Il voto segreto in parlamento è davvero così segreto?
Da sempre i leader di partito provano a controllarlo, con metodi ed espedienti vari, ma quasi mai ci riescono fino in fondo
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La tribolata approvazione della legge elettorale da parte della Camera, giovedì scorso, ha innescato grossi dibattiti sul voto a scrutinio segreto. È con quel tipo di votazione che l’aula aveva bocciato il martedì precedente un emendamento promosso dal governo, generando agitazioni nella maggioranza di destra. Le polemiche hanno riguardato anche la possibilità di controllare, in modo più o meno diretto, un voto che per sua definizione appare molto difficilmente controllabile: quello segreto, appunto.
Il voto segreto è previsto sia alla Camera sia al Senato in varie circostanze. Vi si ricorre, con procedure diverse a seconda dei casi, quando bisogna eleggere il presidente della Repubblica, i membri della Corte costituzionale e quelli del Consiglio superiore della magistratura (CSM) di nomina parlamentare. Inoltre, in entrambe le camere è contemplato nei casi di voto sulla libertà e sui diritti della persona, su vari temi etici e sociali trattati dalla prima parte della Costituzione, sulla modifica dei regolamenti interni. Alla Camera, però, è possibile anche per le leggi elettorali, purché lo chiedano almeno venti deputati.
Le procedure sono diverse. Per il presidente della Repubblica, per la Corte costituzionale e per il CSM, il voto segreto avviene per appello nominale: ogni deputato e senatore viene chiamato per andare a votare sotto il cosiddetto catafalco, cioè una struttura mobile in legno installata per l’occasione sotto ai banchi della presidenza della Camera: lì dentro, protetto da due tendine, il parlamentare scrive il nome del proprio candidato su un foglietto di carta, che poi depone in un’urna posizionata poco fuori dal catafalco, in totale anonimato.

I parlamentari sfilano sotto al catafalco installato nell’aula della Camera durante il quarto scrutinio per l’elezione del presidente della Repubblica, il 31 gennaio 2015 (GIUSEPPE LAMI/ANSA)
Nelle altre occasioni, invece, il voto segreto avviene con procedura elettronica. Ogni parlamentare vota utilizzando la canonica pulsantiera di cui è provvisto ciascuno scranno (cioè la postazione) regolarmente occupato. Inserendo le dita dentro la pulsantiera, può schiacciare uno dei tre tasti: favorevole, astenuto o contrario, in ordine da sinistra verso destra. È la procedura di voto che si usa quotidianamente. Di solito però il voto è palese: ogni scranno viene rappresentato sul tabellone dell’aula con una luce verde, rossa o bianca, a seconda di come ha votato il parlamentare che lì è seduto. Quando il voto è segreto, invece, non si illumina alcuna luce sul tabellone, cosicché non si possa sapere come ha votato ciascun parlamentare.
Da sempre i leader politici cercano di controllare le votazioni segrete, con metodi e stratagemmi più o meno efficaci, ma che in definitiva sono sempre piuttosto fallaci. Nei casi dei voti per appello nominale, c’è una prassi vecchia di decenni: ogni partito, e spesso ogni corrente di partito, “marca” i propri voti. È possibile farlo con una certa accuratezza, grazie al fatto che il nome del candidato che si vuole votare può essere scritto in modi diversi, purché la formula non sia equivoca.
Quando fu eletto presidente della Repubblica per la prima volta Giorgio Napolitano, nel 2006, il presidente della Camera Fausto Bertinotti, durante lo spoglio, si ritrovò a dover leggere delle schede piuttosto variegate: «Giorgio Napolitano»; «Napolitano Giorgio»; «Senatore Napolitano»; «Senatore Giorgio Napolitano»; «Napolitano G.», e così via. Ciascuna dicitura faceva riferimento a un’area del centro e della sinistra tra quelle che sostennero la candidatura di Napolitano: ciascuna componente aveva deciso di segnalare il proprio voto differenziandosi dalle altre, per verificare che nessuno tradisse l’indicazione dei leader di partito.
