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  • mercoledì 14 gennaio 2015

Storia di Giorgio Napolitano

Il racconto e le foto dell'unico che è stato Presidente della Repubblica per due mandati, e che si è dimesso oggi

Giorgio Napolitano si è dimesso, oggi 14 gennaio, da Presidente della Repubblica: ha firmato l’atto di dimissioni alle 10:35 e alle 12 ha lasciato il palazzo del Quirinale, diretto alla sua casa nel quartiere Monti di Roma. Le dimissioni erano attese: le aveva annunciate lo stesso Napolitano durante il tradizionale discorso di fine anno. Napolitano, che ha 89 anni, era presidente dal 2006: è stato rieletto nel 2013 – è l’unico ad aver ricoperto la carica due volte – per sbloccare la complicata situazione politica e parlamentare creata dalle elezioni politiche ma ha sempre detto di considerare il suo eccezionale secondo mandato “a tempo”. Napolitano ha ribadito più volte di averlo accettato per garantire l’avvio di importanti e necessarie riforme, avviate negli ultimi mesi dal governo di Matteo Renzi.

Napolitano è stato parlamentare dalla II alla XII legislatura, ovvero dal 1953 al 1996, saltando la IV. È stato iscritto ai Gruppi Universitari Fascisti, poi è stato un importante dirigente del Partito Comunista, ha recitato a teatro e ha scritto sonetti. Venne eletto diverse volte al parlamento europeo, è stato presidente della Camera, ministro degli Interni e senatore a vita. Nel 1956 approvò l’invasione sovietica dell’Ungheria e nel 1968 condannò quella della Cecoslovacchia. All’interno del PCI fu prima un riformista, poi capo della corrente cosiddetta dei “miglioristi” e nemico di Berlinguer: una vita intensa.

I primi anni e l’iscrizione al PCI
Giorgio Napolitano è nato a Napoli il 29 giugno del 1925 in una famiglia della buona borghesia, tre anni dopo l’inizio del ventennio fascista. Il padre, Giovanni, era un avvocato e poeta, originario di Gallo di Comiziano, un piccolo paese della provincia di Napoli. La madre, Carolina Bobbio, era di origini piemontesi. Nei primi anni di vita abitò a Napoli, in via Monte di Dio, nei Quartieri Spagnoli a pochi passi da piazza del Plebiscito. Ha studiato al liceo classico Umberto I di Napoli, tranne l’ultimo anno, quando ha studiato a Padova dove si era trasferita la famiglia, diplomandosi al liceo “Tito Livio”. Si è laureato in giurisprudenza all’Università di Napoli Federico II nel 1947 con un tesi di economia politica, che aveva il titolo Il mancato sviluppo del mezzogiorno.

Durante l’università, Napolitano si iscrisse ai Gruppi Universitari Fascisti (GUF), un gruppo base volontaria degli studenti dell’università e dell’accademia. All’interno del GUF, Napolitano prese parte alle attività teatrali (Teatroguf) e cinematografiche (Cineguf). Recitò anche in alcuni spettacoli – tra cui, nel ruolo di protagonista, in Viaggio a Cardiff di William Butler Yeats – messi in scena dal GUF a Palazzo Nobili, a Napoli. La compagnia si chiamava Teatro degli Illusi. Scrisse anche alcuni sonetti in dialetto napoletano con lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli.

Molti anni dopo Napolitano spiegò la sua appartenenza ai GUF, e la sua risposta venne riportata in un articolo del 2006 pubblicato da Edmondo Berselli. In quell’occasione, lo definì «un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste, mascherato e fino a un certo punto tollerato». All’interno del GUF e nell’ambiente universitario conobbe alcuni degli uomini che lo avrebbero accompagnato nel resto della sua carriera. Tra questi altri c’erano Antonio Ghirelli, che sarebbe diventato giornalista: direttore del TG2, dell’Avanti! e collaboratore del Sole 24 ore, morto l’anno scorso. Ghirelli – come ha detto lo stesso Napolitano – lo «convinse della dolorosa necessità che l’Italia per salvarsi doveva perdere la guerra». Conobbe anche il regista teatrale e drammaturgo Giuseppe Patroni Griffi, morto nel 2005, e il regista cinematografico Francesco Rosi, e divenne amico di molti altri scrittori, registi e giornalisti.

