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  • Martedì 14 luglio 2026

Tra i dipendenti della Roma c’è grossa agitazione

Circa quaranta sono stati spostati da ruoli di alto livello a vendere magliette nei negozi: dicono che è un «licenziamento mascherato»

Una coreografia dei tifosi della Roma durante il derby con la Lazio, lo scorso 17 maggio
Una coreografia dei tifosi della Roma durante il derby con la Lazio, lo scorso 17 maggio (Paolo Bruno/Getty Images)
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Lunedì al centro sportivo di Trigoria, nello stesso giorno e nello stesso posto in cui iniziava il ritiro precampionato dell’AS Roma, c’è stata un’assemblea dei dipendenti della società che ha proclamato lo stato d’agitazione, per la prima volta nella storia del club calcistico. Lo stato di agitazione è una forma di protesta sindacale che di solito precede lo sciopero. Ci si è arrivati perché secondo vari dipendenti la gestione dei Friedkin, la famiglia statunitense proprietaria del club dal 2020, è spregiudicata e irrispettosa di chi lavora da tanti anni nella Roma.

Il caso che ha portato all’assemblea è parte di un più ampio piano di riduzioni di spesa e di esternalizzazioni, che l’azienda persegue da alcuni anni motivandolo con ragioni economiche. Solo di recente sono stati spostati nei negozi del merchandising 38 dipendenti (su circa 300 della società) che facevano tutt’altro: provengono soprattutto dalla comunicazione e dal marketing, ma anche dalla segreteria sportiva e da altri settori.

Uno di loro dice che è «un licenziamento collettivo mascherato», cioè una mossa per spingerli ad andarsene, mettendoli a fare un lavoro completamente estraneo alle loro competenze e per cui non sono stati formati. Per questo articolo il Post ha sentito più persone che lavorano alla Roma, che hanno chiesto di restare anonime per il timore di ripercussioni. Parlano di un clima «tossico» e «di paura» all’interno della società, anche perché queste decisioni non sono le prime del genere da parte della proprietà.

L’avvocato Francesco Bronzini, che segue vari dipendenti trasferiti nei negozi, parla di «demansionamento e decurtazione delle professionalità»: dal 1° luglio, quand’è iniziato il trasferimento, persone che lavoravano a contatto con i giocatori della prima squadra e con la dirigenza «sono state messe a vendere magliette negli store». Un altro dipendente dice di essere passato dal reparto videomaking a fare l’inventario delle taglie.

Uno striscione contro la famiglia Friedkin esposto dai tifosi della Roma durante una partite dello scorso aprile

Uno striscione contro la famiglia Friedkin esposto dai tifosi della Roma durante una partita dello scorso aprile (Silvia Lore/Getty Images)

Ai lavoratori trasferiti è stata data una nuova qualifica come store coordinator o affini. Tuttavia, dice Bronzini, nei fatti hanno compiti da commessi che non tengono conto del loro percorso professionale che in alcuni casi è durato dieci o vent’anni. Molte persone sono a un punto della carriera avanzato, hanno 50-55 anni, e per loro è spiacevole dover passare a lavori meramente esecutivi. Tra i casi seguiti da Bronzini e quelli noti ci sono sette giornalisti, persone del marketing, grafici, montatori, videomaker, autori di contenuti.

È stata spostata anche quasi metà delle persone della segreteria sportiva, che ha funzioni essenziali in una squadra delle dimensioni della Roma. Si occupa della prima squadra, della squadra femminile, delle giovanili e della scuola calcio; provvede alle iscrizioni ai campionati, ai contratti; gestisce i programmi di allenamento e le trasferte; cura i rapporti con le altre società e quelle dilettantistiche, dove vengono scovati talenti, e poi si occupa del lato burocratico dei trasferimenti. Sono aspetti delicati, soprattutto per le giovanili: in passato al Barcellona, una delle squadre più forti e titolate al mondo, fu bloccata una sessione di calciomercato proprio per irregolarità nel trasferimento di giocatori con meno di 18 anni.

L’AS Roma risponde che è stata una ristrutturazione della forza lavoro: da mansioni che non erano più prioritarie, anche perché sono state chiuse la tv e la radio ufficiali della squadra e alcuni servizi sono stati appaltati a esterni, verso altre che invece considera più strategiche in vista degli eventi per il centenario dalla fondazione, e con i progetti per il nuovo stadio. La tv e la radio della squadra sono state chiuse però rispettivamente nel 2021 e nel 2022. La società ha aggiunto che prevede l’apertura di altri due negozi per il prossimo anno e dice che, invece di licenziare le persone in esubero, ha conservato i posti di lavoro, con lo stesso stipendio, offrendo loro ruoli che altrimenti, visti i piani d’espansione, avrebbe dovuto coprire con nuove assunzioni.

Ad aprile era stata annunciata la fusione tra la Roma e Soccer, una società controllata dal club con sede a Trigoria, per la quale lavoravano molte delle persone del marketing e della comunicazione. I trasferimenti sono avvenuti dopo la fusione tra Roma e Soccer. A luglio le attività di marketing e comunicazione sono state affidate alla multinazionale We Are Social, che in passato aveva curato la campagna abbonamenti, un altro pezzo di attività che una volta erano curate dalla società stessa.