Era già accaduto in passato e si è verificato più di recente, anche nelle due elezioni di Sergio Mattarella.
Con quel metodo, ciascun partito o corrente dimostra il proprio peso e la propria rilevanza, ma previene anche il rischio di grosse insubordinazioni. Se infatti mancassero dei voti, sarebbe possibile ricondurli a una certa area politica. Ma non sempre questa accortezza basta a scongiurare l’azione dei “franchi tiratori”, cioè di quei parlamentari che votano contro le indicazioni del proprio partito. La mancata elezione di Romano Prodi a presidente della Repubblica, nel 2013, fu propiziata proprio da un centinaio di parlamentari di centrosinistra che, nonostante tutti gli accorgimenti del caso richiesti dal segretario del PD Pier Luigi Bersani, non votò come gli era stato chiesto di fare.
In altri casi, i leader pretendono un controllo più diretto sul voto. Nel gennaio del 2022, il segretario del PD Enrico Letta voleva che nei primi turni di votazioni per eleggere il presidente della Repubblica i suoi parlamentari lasciassero la scheda bianca. Siccome per votare scheda bianca non c’è bisogno di scrivere alcun nome, il tempo che è necessario restare sotto al catafalco è di appena pochi secondi. E così Letta chiese a un suo deputato, Emanuele Fiano, di tenere d’occhio i suoi colleghi, verificando il tempo della loro permanenza all’interno del catafalco.
Quando invece il voto è per procedura elettronica, come nel caso della legge elettorale, i metodi per tentare di controllare il voto sono diversi. Anzitutto, è prassi che i leader che sperano nell’approvazione di una norma chiedano ai propri colleghi di votare tenendo il solo dito indice nella pulsantiera, e tutti gli altri fuori. Inserendo solo l’indice è infatti abbastanza difficile raggiungere il tasto alla destra della pulsantiera, quello del voto contrario, a meno di strane contorsioni del polso che risulterebbero visibili.
Inoltre, spesso i capigruppo chiedono ad alcuni dei colleghi di cui si fidano di più di dislocarsi in modo strategico nelle varie file di scranni, così da poter controllare i compagni di partito che gli sono seduti accanto.
Ma anche questi controlli hanno grosse debolezze. I parlamentari, peraltro, sono soliti utilizzare palline di carta o di gomma: le si inserisce nella pulsantiera posizionandole sul tasto che si intende schiacciare, e quando la votazione si apre, la pallina fa registrare il voto. È un espediente a cui si ricorre, talvolta, per camuffare il voto segreto. Il parlamentare inserisce il solo dito indice, ma anziché premere sul tasto verde, dunque favorevole, esercita una pressione laterale che consente alla pallina di abbassare il tasto rosso, quello del voto contrario.

Protesta delle opposizioni nell’aula della Camera in occasione del voto finale sulla legge elettorale, il 16 luglio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Inevitabilmente, poi, chi cerca di scoprire l’identità dei franchi tiratori prova a controllare i video o le foto scattate dalla tribuna stampa, quella che sovrasta l’aula. In quel modo, cercando i parlamentari che hanno atteggiamenti equivoci, si può provare a individuare i dissidenti. Ma è un esercizio sempre molto scivoloso, che spesso alimenta più che altro sospetti e malintesi. Lo scorso 16 luglio, in vista del voto finale sulla legge elettorale, Fratelli d’Italia – il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni – ha deciso di mandare alcuni funzionari del proprio gruppo nelle tribune riservate ai giornalisti.
Tre funzionarie sono state fatte regolarmente accreditare, dopo aver firmato un apposito modulo, secondo una procedura già usata qualche volta in passato dagli uffici della Camera. E dalle tribune hanno ripreso con degli smartphone il momento del voto finale e quelli immediatamente precedenti, concentrandosi ciascuna sui diversi settori dell’aula dove siedono i deputati di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Il loro atteggiamento fin troppo disinibito nel filmare ha generato qualche polemica. La presidenza della Camera ha pertanto deciso che in futuro non verranno più concesse queste autorizzazioni.
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