La polizia usa troppi lacrimogeni, e male
Vengono spesso sparati ad altezza delle persone, da vicino e in spazi stretti, come alla manifestazione per Abderrahim Fakir a Bologna
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Il 20 luglio a Bologna c’è stata una manifestazione per Abderrahim Fakir, l’uomo morto mentre due agenti di polizia lo stavano immobilizzando a terra. La protesta è stata largamente pacifica, ma è finita con alcuni manifestanti che si sono scontrati con la polizia: hanno dato fuoco a tre auto e distrutto vetrine, cassonetti e biciclette. La polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni e getti d’acqua contro il corteo, dove c’erano anche bambini e persone anziane, generando panico in uno spazio angusto e con poche vie di fuga.
I lacrimogeni sono stati sparati anche ad altezza delle persone, e non verso l’alto, con una traiettoria ad arco, come prevedono i manuali di utilizzo. La polizia ha così violato le norme nazionali e internazionali che regolano l’uso dei lacrimogeni, armi chimiche irritanti che vengono usate per neutralizzare temporaneamente le persone, causando lacrimazione, bruciore agli occhi e difficoltà respiratorie. Sono spesso impiegate in situazioni molto affollate per disperdere le persone, come le manifestazioni.
In Italia i gas lacrimogeni sono in dotazione alle forze dell’ordine dal 1991, quando il decreto 359 del presidente della Repubblica (che all’epoca era Francesco Cossiga) li inserì tra i cosiddetti “artifici sfollagente”, ossia gli strumenti che servono alla polizia per disperdere gli assembramenti di persone. La Convenzione sulle armi chimiche, il principale trattato internazionale sull’uso delle armi chimiche (intese come armi che usano le proprietà tossiche di alcune sostanze per funzionare), comprende anche i lacrimogeni: sono vietati in zone di guerra, ma è permesso usarli nei singoli paesi per il controllo dell’ordine pubblico.
Tra le armi chimiche i gas lacrimogeni sono classificati come “meno letali”, perché non sono progettati per uccidere. Possono comunque causare la morte di una persona: già nel 2004 l’Organizzazione mondiale della sanità segnalava che possono essere mortali se una persona viene esposta a una grande quantità di lacrimogeni in uno spazio ridotto e chiuso.
Il gas più diffuso, in Italia e al mondo, è il CS (il nome chimico è orto-cloro-benziliden-malononitrile): l’acronimo viene dai cognomi dei suoi inventori, Ben Corson e Roger Stoughton, che lo sintetizzarono nel 1928.
Ci sono diversi studi scientifici che mostrano che il gas CS è tossico, e può avere effetti gravi, in particolare se inalato in grandi quantità. Anche a bassa concentrazione, però, i lacrimogeni irritano la pelle, gli occhi, i polmoni e l’intestino, e in soggetti fragili (come bambini, persone anziane o con patologie) possono avere conseguenze anche peggiori. L’esposizione prolungata a grandi quantità di gas CS – come quella che si verifica quando ci si trova in uno spazio confinato – può provocare danni ai polmoni anche a lungo termine.
La manifestazione del 20 luglio a Bologna non è la prima in cui i lacrimogeni vengono sparati addosso alle persone: a Torino il 24 maggio, durante i disordini prima del derby Torino-Juventus, sono stati sparati in pochi minuti circa 150 lacrimogeni. Un uomo di 36 anni, Marco Basoccu, è stato colpito alla testa: è rimasto in coma per diversi giorni e ha subìto un intervento alla calotta cranica. Secondo la procura di Torino, che sta indagando sul caso, il lacrimogeno sarebbe stato sparato da un agente «in maniera non conforme alle modalità previste»: cioè a una distanza troppo ravvicinata, che non ha permesso che si aprisse correttamente e ha fatto in modo che l’involucro di acciaio colpisse Basoccu diventando un «corpo contundente ad alta velocità».
Lo scorso 2 ottobre, sempre a Bologna, durante una manifestazione per la Palestina una donna di 33 anni ha perso la vista da un occhio perché è stata colpita da un lacrimogeno lanciato ad altezza persona. Oggi si fa chiamare Lince e ha lanciato la campagna “Lince – Occhi sugli abusi”, che ha ricevuto decine di segnalazioni di persone che dicono di aver subìto violenze da parte della polizia. Tra queste, alcune raccontano di essere state colpite da lacrimogeni sparati troppo in basso.
Oltre ai casi in cui i candelotti dei lacrimogeni hanno colpito qualcuno, ci sono state diverse manifestazioni in cui la polizia ha lanciato una quantità massiccia di lacrimogeni. È successo per esempio il 14 ottobre del 2025 a Udine, in occasione della partita di calcio Italia-Israele, quando la questura ha detto di averne utilizzati circa 150.