Dall’iscrizione al PCI all’invasione dell’Ungheria
All’interno del PCI Napolitano fece a lungo parte della corrente riformista, favorevole alla cosiddetta “via italiana al socialismo”. Per i riformisti, la strada per arrivare al socialismo non era la contrapposizione netta al capitalismo o la rivoluzione. Bisognava portare avanti graduali riforme, con l’aiuto dei partiti socialisti italiani e ispirandosi ai partiti socialdemocratici europei. I riformisti furono sempre in contrapposizione con l’ala più radicale e di sinistra del PCI. Il principale esponente riformista era Giorgio Amendola, ma dopo la sua morte, negli anni Ottanta, Napolitano fondò la sua corrente di cui restò a lungo il capo: i “miglioristi”.

L’adesione di Napolitano al comunismo moderato e riformista non fu immediata: fu un percorso lungo che nella sua autobiografia descrisse come «un’evoluzione» piena di un «grave tormento autocritico». Secondo alcuni biografi, Napolitano prese i primi contatti con gli esponenti del PCI già nel 1944, tramite le sue amicizie nei circoli intellettuali e culturali di Napoli, che era già stata liberata dagli Alleati l’anno prima. Nel novembre del 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, si iscrisse al PCI. Prima di laurearsi nel 1947 era già divenuto segretario federale di Napoli e Caserta. Nel 1953 Napolitano venne eletto per la prima volta al parlamento: da allora e fino al 1996, con l’unica eccezione della IV legislatura, venne sempre rieletto nella circoscrizione di Napoli.

Il momento più drammatico della sua partecipazione al PCI, come ha raccontato lui stesso, fu causato dall’invasione sovietica dell’Ungheria. In seguito agli accordi di pace con cui era stata conclusa la Seconda Guerra Mondiale, l’Ungheria, come il resto dell’Europa orientale, si era trovata nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Ovunque erano state instaurate dall’Armata Rossa delle “Repubbliche popolari”: dei regimi fantoccio controllati da Mosca. Gli ungheresi si ribellarono alla dittatura filosovietica e all’occupazione militare nel 1956. La repressione della rivoluzione da parte dell’esercito russo costò più di duemila morti.

Fu un momento di crisi per il comunismo internazionale. Soltanto pochi mesi prima era stato reso pubblico una parte del testo del XX Congresso del Partito Comunista nel quale Nikita Chruščëv aveva denunciato – almeno in parte – gli orrori compiuti da Stalin e il suo “culto della personalità”. In molti, anche in Occidente, avevano pensato che quel discorso fosse un punto di svolta e un’apertura a maggiore democrazia e trasparenza da parte dei regimi sovietici. La rivoluzione ungherese, che molti etichettarono come una rivoluzione “borghese”, fu in realtà una rivolta di giovani comunisti che chiedevano un comunismo più umano e meno corrotto.

La repressione sovietica della rivoluzione portò molte persone – in tutta Europa – ad allontanarsi dal comunismo. In Italia il leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio definì i sovietici «una banda di assassini». Diversi amici di Napolitano, tra cui Ghirelli e Patroni Griffi, si allontanarono definitivamente dal partito. La linea ufficiale invece rimase saldamente filosovietica. L’Unità, ad esempio, definì i rivoluzionari «teppisti» e «spregevoli provocatori». Lo stesso Napolitano rimase su questa linea e disse che «l’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo».

Dal riformismo al migliorismo
Nel 2006 Napolitano fece la sua prima visita ufficiale come Presidente della Repubblica a Budapest, la capitale dell’Ungheria, dove depose una corona di fiori sulla tomba di Imre Nagy, il presidente dell’Ungheria rivoluzionaria ucciso dai sovietici. Qualche anno dopo, nel 2009, parlando della sua storia all’interno del Partito Comunista, disse che era una storia «passata attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni».

Una parte fondamentale in queste evoluzioni e revisioni fu quella che ebbe il suo maestro, Giorgio Amendola, dirigente del PCI e figlio di Giovanni Amendola, un giornalista e deputato morto nel 1926 in seguito alle ferite subite in un pestaggio di un gruppo di fascisti. Napolitano si definì sempre un suo allievo. I giornali e i biografi li descrivevano – anche fisicamente – come due opposti: Amendola era un ex pugile, robusto e con una retorica fiammeggiante. Napolitano, alto e magro, dall’aria aristocratica e dal linguaggio – lo conosciamo tutti – più paludato.

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