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  • Venerdì 17 luglio 2026

Trump ha accusato la Cina di interferenze nelle elezioni del 2020

Ha citato documenti dell’intelligence, ma nessuno dimostra che il risultato del voto sia stato manipolato

Donald Trump durante il suo discorso del 16 luglio del 2026 (Saul Loeb/Pool via AP)
Donald Trump durante il suo discorso del 16 luglio del 2026 (Saul Loeb/Pool via AP)
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Nella notte fra giovedì e venerdì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un discorso in cui ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, senza però mostrare prove. Trump perse quelle elezioni contro il Democratico Joe Biden, e da allora ha sempre sostenuto, senza fondamento, che la vittoria gli fosse stata rubata. Nel suo discorso ha detto di basare le sue accuse contro la Cina su una vasta raccolta di documenti di intelligence che la sua amministrazione ha recentemente declassificato (ha cioè tolto il vincolo di segretezza), ma nessuna delle informazioni pubbliche contenute in quei fascicoli avvalora le sue affermazioni. Molte sono in realtà note da anni.

La principale affermazione di Trump è che la Cina abbia acquisito illegalmente dati sensibili dei cittadini statunitensi per modificare il voto delle elezioni presidenziali. Ha inoltre sostenuto che le macchine per il voto elettronico sarebbero state vulnerabili alle influenze di paesi stranieri, e ha citato un rapporto dell’intelligence su un presunto piano del governo venezuelano per alterare i risultati delle elezioni nel paese. Ha inoltre sostenuto che i servizi segreti gli avessero nascosto a lungo queste informazioni per motivi politici.

I documenti di intelligence declassificati però non dicono che questo sia successo. Affermano invece, cosa ben documentata da anni, che nel sistema di voto statunitense esistano vulnerabilità e che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord «abbiano la capacità di accedere e potenzialmente manipolare» i dati elettorali statunitensi, come le banche dati centralizzate di registrazione degli elettori e i registri elettorali. Nessuna indagine condotta finora però prova che lo abbiano fatto.

I documenti indicano che la Cina ha acquisito milioni di dati pubblici relativi agli elettori statunitensi ed elaborato un piano per influenzare la politica statunitense a proprio vantaggio. È un fatto noto da tempo, così come che gli hacker cinesi prendano di mira diverse parti della società americana, inclusi database medici, siti di social network e appaltatori della difesa. Il fatto che sia entrata in possesso di dati elettorali però non è intrinsecamente illegale, dato che informazioni come nomi, indirizzi, numeri di telefono e appartenenza politica sono pubbliche e molti Stati vendono apertamente versioni dei loro dati elettorali epurate da informazioni sensibili.

Inoltre le agenzie di intelligence hanno studiato a lungo la possibilità che la Cina sia intervenuta nelle elezioni, arrivando principalmente alla conclusione che avesse preso in considerazione la possibilità di influenzare l’esito, ma avesse deciso di non farlo per timore di compromettere le relazioni con gli Stati Uniti.

Un rapporto della CIA, non datato e basato su informazioni riservate raccolte dal 2018 al 2020, afferma che il governo cinese voleva che Trump «perdesse le elezioni», ma non parlava di azioni intraprese per arrivare a questo obiettivo. Un altro rapporto sempre della CIA, datato luglio 2020, affermava invece che a essere presa di mira dalla Cina era la campagna elettorale di Joe Biden, e non quella di Trump.