Il vice presidente della Roma, Ryan Friedkin, figlio del presidente Dan, allo Stadio Olimpico di Roma lo scorso maggio

Il vice presidente della Roma, Ryan Friedkin, figlio del presidente Dan, allo Stadio Olimpico di Roma lo scorso maggio (Silvia Lore/Getty Images)

Ma i trasferimenti non si sono limitati al marketing, e in un primo momento ne erano stati prospettati di più, un centinaio in tutto. Sono stati possibili, dice Bronzini, «giocando su un equivoco e sottovalutando che vari dipendenti coinvolti nello spostamento sembrerebbero, da un punto di vista giuridico, sotto-inquadrati». Intende che, tranne i giornalisti, i lavoratori hanno contratti del commercio, assimilati dalla società a quelli degli addetti alle vendite dei negozi, che in genere sono assunti da agenzie interinali.

I lavoratori sentiti dal Post contestano la motivazione, in sostanza economica, dei trasferimenti. La Roma è reduce da una stagione in cui è arrivata terza in campionato e si è qualificata per la Champions League. La sola qualificazione vale quasi 20 milioni di euro di fondi della UEFA, la federazione che organizza la competizione.

La società comunque è in trattativa proprio con la UEFA sul cosiddetto “fair play finanziario” (le regole che obbligano le squadre a gestire i conti in modo sostenibile): a giugno è stata multata per 6 milioni di euro ed è molto probabile che lo sarà di nuovo, per aver sforato gli impegni a contenere le perdite entro i 60 milioni di euro nello scorso triennio. La Roma spera di ottenere, entro il 31 luglio, una proroga dalla UEFA per il rispetto di questi parametri. In passato per rientrarci era stata costretta a cedere alcuni dei suoi migliori calciatori, o non aveva potuto spendere per acquistarne di nuovi.

Come risultato di questa riorganizzazione e del trasferimento dei videomaker, i lavoratori citano un video pubblicato in questi giorni sui profili social della squadra, per una partnership con un brand, che sembra fatto con l’IA. Il video è stato criticato nei commenti per questo.

Chi segue la Roma da anni e da vicino concorda che con l’arrivo dei Friedkin ci sia stato un cambio di passo sulla riduzione dei costi e sull’esternalizzazione di funzioni e pezzi di azienda. L’ultima gestione “familiare” del club è lontana nel tempo: fu quella della famiglia Sensi, finita nel 2011. In mezzo c’è stata quella dell’italoamericano James Pallotta, anch’essa molto orientata al business ma in una direzione opposta di espansione e creazione di nuove iniziative accanto a quelle più strettamente sportive, soprattutto sul piano della comunicazione e della notorietà internazionale della società.

La razionalizzazione del personale aveva contraddistinto il mandato da CEO di Lina Souloukou, assunta nel 2023 proprio con il compito di ridurre i costi di gestione di una società considerata sovradimensionata o comunque mal organizzata. Souloukou si era dimessa nel 2024 e da allora non è stata sostituita, cosa inconsueta in una grande azienda. Con Souloukou c’erano stati precedenti simili ai trasferimenti di quest’anno, quando diverse persone della comunicazione erano state messe in ferie forzate. Anche quella volta i diretti interessati l’avevano vissuta come una spinta ad andarsene. In un caso la società era stata condannata in primo grado a pagare un corposo risarcimento, e reintegrare la dipendente.

Sempre nel 2024 la Roma si era accordata con una ex dipendente, anche lì pagando, che era stata licenziata a causa di uno scandalo legato a un suo video di un rapporto sessuale che le era stato rubato e fatto circolare senza consenso.

L'allenatore della Roma, Gian Piero Gasperini, durante il derby con la Lazio dello scorso 17 maggio

L’allenatore della Roma, Gian Piero Gasperini, durante il derby con la Lazio dello scorso 17 maggio (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Nonostante vengano raramente a Roma, i Friedkin delegano poche decisioni e senza il loro assenso è tutto bloccato, anche il calciomercato o il recente rinnovo dei contratti di alcuni dei giocatori più forti, come Paulo Dybala. In assenza di un CEO, la riorganizzazione del personale è stata ordinata da Jason Morrow, il direttore finanziario. Morrow è una sorta di riferimento operativo della proprietà. La riorganizzazione è stata poi messa in pratica dalla nuova capa del personale, Simonetta Iarlori.

– Leggi anche: Cosa non va nella gestione della Roma dei Friedkin

Un altro personaggio molto influente dentro la Roma è Ed Shipley, un pilota d’aereo statunitense che è uno stretto amico del presidente Dan Friedkin. Pur non avendo ruoli nell’organigramma societario, Shipley convoca i giornalisti, parla a nome della proprietà e ne fa le veci. Ad aprile era stato mandato a Roma a gestire il litigio tra l’allenatore Gian Piero Gasperini e il dirigente Claudio Ranieri, che si era risolto con l’allontanamento del secondo dal club.

In mancanza di figure dirigenziali vere, l’attuale allenatore Gasperini ha moltissima influenza. Per esempio – altra cosa non consueta – ha potuto orientare la scelta del nuovo direttore sportivo, il quarto in sei anni, cioè la persona che si occupa del mercato e della gestione sportiva della squadra; quella che in teoria dovrebbe contribuire alla scelta dell’allenatore, quindi, invece che essere scelta dall’allenatore. La Roma ha incaricato Tony D’Amico, che aveva già lavorato con Gasperini all’Atalanta, la sua precedente squadra.