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  • Venerdì 17 luglio 2026

Gli attacchi tra Stati Uniti e Iran sono i più intensi dal cessate il fuoco

In teoria in vigore da aprile, ma in pratica ormai ignorato: gli Stati Uniti sono tornati a colpire infrastrutture civili, e l'Iran i paesi vicini

Un cartellone anti-statunitense a Teheran, 15 luglio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Un cartellone anti-statunitense a Teheran, 15 luglio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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Tra giovedì e venerdì gli attacchi degli Stati Uniti contro l’Iran, e quelli dell’Iran contro obiettivi statunitensi e contro i paesi del Golfo, sono tornati a un’intensità paragonabile a quella precedente al cessate il fuoco di aprile.

Gli Stati Uniti, che nell’ultima settimana si erano concentrati perlopiù su singoli obiettivi militari sulla costa sud-occidentale intorno allo stretto di Hormuz, hanno ricominciato a colpire ponti, reti ferroviarie e centrali elettriche in Iran. L’Iran, che in questi giorni aveva attaccato prevalentemente navi commerciali nello stretto, è tornato a colpire basi militari statunitensi e infrastrutture civili nei paesi del Golfo.

Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato di tornare a fare attacchi su larga scala contro gli obiettivi civili iraniani per costringere il regime iraniano a raggiungere un accordo. L’Iran ha promesso ritorsioni e ribadito che continuerà a bloccare il traffico marittimo nello stretto di Hormuz fin quando proseguiranno i bombardamenti statunitensi. Gli attacchi contro infrastrutture civili sono considerati crimini di guerra.

Nella notte tra giovedì e venerdì i jet, i droni e le navi militari statunitensi hanno colpito due ponti vicino alla città iraniana di Bandar-e Khamir, strade e ferrovie nella provincia di Hormozgan (vicino allo stretto) e centraline elettriche e depositi di carburante all’aeroporto di Iranshahr, a sud-est, vicino al confine con il Pakistan. I media iraniani dicono che sette persone sono state uccise nell’attacco ai ponti di Bandar-e Khamir.

Il comando delle forze armate statunitensi in Medio Oriente ha detto che è stata distrutta anche un’importante torre di sorveglianza nel porto di Shahid Kalantari, usata dai Guardiani della Rivoluzione (il corpo armato più potente in Iran) per controllare il passaggio nel golfo dell’Oman, appena fuori dallo stretto di Hormuz.

Come aveva già fatto in passato, l’Iran ha risposto ai bombardamenti statunitensi attaccando i paesi vicini: sono state colpite basi statunitensi in Siria e in Qatar, e il Kuwait ha detto che un bombardamento iraniano ha danneggiato un impianto di produzione di energia e desalinizzazione dell’acqua, fondamentale in un paese con un clima semi desertico e frequenti periodi di siccità.

Venerdì è stata colpita anche una base dei curdi iraniani in Iraq: nell’attacco sono state uccise nove persone. L’attacco non è stato rivendicato ma le milizie curdo-iraniane sono state spesso prese di mira dall’Iran durante la prima fase della guerra, per il timore (probabilmente sopravvalutato) che avviassero un’incursione di terra in territorio iraniano per favorire il rovesciamento del regime, a cui si oppongono.

I bombardamenti statunitensi sull’Iran erano già ripresi la scorsa settimana, in risposta agli attacchi iraniani contro alcune navi commerciali in transito nello stretto di Hormuz. Non avevano però mai raggiunto questa intensità. Venerdì scorso il presidente Donald Trump ha dichiarato «finito» il cessate il fuoco, anche se in seguito ha detto che sono ancora in corso trattative e dialoghi.

Gli Stati Uniti da due giorni hanno anche ristabilito un blocco navale verso i porti iraniani: giovedì hanno abbordato una nave commerciale e il giorno precedente avevano colpito una petroliera che si dirigeva verso l’isola di Kharg, il principale terminal del petrolio iraniano. Il blocco navale danneggia l’economia iraniana ma finora non è bastato a convincere il regime a scendere a compromessi nei negoziati.

Le limitazioni al traffico commerciale e la ripresa delle attività militari hanno causato un aumento dei prezzi del petrolio, che ora ha superato gli 85 dollari al barile nelle quotazioni Brent, le principali utilizzate sul mercato internazionale. Nell’ultima settimana l’aumento è stato superiore all’11 per cento.

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