Per il Marocco il cinema è uno strumento di colonizzazione
Da anni usa la sua fiorente industria cinematografica per normalizzare l'occupazione del Sahara Occidentale: "Odissea" di Nolan è solo un esempio
di Antonella Serrecchia
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Il Marocco sfrutta l’industria cinematografica per normalizzare il proprio controllo sul Sahara Occidentale, un territorio che occupa da decenni ignorando il diritto internazionale. Grazie a un incentivo finanziario offerto dal governo è stata girata lì anche una parte di Odissea, il nuovo e attesissimo film di Christopher Nolan: non è però l’unico caso.
Il Sahara Occidentale è una striscia di territorio a sud del Marocco, affacciata sull’oceano Atlantico. Per decenni fu una colonia della Spagna, che poi la abbandonò negli anni Settanta; dal 1979 il Marocco è rimasto l’unica forza straniera con influenza nella zona. Controlla l’80 per cento del territorio, mentre il restante 20 per cento è in mano al Fronte Polisario, un movimento indipendentista che continua a combattere contro l’occupazione.
Per le Nazioni Unite il Sahara Occidentale è un territorio «non autonomo», cioè un territorio ancora soggetto a colonizzazione: sia perché è in gran parte occupato dal Marocco, sia perché formalmente non ha mai dichiarato la sua indipendenza dalla Spagna. Per la Corte internazionale di giustizia e per la Corte di giustizia dell’Unione Europea le rivendicazioni esterne sul territorio saharawi sono illegittime, e il suo popolo avrebbe diritto all’autodeterminazione (cioè a scegliere un proprio governo).
Da decenni più di 170mila saharawi, gli abitanti del Sahara Occidentale, vivono in esilio, soprattutto nei campi profughi nella vicina Algeria. Quelli che sono rimasti sono soggetti a repressione e discriminazioni da parte delle autorità marocchine. Negli anni il Marocco ha incentivato il trasferimento di propri cittadini nel territorio, alterandone gradualmente la composizione demografica.
Il cinema è diventato per il Marocco un modo per legittimare questo status quo, efficace perché può contare su un’industria cinematografica già solida. Negli ultimi anni ha prodotto film che hanno avuto una loro diffusione all’estero, come Il caftano blu, il film più visto all’estero nella storia del cinema marocchino, e The Mother of All Lies, tra i più apprezzati dalla critica internazionale. Il paese ospita spesso anche set cinematografici internazionali: negli studios di Ouarzazate, nel sud e vicino al deserto del Sahara, sono stati girati film come Lawrence d’Arabia, La mummia, Il gladiatore e più di recente la celebre serie fantasy Game of Thrones.

I CLA Studios, uno degli studi cinematografici di Ouarzazate, in Marocco
(Rebecca Marshall/laif/contrasto)
Le produzioni internazionali sono attirate in Marocco da un programma di rimborso fiscale vantaggioso: lo stato offre uno sconto del 30 per cento sulle tasse alle produzioni che spendono più di un milione di dollari e girano nel paese per almeno 18 giorni. Il programma si applica a tutto il territorio amministrato dal Marocco e anche al Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino, l’agenzia governativa che gestisce il programma, lo definisce una «provincia del sud», presentandolo come territorio marocchino.
Delle decine di film che negli anni hanno usufruito degli incentivi, almeno tre hanno legami col Sahara Occidentale. Nell’Odissea di Nolan le scene ambientate a Ogigia, l’isola dove la ninfa Calipso trattiene Ulisse per sette anni, sono state girate nella Duna Bianca, una distesa di sabbia chiara vicino alla città costiera di Dakhla. Anche la seconda stagione della serie Amazon The Wheel of Time ha delle scene girate negli stessi luoghi. Infine Sirāt, del regista franco-spagnolo Óliver Laxe, che non è stato girato nel Sahara Occidentale ma è evidentemente ambientato lì, anche se non lo esplicita mai.
