Ci siamo mezzi salvati dall’inflazione?
Finora non c'è stato l'aumento dei prezzi che si pensava sarebbe arrivato con la guerra in Medio Oriente: finora, appunto
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A luglio nei paesi dell’Eurozona l’inflazione è rimasta poco sotto il 3 per cento e in Italia è persino scesa per il secondo mese di fila. Sono dati tutto sommato positivi, che solo qualche mese fa sarebbero sembrati irrealistici per le conseguenze che la guerra in Medio Oriente avrebbe dovuto avere sull’economia, in particolare sul costo della vita, secondo molte previsioni.
La guerra è ancora in corso, i negoziati tra Stati Uniti e Iran non hanno portato da nessuna parte e lo stretto di Hormuz resta chiuso, con il commercio di petrolio e gas naturale bloccato. Per ora però gli scenari peggiori, quelli di un grande aumento dei prezzi e di una recessione, non si sono realizzati. Le ragioni sono diverse.
Innanzitutto il prezzo del petrolio e del gas naturale è aumentato molto meno di quanto avrebbe potuto fare vista la dimensione epocale di questa crisi, per due motivi.
Il primo è che le riserve di petrolio e carburante hanno attutito il colpo (di gas invece non esistono riserve ma solo stoccaggi che vengono riempiti in vista dell’inverno). A marzo i paesi membri dell’AIE (Agenzia internazionale dell’energia) avevano stabilito il rilascio di circa 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, il più grande di sempre. Le riserve strategiche di petrolio sono scorte che i paesi tengono proprio per i momenti in cui rischia di non essercene a sufficienza.
Il secondo motivo è che in questi mesi la Cina ha ridotto decisamente e bruscamente le importazioni di petrolio, contribuendo a ridurre le conseguenze della guerra sull’economia globale: con un’economia così grande ed energivora, se la Cina si fosse comportata come i paesi avanzati, che invece non hanno ridotto né i consumi né gli acquisti, la carenza di petrolio sul mercato sarebbe stata più forte e il prezzo sarebbe salito molto di più. Invece ha ridotto consumi e importazioni, non si sa bene come, per un ammontare pari a circa due terzi della carenza di petrolio, che quindi è stata meno grave del previsto.
A questo si aggiunge che l’Unione Europea e l’Italia, al contrario dei paesi asiatici, non dipendevano molto dall’energia venduta dai paesi del Golfo, che sono tra i più grandi produttori di petrolio e gas naturale al mondo.
Da qui importavano relativamente poco petrolio, ma una quota non irrilevante di gas naturale. Il gas naturale è una materia prima essenziale per l’economia, e serve per produrre elettricità, per diversi usi industriali e per il riscaldamento. L’Unione Europea nel 2025 aveva importato dai paesi del Golfo, principalmente dal Qatar, il 3,8 per cento del suo fabbisogno; le cose sono più serie per l’Italia, che dal Qatar ne importava il 10 per cento e infatti il governo si è mosso per cercare fornitori alternativi. Non sono percentuali trascurabili, il problema del gas non è minimamente risolto e probabilmente farà sentire i suoi effetti in bolletta con l’arrivo dell’inverno.

Un supermercato con le luci spente per ridurre i consumi, a Roma, ad agosto 2022 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
Non è comunque una dipendenza paragonabile a quella del 2022, quando per la guerra in Ucraina i paesi europei dovettero trovare fornitori alternativi per il 40 per cento del loro fabbisogno di gas, quello che prima compravano dalla Russia soprattutto tramite gasdotti. Il rischio di rimanere senza portò a un aumento enorme del prezzo del gas, con un rincaro dell’energia e delle bollette con cui facciamo i conti ancora oggi. Allora il prezzo del gas arrivò anche a superare i 300 euro al megawattora, mentre nelle scorse settimane il massimo è stato intorno ai 60.
Nel 2022 l’inflazione mensile, che misura l’aumento dei prezzi rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, arrivò nei momenti di massimo picco a superare il 10 per cento in autunno, sia nei paesi dell’euro che in Italia. I dati di luglio mostrano invece che nell’Eurozona l’inflazione è ora al 2,9 per cento, in lieve aumento ma in calo rispetto alle prime settimane di guerra; in Italia è stata del 2,8 per cento, 0,2 punti percentuali in meno rispetto a giugno.
Una precisazione: se l’inflazione è in calo non significa che il costo della vita stia scendendo. L’inflazione misura la variazione del livello generale dei prezzi, che scendono solo se l’inflazione diventa negativa, e in quel caso si tratta di deflazione. Finché l’inflazione rimane sopra lo zero significa che i prezzi continuano ad aumentare, ma se si riduce vuol dire che però lo stanno facendo meno, più lentamente rispetto al passato.
Sebbene in calo, l’inflazione è comunque superiore rispetto a quanto si auspica di solito. Gli economisti ritengono accettabile un aumento del livello dei prezzi intorno al 2 per cento, cioè coerente con un’economia che cresce tanto da stimolare un po’ i prezzi ma non troppo da mettere in difficoltà consumatori e imprese.
In ogni caso oggi la situazione è molto migliore del 2022 anche perché allora l’inflazione fu il risultato di due crisi combinate: la crisi degli approvvigionamenti provocata dalla pandemia e la crisi energetica provocata dall’invasione dell’Ucraina. Quando cominciarono ad aumentare i prezzi dell’energia, i prezzi generali stavano già aumentando da oltre un anno, e le due crisi si sommarono e si peggiorarono a vicenda.
Ora l’inflazione dipende quasi esclusivamente dall’aumento del prezzo dell’energia. Si vede dall’inflazione di fondo, cioè la variazione dei prezzi che si ottiene escludendo i prezzi delle componenti più volatili e imprevedibili, cioè il cibo e per l’appunto l’energia. A luglio in Italia l’inflazione di fondo è rimasta stabile rispetto a giugno, all’1,6 per cento su base annua, e bassa rispetto ai grandi picchi del 2022 e 2023. Nell’Eurozona è stata del 2,2 per cento, un po’ più alta ma comunque stabile.
È un dato importante perché può mostrare se i rincari dell’energia si sono già trasmessi agli altri settori, che a loro volta hanno cominciato ad aumentare i prezzi. Ci dice in sostanza quanto ci dobbiamo preoccupare della persistenza di questo aumento dei prezzi: l’idea è che se l’inflazione dipende solo dall’energia, allora basta che la guerra finisca, i commerci di petrolio e gas naturale riprendano e tutto torna come prima. Se invece cominciano ad aumentare anche i prezzi degli altri settori serviranno tempo e misure straordinarie per fermarli, come l’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali.
Non è detto che i rincari dei prezzi dell’energia non si trasmetteranno al resto dell’economia. Quello che sappiamo è che non è successo, ancora. La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha detto recentemente che l’economia non è fuori pericolo perché le conseguenze della guerra in Medio Oriente potrebbero ancora doversi dispiegare del tutto. In via preventiva, la BCE ha già aumentato una volta i tassi di interesse.
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