Quante libertà si è preso Nolan nell’“Odissea”

Moltissime, rispetto al poema omerico: e fra i classicisti c'è chi ha apprezzato, e chi meno

di Luca Misculin

Odisseo che acceca Polifemo in un vaso conservato al Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma (Wikimedia)
Odisseo che acceca Polifemo in un vaso conservato al Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma (Wikimedia)
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L’Odissea di Omero è tante cose diverse. La si può definire un racconto di avventure per mare, in un Mediterraneo popolato da mostri, streghe, semidei, giganti. Un’enciclopedia di piante, animali e popoli con cui avevano a che fare gli antichi Greci fra l’età del Bronzo e quella classica. O anche un lungo preambolo che precede l’episodio narrativo con cui culmina e di fatto si conclude: la vendetta di Odisseo sui Proci, una serrata ed elaboratissima scena di spargimento di sangue.

Ma circoscriverla in questo modo sarebbe riduttivo: fra i temi principali del poema ci sono anche la nostalgia di casa, l’importanza dei legami familiari, il rispetto delle leggi umane e divine, l’amicizia fra giovani maschi, la curiosità per il mondo. L’Odissea di Omero, invece, non è una lunga riflessione sul trauma e il rimorso di un uomo che ha dovuto prendere una decisione dalle conseguenze gigantesche. È questo invece il centro dell’Odissea di Christopher Nolan.

Nei poemi omerici e più in generale nella tradizione letteraria greca, Odisseo non si pente mai di avere escogitato lo stratagemma del cavallo con cui l’esercito greco riesce a penetrare dentro Troia e conquistarla nel giro di una notte. Anzi: uno degli aggettivi più associati a Odisseo nei poemi omerici è πτολίπορθος, ptolìporthos, “distruttore di città”. E non è nemmeno per l’inganno del cavallo che gli dei ostacolano il ritorno a casa dei Greci: il mito invece riconduce tutto allo stupro della sacerdotessa troiana Cassandra da parte dell’eroe greco Aiace Oileo durante la presa di Troia.

L’Odissea di Nolan ruota intorno alla progressiva presa di coscienza di Odisseo che quanto fatto dai Greci gli si sia ritorto contro, e causerà la caduta della loro civiltà. È la libertà più grande che si è preso Nolan nel ri-raccontare l’Odissea, ma non l’unica (da qui in poi, ovviamente, trovate un sacco di spoiler).

Odisseo tentato dal canto delle sirene in un vaso del cosiddetto “pittore di Edimburgo” conservato al Museo nazionale di Atene (Wikimedia)

Nell’Odissea di Christopher Nolan, tutti i dialoghi o quasi sono inventati di sana pianta. Non ci sono conversazioni prese dal poema e riadattate, come invece avevano provato a fare gli autori dello sceneggiato Rai del 1968. Dal film sono rimaste fuori scene anche molto famose. Su tutte, il celebre inganno di Odisseo nei confronti del ciclope Polifemo, raccontato nel nono libro. Poco prima di accecarlo Odisseo gli dice di chiamarsi Nessuno, forse per evitare che gli altri ciclopi possano vendicarsi.

In una recente intervista Nolan ha detto di aver tagliato la scena di Nessuno perché si basava su un gioco di parole, e «i giochi di parole sono difficili da rendere, in un testo tradotto. Ci ho provato, ma non è stato possibile». È verosimile che oltre a questa difficoltà si sia aggiunto anche un ostacolo narrativo.

Nel poema, mentre sta scappando da Polifemo, Odisseo ci ripensa e gli rivela il suo nome: è per questa ammissione che il dio Poseidone, padre di Polifemo, scopre che è stato Odisseo ad accecare suo figlio e per questo decide di impedire il suo ritorno a casa. Chi ascoltava l’Odissea nell’antica Grecia lo sapeva benissimo: del resto viene specificato all’inizio del primo libro, e altre volte nel corso del poema.

Odisseo e i suoi compagni accecano Polifemo in un vaso conservato al museo archeologico di Eleusi, in Grecia (Wikimedia)

Probabilmente nel film non era nemmeno possibile rendere il continuo gioco di anticipazioni e rimandi interni che si legge nell’Odissea di Omero. Così come sarebbe stato difficile e forse controproducente riprodurre diversi altri degli espedienti narrativi che caratterizzano il poema: digressioni, monologhi (il racconto delle peripezie di Odisseo al popolo dei Feaci occupa quattro libri, dal nono al dodicesimo), conversazioni infinite, sviluppi della trama apparentemente incomprensibili che servivano solo ad aumentare personaggi, luoghi e antefatti (e magari citarne alcuni che per il pubblico greco erano familiari).

Anche per questo sembra evidente che Nolan abbia lavorato molto per semplificare e sintetizzare intere parti del poema. Nel film, i Feaci sono stati del tutto tagliati: Odisseo racconta il suo passato alla ninfa Calipso, nella cui scena Nolan ha incorporato anche l’episodio dei lotofagi. Telemaco non va a cercare il padre a Sparta e a Pilo, ma solo a Sparta. L’agguato che gli tendono i Proci non avviene in mare, ma a Itaca. Anche gli dei – che per la verità nell’Odissea sono molto meno attivi che nell’Iliade – hanno parti minuscole.