A Torino il 18 dicembre, dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna, i gas sono stati usati anche nei pressi di un ospedale.
Negli ultimi mesi molti gruppi e associazioni hanno segnalato un aumento della repressione delle manifestazioni da parte delle forze dell’ordine: lo associano ai molti provvedimenti sulla sicurezza approvati dal governo, diversi dei quali introducono sanzioni e altri strumenti di controllo verso chi protesta. Nessuno parla esplicitamente dell’uso dei lacrimogeni, ma chi fa monitoraggio sul campo e raccoglie testimonianze dice di aver notato che vengono usati con sempre più frequenza e disinvoltura.
«Non sono incidenti, ma il sintomo di una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata all’uso della forza», dice Italo Di Sabato, coordinatore nazionale dell’Osservatorio repressione, un’associazione nata nel 2007 per mettere insieme dati e documenti, promuovere ricerche e fare sensibilizzazione sulla repressione delle proteste in Italia, e sugli abusi della polizia. «Il conflitto sociale viene affrontato come una questione di sicurezza, e non come un diritto costituzionale da garantire».

Manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, 31 gennaio 2026 (Michele Lapini/Reuters)
Ma la questione dell’uso eccessivo dei lacrimogeni esiste da tempo: nel 2001, nei quattro giorni del G8 di Genova, vennero sparati contro i manifestanti circa 6.200 lacrimogeni, più di 1.500 al giorno. Nel 2011 un ragazzo di 16 anni, Yuri Justesen, perse parte dell’udito per un candelotto che lo aveva colpito durante una protesta del movimento No TAV.
Ci sono varie leggi che stabiliscono le modalità con cui la polizia dovrebbe usare i lacrimogeni. Innanzitutto c’è l’articolo 53 del Codice penale, che stabilisce il principio di proporzionalità nell’uso legittimo delle armi: in pratica, un’arma può essere utilizzata solo qualora sia inevitabile farlo per respingere una violenza o vincere una resistenza attiva.
Esistono poi indicazioni internazionali, come i Principi base sull’uso della forza e delle armi da fuoco delle Nazioni Unite e il Codice etico di condotta delle forze di polizia del Consiglio d’Europa: secondo queste norme, i lacrimogeni devono essere «l’ultima risorsa», da utilizzare solo dopo aver provato a ristabilire l’ordine con mezzi meno invasivi.
I candelotti devono essere lanciati mantenendo una certa distanza e indirizzandoli verso l’alto, con una traiettoria a parabola, non direttamente contro le persone. Vanno inoltre utilizzati in spazi aperti, dove ci siano sufficienti vie d’uscita. La quantità dovrebbe essere proporzionata alla gravità del pericolo, e in teoria prima di usarli la polizia dovrebbe dare un segnale di avvertimento, lasciando alle persone il tempo di allontanarsi.
Nonostante queste norme internazionali, il ministero dell’Interno ha rivendicato il fatto che in Italia non esistano manuali o protocolli scritti sull’uso dei lacrimogeni durante le manifestazioni: lo ha fatto rispondendo alla procura di Bologna, che a ottobre aveva aperto un’indagine sul caso di Lince, la donna che ha perso la vista da un occhio dopo essere stata colpita da un lacrimogeno. In questo modo, in sostanza, ha escluso la possibilità che i lacrimogeni fossero stati usati in modo non adeguato.
Eppure alcuni documenti sembrano contraddire questa versione: sul sito della polizia di stato ci sono i capitolati delle armi in dotazione agli agenti, tra cui anche i lacrimogeni, che indicano le modalità precise con cui vanno utilizzate. Nelle specifiche tecniche del lacrimogeno che presumibilmente ha colpito Lince, per esempio, c’è scritto che andrebbe lanciato da una distanza di circa cento metri, e con un’inclinazione di 33 gradi (indicazioni che non furono minimamente rispettate in quel caso).
E poi esistono anche i cosiddetti “manuali di ordine pubblico” che vengono utilizzati per formare gli agenti, che contengono le indicazioni per l’utilizzo delle armi, tra cui anche i lacrimogeni. Non sono mai stati resi pubblici, ma sono stati acquisiti dalla procura di Bologna e dagli avvocati di parte civile di Lince.
«La risposta del ministero non sembra andare nella direzione della trasparenza», dice Italo Di Sabato. «Affermare che non esistono protocolli scritti significa scaricare ogni responsabilità su una generica formazione interna. Se non esistono regole scritte, come si accerta una violazione e come si individuano le responsabilità?».
Attualmente non esistono organi di monitoraggio indipendenti sulla condotta delle forze di polizia, e manca un soggetto istituzionale di controllo a cui rivolgersi per far valere i propri diritti.



