• Mondo
  • Mercoledì 22 luglio 2026

In Libano le “zone pilota” sono già piene di problemi

Dovrebbero servire al ritiro graduale dell'esercito di Israele dal sud del paese e a disarmare Hezbollah, ma nessuno dei due è convinto

Soldati libanesi impediscono a una donna di entrare nel paese di Zawtar Al Gharbieh, nel corso delle operazioni di bonifica da Hezbollah, 22 luglio 2026 (AP Photo/Mohammed Zaatari)
Soldati libanesi impediscono a una donna di entrare nel paese di Zawtar Al Gharbieh, nel corso delle operazioni di bonifica da Hezbollah, 22 luglio 2026 (AP Photo/Mohammed Zaatari)
Caricamento player

Lunedì nel Libano meridionale è cominciata una nuova fase del cessate il fuoco negoziato a metà aprile tra Israele e il governo libanese, e mediato dagli Stati Uniti: prevede l’istituzione graduale di cosiddette “zone pilota”, piccole aree da cui l’esercito israeliano si dovrebbe ritirare per cedere il controllo all’esercito libanese, con il coordinamento degli Stati Uniti.

L’idea è che Israele si ritiri in modo graduale dalla fascia di 10-15 chilometri che occupa lungo il confine con il Libano, per permettere all’esercito libanese di ristabilire il controllo sui territori del sud. L’esercito libanese, a quel punto, dovrebbe disarmare nelle zone sotto il suo controllo il gruppo armato filoiraniano Hezbollah, che ha una forte presenza nel sud del Libano. Il disarmo di Hezbollah è una delle condizioni poste da Israele per il ritiro.

Dal punto di vista israeliano, il piano delle zone pilota è un modo per valutare man mano come sta andando il disarmo e decidere di conseguenza dove e quando far ritirare il proprio esercito. Dal punto di vista del Libano, un modo per dimostrare di essere in grado di controllare il territorio. L’obiettivo finale, almeno in teoria, è togliere definitivamente le armi a Hezbollah e arrivare al ritiro completo di Israele dai territori libanesi. Il piano però ha un buco su un tema essenziale, e ha già causato problemi.

L’esperimento è cominciato in tre comuni: Froun, Srifa e Zawtar Al Gharbieh. Nei primi due l’esercito israeliano non era presente fisicamente, ma esercitava un controllo aereo con i droni. A Zawtar Al Gharbieh c’è stato invece il primo effettivo passaggio di consegne tra un esercito e l’altro.

Martedì l’esercito israeliano ha detto di essersi ritirato da Zawtar Al Gharbieh e quello libanese ha detto essere subentrato e di aver avviato le sue operazioni, che consistono principalmente in perquisizioni, anche in abitazioni private, e posti di blocco per bonificare l’area dalla presenza di armi e strutture militari di Hezbollah.

Poche ore dopo dall’inizio del primo esperimento, l’esercito libanese ha accusato le forze israeliane di essere entrate a Zawtar Al Gharbieh e di aver aperto il fuoco «nelle vicinanze» delle unità libanesi, mettendo a rischio la loro incolumità. L’esercito israeliano ha sostenuto che soldati libanesi fossero usciti dalla zona pilota e che quindi avrebbero sparato in aria dei colpi di avvertimento (non ha spiegato perché avrebbe ritenuto necessario sparare piuttosto che comunicare tramite i protocolli militari prestabiliti). Non c’è stato comunque nessun ferito, ma questo episodio dimostra quanto sia fragile l’accordo e tesa la situazione.

Alle difficoltà di convivenza con l’esercito israeliano si aggiungono quelle strutturali che riguardano l’esercito libanese, che erano note fin da subito: è peggio armato e peggio addestrato di Hezbollah, che in Libano è un’organizzazione non solo militare ma anche politica, che ha molto sostegno in alcune aree del paese. Mettersi contro Hezbollah, in certi casi, per l’esercito libanese può voler dire mettersi contro la sua stessa popolazione. Hezbollah inoltre riceve finanziamenti e armi anche dall’Iran, suo principale alleato nella regione.

Una grande mancanza dell’accordo è poi che non stabilisce una data termine entro cui l’esercito israeliano debba lasciare il Libano. Il governo di Benjamin Netanyahu ha più volte lasciato intendere di non avere intenzione di farlo del tutto, almeno fin quando non sarà completato il disarmo di Hezbollah. Ma è un’operazione che potrebbe richiedere moltissimo tempo, anche perché Hezbollah continua a rifiutare di cedere le armi. Il rischio è che il Libano meridionale resti ancora a lungo un’area militarizzata e occupata, e che milioni di civili sfollati dalla guerra negli ultimi anni non riescano a tornare nelle loro case.