Altri elementi ancora sono stati modificati per enfatizzare alcuni aspetti a cui evidentemente Nolan teneva molto. Dopo la guerra di Troia, Elena non è stata soltanto riportata a Sparta da Menelao: è stata sfigurata. I Lestrigoni non sono semplicemente degli uomini giganteschi, come nell’Odissea di Omero: in quella di Nolan diventano esseri senza volto interamente ricoperti di corazze di metallo. Agamennone, che nei poemi omerici non è particolarmente caratterizzato come un capo valoroso, e ha un ruolo di primus inter pares più che di leader assoluto, nel film è una specie di condottiero taciturno, ultra-carismatico e rispettato da tutti.

Anche sul personaggio di Odisseo Nolan è intervenuto molto: al netto della risolutezza e creatività con cui riesce a uscire da alcune situazioni ingarbugliate, il film non insiste particolarmente sulla sua astuzia (la metis), che invece nel poema è centrale nella sua caratterizzazione. Quello spazio è occupato invece dal rimorso per la guerra e l’inganno del cavallo.

Nell’Odissea di Omero Odisseo è un personaggio «scherzoso, ironico, arguto, pericolosamente ingannevole e a volte un vero e proprio bugiardo», ha scritto la classicista Mary Beard sul Times. «Nel film invece non c’è nemmeno una battuta, e il nostro eroe è molto più monodimensionale, persino impassibile rispetto a quello omerico». Non c’è nemmeno l’elemento delle sue avventure sessuali con Circe, mentre quelle con Calipso sono sottintese.

Altri elementi invece sono stati introdotti senza alcun appiglio alla tradizione letteraria greca. Nel poema non c’è traccia di alcuna statuetta regalata da Penelope a Odisseo, né di un imbroglio architettato da Antinoo, capo dei Proci, per sottrarsi alla guerra di Troia. Elena non si scusa mai per essere stata la causa della spedizione dei Greci. I compagni di Odisseo non si ribellano mai al suo comando, come invece succede nel film appena sbarcano sull’isola di Circe. Circe con cui nel poema Odisseo ha una relazione amorosa che dura un anno.

Nell’epilogo del film manca poi la scena del poema con la prova del letto, in cui Penelope chiede a Odisseo di spostare il talamo nuziale, in realtà intagliato dentro a un ulivo, per capire se è davvero lui. Alla fine del poema, poi, Telemaco non diventa re, Penelope e Odisseo non vengono esiliati: più banalmente, Odisseo torna a essere il capo di Itaca.

Naturalmente, poi, l’Odissea di Omero non conteneva alcun riferimento ai cosiddetti Popoli del Mare, che invece nel film sono identificati in una sorta di colpo di scena con gli stessi Greci di ritorno da Troia. Peraltro oggi gli archeologi sono molto scettici sulla possibilità che il collasso di diverse società mediterranee nella tarda età del Bronzo sia stato causato da un’invasione di popoli.

La strage dei Proci in un vaso conservato al museo del Louvre di Parigi (Wikimedia)

Per alcuni tutte queste modifiche sono soltanto minuzie. Del resto l’Odissea di Nolan tocca tutti gli snodi principali del poema, senza cambiarne nessuno in maniera radicale.

E se anche il tema del rimorso è un’innovazione rispetto al poema, alcuni classicisti hanno apprezzato l’aderenza al poema in altri aspetti del film. In una recensione del film tutt’altro che positiva, il classicista Armand D’Angour ha lodato il modo in cui Nolan ha reso Polifemo, adeguatamente «ripugnante», e la scena della presa di Troia, «vivida e terrificante», che anche per recensori meno esperti di Omero è una delle più belle del film.

Anche diversi altri dettagli, magari meno visibili, sono stati resi con una certa fedeltà. La costumista Ellen Mirojnick ha raccontato che per i vestiti sono stati utilizzati soltanto materiali disponibili nel Mediterraneo antico: e quindi «lino, pelle, e ovviamente bronzo», ha detto a Vogue (anche se nell’antica Grecia gli uomini indossavano teli e tuniche; i pantaloni sarebbero arrivati secoli più tardi). Le residenze degli eroi greci rappresentate nel film sono affrescate con colori vividi, esattamente come lo erano i palazzi micenei e i templi della Grecia classica, per quanto non siamo abituati a vederli così.

Altri hanno notato la grande rilevanza che nell’Odissea di Nolan ricopre la pratica dell’accoglienza nei confronti dello straniero (nel film viene definita “la legge di Zeus”). Anche nei poemi omerici ha una grande importanza: oggi sappiamo che è un lascito delle comunità preistoriche in cui si parlava l’antenato comune delle lingue indoeuropee, la famiglia linguistica di cui fa parte anche il greco antico.

Quelle popolazioni – che arrivarono in Europa intorno al 3000 a.C., portandosi dietro la propria lingua e le proprie leggende – erano nomadi, e vivevano in origine nella steppa fra Russia e Ucraina: per loro, stabilire rapporti reciproci di ospitalità era un modo per evitare che ogni controversia fra clan diversi sfociasse nella violenza. Per alcuni classicisti, l’attenzione data da Nolan a questo aspetto rende il suo film l’adattamento più fedele all’originale, al di là delle modifiche alla trama. Un discorso simile si può fare per l’insistenza del film sull’importanza della sepoltura: nella Grecia antica era ritenuta indispensabile per accompagnare degnamente un morto nell’aldilà.

Più in generale, la posizione di molti classicisti si può riassumere nel modo in cui l’ex primo ministro britannico Boris Johnson – a sua volta ex classicista – ha concluso la sua recensione per il Daily Mail: «andate a vedere il film, perché è grandioso. Ma poi leggete il poema, perché è molto, molto meglio».

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