Ora c’è una legge per dare alternative a chi cresce in famiglie mafiose
Verrà così esteso a tutta Italia il metodo inventato da un giudice in Calabria per aiutare i minori a lasciare gli ambienti criminali senza ritorsioni
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È stata approvata in via definitiva la legge per dare protezione ai minori e alle donne che vogliono allontanarsi da famiglie che fanno parte della mafia e di altre organizzazioni criminali. Si chiama “Liberi di scegliere” e permetterà di estendere a tutta Italia un protocollo che finora è stato usato dai tribunali di Reggio Calabria, Catania, Napoli e Palermo, con più fondi, strumenti e tutele per le persone coinvolte. Organizzazioni come Cosa Nostra, la ’ndrangheta e la camorra sono infatti attive in molte altre regioni oltre a quelle d’origine, rispettivamente Sicilia, Calabria e Campania, anche nel Centro e nel Nord Italia.
La legge prevede che le procure dei tribunali dei minorenni di tutta Italia chiedano al tribunale di applicare il protocollo, quando vengono a conoscenza di minori inseriti in contesti di criminalità organizzata, e fondi stanziati annualmente per portare avanti le attività, con diversi milioni di euro ogni anno.
Il protocollo “Liberi di scegliere” fu inventato nel 2012 dal giudice Roberto Di Bella, all’epoca presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e oggi presidente di quello di Catania: da allora il protocollo ha permesso l’allontanamento di circa 200 minori e 34 donne dalle famiglie criminali d’origine. Di Bella ha detto che circa l’80 per cento dei ragazzi e delle ragazze allontanati dalle famiglie criminali, una volta diventati adulti, non ha commesso reati.
Succede spesso che le famiglie di membri della criminalità organizzata arruolino i minori nelle loro attività: vengono sfruttati per compiere vari tipi di reati, sia per destare meno sospetti, sia perché prima dei 14 anni non si è imputabili (cioè non si può essere sottoposti a un processo). All’interno delle famiglie l’attività criminale diventa spesso quella che Di Bella definisce una «cultura che si eredita»: per questo ritiene che gli strumenti penali non siano sufficienti, e che si debba invece fare prevenzione.
Proprio per i suoi buoni risultati, il protocollo “Liberi di scegliere” è stato studiato anche all’estero, in altri paesi che hanno problemi di criminalità organizzata giovanile: per esempio a Marsiglia, in cui sono molto forti le bande criminali impegnate nel narcotraffico. Pochi anni fa “Liberi di scegliere” è diventato anche il soggetto di un film.
Al protocollo hanno aderito sempre più associazioni e istituzioni: anzitutto Libera, che si occupa da sempre di contrasto alle mafie, e poi anche la Conferenza episcopale italiana (cioè l’assemblea dei vescovi). Nel 2017 hanno aderito anche ministero della Giustizia e dell’Interno, e negli anni successivi anche altri ministeri (Istruzione e merito, Università e ricerca, Famiglia, Natalità e pari opportunità), la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e altre associazioni. La legge “Liberi di scegliere” era sostenuta sia dalla maggioranza che dall’opposizione e il Senato l’ha approvata all’unanimità.
Finora il protocollo ha permesso di identificare i minori che vivono in condizioni di rischio oppure che già delinquono: spesso succede attraverso accertamenti e intercettazioni telefoniche o ambientali fatti durante un’indagine, per cui si capisce che in una certa casa vivono anche dei minorenni, che molto spesso subiscono pressioni o maltrattamenti. La fase successiva, più delicata, prevede l’avvicinamento alla famiglia.
Tendenzialmente negli interventi sui minori si cerca di coinvolgere la famiglia stessa, quando è possibile: si controlla che i minori frequentino la scuola (spesso non ci vanno), si organizzano attività ricreative e culturali, sportive, corsi di formazione per i minori più vicini alla maggiore età, a volte coinvolgendo aziende di altre regioni con cui le associazioni aderenti sono in contatto. Le attività coinvolgono una rete molto fitta di educatori, assistenti, sociali, psicologi e volontari antimafia.
Nei casi più gravi il tribunale può valutare l’allontanamento dalla famiglia e il collocamento in strutture comunitarie o in famiglie di volontari: è una misura che la legge italiana prevede nel caso di gravi rischi per il minore, dopo aver tentato altri tipi di soluzioni e se si ritiene che non ci siano alternative.
Oltre a prevedere più fondi, personale e strumenti, la legge nazionale dovrebbe permettere di semplificare le procedure per cambiare nome e cognome, oggi complicate sia per i figli che per le mogli di persone che fanno parte della mafia e di altre organizzazioni criminali.
In Italia, per cambiare i dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita), si può fare una richiesta alla propria prefettura, spiegandone i motivi: la procedura però prevede la pubblicazione temporanea della richiesta nell’albo pretorio del comune di nascita, cioè l’elenco di atti e provvedimenti delle pubbliche amministrazioni, quindi non uno spazio riservato. Una procedura più riservata (anche se non del tutto) esiste solo per i collaboratori e le collaboratrici di giustizia, cioè le persone che scelgono di dare alle autorità giudiziarie informazioni rilevanti sul contesto criminale di cui facevano parte in cambio della tutela da parte dello Stato.
– Leggi anche: Per saperne di più sulla proposta di legge “Liberi di scegliere”
Il caso dei figli e delle mogli di persone appartenenti alla criminalità organizzata e seguiti dal protocollo “Liberi di scegliere” è diverso: sono persone che vorrebbero semplicemente allontanarsi dal loro contesto d’origine e iniziare una nuova vita, senza necessariamente collaborare con le autorità giudiziarie sui reati compiuti dai loro parenti. Se restano identificabili rischiano violenze e ritorsioni: Di Bella dice che molte donne che si allontanano dalle famiglie mafiose lavorano di nascosto, in modo irregolare, senza firmare contratti per non diventare visibili e quindi rintracciabili.