Nel film un padre e suo figlio si ritrovano nel Marocco meridionale mentre fuggono da rivolte non meglio specificate insieme a un gruppo di raver, cioè chi va alle feste spontanee di musica elettronica. Marciano verso sud, in direzione della Mauritania, finché arrivano su un gigantesco campo minato.
Le rivolte richiamano gli attacchi degli ultimi anni del Fronte Polisario contro l’esercito marocchino; il campo minato rimanda al confine reale tra Marocco e Sahara Occidentale, dove negli anni Ottanta il Marocco fece costruire un muro di 2.700 chilometri fiancheggiato da una delle più grandi distese di mine antiuomo al mondo. Nel film si vedono anche persone con abbigliamento tradizionale saharawi e veicoli molto simili a quelli del Fronte Polisario.

Una scena da Sirāt (Neon/Courtesy Everett Collection/contrasto)
Laxe è stato criticato dagli attivisti per i diritti dei saharawi per non aver mai esplicitato questo legame, né nel film né nelle interviste. A maggior ragione per il fatto di essere un artista vicino alla controcultura di sinistra, che si è schierato apertamente a difesa di Gaza e dell’Ucraina, per esempio, e che ha avuto accesso a una platea internazionale enorme (Sirāt è stato uno dei film più acclamati al Festival di Cannes nel 2025 e ha ricevuto due candidature agli Oscar nel 2025).
Lo scrittore spagnolo Gonzalo Moure ha scritto una lettera aperta al regista in cui lo accusa di aver taciuto sulla questione per ragioni di convenienza economica, dato che lo ha girato anche grazie al programma di sconti fiscali del governo marocchino. Interpellato dagli attivisti, Laxe ha detto che il suo film voleva essere universale e apolitico.
Oltre ad attrarre produzioni dall’estero, il Marocco ha costruito nel territorio occupato un’infrastruttura culturale permanente. Dal 2008 organizza nel Sahara Occidentale il Dakhla Film Festival, per cui nel 2026 il Centro Cinematografico Marocchino ha stanziato l’equivalente di più di 170mila euro. Il nome dell’associazione organizzatrice — Associazione di animazione culturale e artistica delle province del sud — usa la terminologia con cui il governo marocchino designa ufficialmente il territorio, che in tutto il festival è presentato come marocchino.
Per contro, ogni anno dal 2003 gli attivisti saharawi organizzano FiSahara, il festival di cinema dei saharawi nei campi profughi di Tindouf, in Algeria (non può essere organizzato nel Sahara Occidentale proprio a causa della repressione). Secondo María Carrión, la sua direttrice esecutiva, il Dakhla Film Festival è stato pensato anche per oscurare l’attività di FiSahara e cancellare gli sforzi degli attivisti per attirare l’attenzione sulla causa saharawi.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez durante un incontro con il primo ministro marocchino Aziz Akhannouch nel 2022, l’anno in cui Sánchez per la prima volta avallò la proposta di un controllo del Marocco sul Sahara Occidentale come “base più seria, credibile e realistica” per risolvere il conflitto, 7 aprile (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)
FiSahara, spiega Carrión al Post, inizialmente era finanziato dal governo spagnolo. A partire dal 2008 però questi finanziamenti si sono progressivamente ridotti, fino a interrompersi nel 2011. Nel tempo è cambiata anche la posizione della Spagna, che si è gradualmente avvicinata al Marocco. Hanno fatto lo stesso vari altri paesi occidentali: è una dimostrazione del successo delle iniziative del governo marocchino, che oltre al cinema usa molti altri strumenti per imporre le sue rivendicazioni, tra cui accordi commerciali con le grandi aziende occidentali per lo sfruttamento delle risorse saharawi.
L’anno scorso inoltre il Marocco ha ottenuto una vittoria importante: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato per la prima volta una risoluzione che indica come punto di partenza nei negoziati per la risoluzione del conflitto l’istituzione di un governo regionale nel Sahara Occidentale sotto sovranità marocchina, accantonando di fatto l’opzione di un referendum sull’autodeterminazione del popolo saharawi.
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