frequentemente descritti come la nuova “next big thing” (un’espressione usata per chi sembra sul punto di sfondare e occupare classifiche e conversazioni per anni) della musica statunitense. Un ruolo che qualche anno dopo avrebbe trovato un corrispettivo dall’altra parte dell’oceano negli Arctic Monkeys, la cui musica risentì fin dall’inizio proprio della forte influenza di Is This It. Ma gli Strokes furono un riferimento per decine di band associate alla scena indie rock di quel decennio, come Killers, Franz Ferdinand e Kooks.

Prima di pubblicare Is This It, gli Strokes erano già un gruppo conosciuto a New York. Si erano formati nel 1998 dall’incontro tra il cantante Julian Casablancas, il chitarrista Nick Valensi e il batterista Fabrizio Moretti, a cui poi si unirono il bassista Nikolai Fraiture e Albert Hammond Jr., il secondo chitarrista.

Si distinsero dalle altre band emergenti di New York riprendendo e attualizzando in modo convincente il suono dei più importanti gruppi post punk newyorkesi degli anni Settanta, come Velvet Underground, Stooges e Television. Per l’immagine si rifecero invece all’estetica delle band Mod britanniche, soprattutto Yardbirds e Who. Dopo un paio di anni senza grandi risultati, furono scoperti da un talent scout del Mercury Lounge, famoso locale di musica dal vivo del Lower East Side, che ascoltò un loro demo e li invitò a suonare. In pochi mesi diventarono una presenza fissa anche allo Spiral, un locale di Manhattan molto frequentato dalla stampa specializzata, che cominciò a parlare bene di loro e dei loro concerti dal vivo, sempre molto energici e trascinanti.

Il loro primo EP The Modern Age fu notato dalle riviste britanniche e li rese immediatamente famosi in Inghilterra, dove ottennero fin da subito una fama pari se non addirittura superiore a quella che avevano negli Stati Uniti. The Modern Age fu infatti pubblicato dalla Rough Trade Records, un’etichetta londinese, che decise poi di farli debuttare con un album in studio vero e proprio.

La produzione di Is This It fu affidata a Gordon Raphael, che decise di interferire il meno possibile nelle registrazioni per provare a catturare il vero suono degli Strokes, quello che tiravano fuori durante i concerti. Le protagoniste del disco sono le chitarre di Valensi e Hammond, che rivelarono fin da subito una grande alchimia. Anziché alternarsi nella classica divisione tra chitarra ritmica e solista decisero di suonare linee melodiche molto simili o complementari, spesso all’unisono o a distanza di un’ottava (la distanza più breve tra due note uguali), intrecciandosi come se fossero un’unica voce raddoppiata.

Il risultato fu molto convincente: tirarono fuori riff melodici, orecchiabili e che entravano in testa facilmente, come quelli di “The Modern Age”, “Someday”, “Last Nite” e “New York City Cops”. Le chitarre di Valensi e Hammond si incastravano benissimo con la voce ruvida di Casablancas e anche con i suoi testi, che parlavano di disagio giovanile, relazioni sentimentali complicate e vita notturna a New York, altra ragione per cui fu molto paragonato a Lou Reed.

Gli Strokes in concerto a Indo, in California, nel 2002 (Gregory Bojorquez/Getty)

Is This It ottenne recensioni molto positive. Ryan Schreiber di Pitchfork apprezzò la rudimentale produzione di Raphael e l’attitudine degli Strokes, soprattutto la loro volontà di non inseguire le mode del rock perlopiù artificioso e prevedibile di quegli anni: «le loro influenze sono così saldamente radicate nella tradizione post-punk che sembra che gli ultimi due decenni non siano mai esistiti», scrisse.

Gli Strokes ottennero la consacrazione due anni dopo con il loro secondo album, Room on Fire: fu trainato da “Reptilia”, la loro canzone più nota e una delle più rappresentative del rock degli anni Duemila. Ebbe un ottimo successo anche il successivo First Impressions of Earth (2005), quello di “You Only Live Once”. Poi negli anni Dieci del Duemila, un po’ come la musica rock in generale, cominciarono a perdere rilevanza culturale.

Casablancas rimase comunque molto attivo, prima collaborando con i Daft Punk per “Instant Crush”, una delle canzoni più famose del loro pluripremiato album Random Access Memories, e poi fondando un altro gruppo, i Voidz, più psichedelici e sperimentali.

Gli Strokes avevano già fatto un loro ritorno quando nel 2020 pubblicarono The New Abnormal, un disco simile come suoni e spirito a quelli degli anni Duemila, che andò alla grande. Ebbe un grande successo sia di critica sia di ascolti, e soprattutto li fece scoprire ai ventenni, che abbracciarono il loro stile – quello a cui ci si riferisce con “indie sleaze” – e resero alcune canzoni, come “The Adults Are Talking”, dei tormentoni su TikTok.

Ma Reality Awaits è stata un’operazione molto diversa, e anche per la concomitanza con l’anniversario è stato paragonato a Is This It. Il critico di NME Rhian Daly ha scritto per esempio che negli ultimi venticinque anni il disco di esordio degli Strokes è diventato «un’arma a doppio taglio» per la band, il termine di paragone di qualsiasi loro nuovo lavoro. Ma è «un parametro che tiene ben poco conto dell’evoluzione o della crescita», e che spinge a liquidare sbrigativamente ogni novità apportata alla loro musica come un manierismo superfluo. «Gli Strokes non sono più la band che ha inciso il loro primo disco molto tempo fa. E non è un male» ha aggiunto Daly, uno di quelli a cui Reality Awaits è piaciuto.

Lo ha apprezzato anche Ryan Reed di Paste Magazine, che ha lodato la volontà degli Strokes di non assecondare le aspettative dei fan. «Probabilmente gli Strokes non si libereranno mai critici che ancora sbavano all’idea di un nuovo Is This It . Un plauso per aver resistito alla tentazione».

Lewie Parkinson-Jones di Slant Magazine ha definito invece Reality Awaits «un disco con l’autotune e l’autopilota» e «uno sforzo frettoloso da parte di una band capace di molto di più», ritenendo incomprensibile soprattutto l’approccio di Casablancas, che a suo dire avrebbe potuto realizzare un disco così spiazzante con i Voidz, e non con gli Strokes.