Un bambino palestinese ucciso con nonchalance
Sam Abu Haikal aveva sette mesi: a giugno un soldato israeliano ha sparato contro l'auto della sua famiglia a Hebron
di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi, da Hebron (Cisgiordania)
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(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
La sera di venerdì 5 giugno a Hebron, in Cisgiordania, un soldato israeliano ha ucciso con un colpo di fucile Sam Abu Haikal, un bambino che quel giorno compiva sette mesi.
Il padre Fahed Abu Haikal, un docente universitario di 42 anni che vive a Betlemme, stava accompagnando a casa sua madre a Hebron. In macchina erano in cinque. Lui, la madre, sua moglie Dania Salameh e i due figli. «All’improvviso ho visto quattro coloni a piedi per strada, in un’area palestinese, sotto il controllo dell’Autorità palestinese. Uno di loro era più indietro rispetto agli altri, sulla corsia di sinistra. Ho fermato la macchina, lui ha alzato il fucile e ha sparato direttamente contro l’auto. Due colpi. Il primo ha colpito il parabrezza, si è spezzato e i frammenti hanno colpito tre di noi che eravamo in macchina. Il secondo ha colpito il cofano del motore», racconta.
I militari israeliani hanno fucili d’ordinanza che sparano un proiettile calibro 5,56 millimetri, pensato per combattimenti contro nemici a una distanza compresa tra i 100 e i 300 metri. Il proiettile viaggia a 700 metri al secondo. Se colpisce a distanza ravvicinata può spezzarsi in frammenti che diventano come proiettili secondari e più piccoli.

Fahed Abu Haikal e sua moglie Dania Salameh, Betlemme, 8 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
«Poi se ne sono andati. Non ci hanno soccorso, non hanno fatto nulla. Sono spariti. Ho guardato la mia famiglia. Ho visto Sam. Un frammento lo aveva colpito alla testa dal lato destro e poi era uscito dal lato sinistro ed era entrato nel petto di sua madre. Ancora oggi nel suo petto sono rimasti due frammenti. Un altro frammento aveva colpito lei sulla guancia destra ed era uscito da dietro l’orecchio. Anche io sono stato colpito da un frammento, al polso», continua. «Ho fermato un’auto, sono andato in ospedale con mio figlio e mia moglie. Dopo tre ore mi hanno detto che era morto».
«Alle 22:40, l’ultima volta che l’ho tenuto in braccio, la sua temperatura stava scendendo. Senti che hai perso tantissime cose in quell’istante. Forse hai già sentito parlare dell’espressione: sentire un corpo che si raffredda. Ma quando lo senti davvero nelle tue mani, in quel momento capisci che cosa significa. Non è facile spiegare le emozioni. Non esistono parole che possano descriverle», aggiunge Fahed.
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Alla domanda se fossero coloni o soldati israeliani, il padre risponde: «Puoi chiamarli coloni o soldati perché non c’è differenza. Nello stesso giorno possono essere coloni e soldati. Cambia soltanto che si mettono l’uniforme, ma hanno la stessa aggressività e faranno le stesse cose».
Dieci minuti dopo l’uccisione di Sam, i soldati israeliani sono tornati sul posto, hanno preso le schede di memoria di tutte le telecamere che inquadravano quel tratto di strada. Hanno anche requisito l’auto di Fahed, che è tuttora sequestrata.
«La prima cosa che l’esercito israeliano ha detto è che si è trattato di un errore. Ma loro sono soldati, non sono bambini per strada. Hanno le armi e possono controllarsi. Sanno quando sparare e quando non sparare. La seconda cosa che hanno detto è che io stavo accelerando e che li stavo minacciando e il soldato si è sentito in pericolo», continua Fahed.
Siamo andati sul luogo dell’uccisione a Hebron, alla stessa ora. La strada è trafficata e in salita. Il passaggio di auto è una cosa normale. In mezzo alle due corsie c’è uno spartitraffico di cemento che non può essere saltato dalle auto. Il soldato era a sinistra andando in salita. Vicino a lui c’era il cordolo spartitraffico, lui era in una delle rare aperture lasciate nel cordolo per permettere alle auto di svoltare, cosa che l’auto di Fahed non stava facendo.
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L’esatto luogo in cui la famiglia di Fahed Abu Haikal è stata colpita a fucilate, Hebron, Palestina, 8 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Le telecamere di sorveglianza che inquadrano la strada, Hebron, Palestina, 8 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Ci sono due video accorpati in uno solo, girati con i telefoni da qualcuno da dietro alle finestre sulla strada, e che per questo non sono stati sequestrati. In sintesi: un’auto con cinque persone a bordo stava percorrendo una strada di passaggio in salita e un soldato a piedi, più in alto e a due passi dal cordolo spartitraffico, l’ha colpita con due fucilate.
Gli atti di violenza contro i palestinesi in Cisgiordania appartengono a due categorie generiche. Ci sono atti di violenza pianificati in anticipo: i coloni che vanno a bruciare una moschea a volto coperto, ne imbrattano i muri e sono pronti a picchiare chi trovano sulla loro strada, come è successo in questi giorni.
E poi ci sono atti di violenza che nascono sul momento, ma sono il risultato di convinzioni radicate tra gli israeliani che li commettono in Cisgiordania. Che il comportamento da tenere verso i palestinesi debba essere sempre intimidatorio, ostile e punitivo, in qualche caso letale. Che sia un comportamento normale. E anche che non ci saranno mai conseguenze.
Il risultato di questo modello di comportamento è un tipo di violenza casuale e istantanea, che avviene con nonchalance e a volte finisce nelle immagini delle telecamere di sorveglianza: il blindato dell’esercito israeliano che passa e travolge un banco della frutta oppure il soldato che getta una granata assordante dentro a una macchina.
Fahed dice che ci sono state altre uccisioni senza motivo. Se si allarga lo sguardo, anche l’uccisione di suo figlio Sam «è soltanto una piccola parte del quadro molto più grande di quello che sta succedendo adesso». Non vuole parlare di politica perché potrebbe complicare il suo caso che in questo momento è nelle mani di un avvocato, ma dice che «l’oppressione non dura per sempre. La violenza non dura per sempre. Il crimine non dura per sempre. Questo è il punto».

Una bandiera israeliana lungo l’autostrada 60, che attraversa da nord a sud la Cisgiordania, 10 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Dice però che la violenza continua in Cisgiordania sta avendo sui palestinesi l’effetto di una droga, nel senso che si stanno assuefacendo. «Dopo che hanno spostato la mia macchina, la vita nelle strade di Hebron è tornata subito alla normalità. In passato non sarebbe successo così. Ci sarebbe stato uno sciopero, una grande protesta, degli scontri, oppure almeno la gente avrebbe chiuso i negozi e avrebbe mostrato il proprio dolore», commenta. «Ho la sensazione che la gente sia stata anestetizzata e consideri questa vita normale. Ma non è normale».
Il padre spiega che il caso ha avuto una risonanza diversa sui media e li divide in tre categorie. I media internazionali se ne sono occupati e hanno dato grande risalto all’uccisione del figlio, in qualche caso hanno anche fatto indagini. I media arabi se ne sono occupati in modo più sbrigativo, se uno non fosse stato attento quasi non l’avrebbe saputo. Infine i media palestinesi: non se ne sono occupati, come se il caso di Sam non fosse successo, perché non sono liberi e hanno paura di ritorsioni.
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