Trump non è riuscito a riaprire lo stretto di Hormuz
L'Iran ha interpretato l'accordo di pace con gli Stati Uniti come il riconoscimento che controlla lo stretto, e si sta comportando di conseguenza
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Gli attacchi di questi giorni tra Iran e Stati Uniti nello stretto di Hormuz allontanano uno dei principali obiettivi del presidente statunitense Donald Trump, che era proprio la riapertura dello stretto, molto importante per il commercio di petrolio e gas naturale. Domenica il regime iraniano ha detto di averlo chiuso di nuovo, pochi giorni dopo che il traffico marittimo stava lentamente ricominciando.
Si sta realizzando una situazione opposta a quella voluta da Trump. Lo scorso 14 giugno, quand’era stato raggiunto l’accordo preliminare tra Iran e Stati Uniti dopo che da aprile era già in vigore un cessate il fuoco precario, Trump aveva prospettato una riapertura totale dello stretto: «Navi del mondo, accendete i vostri motori!». Il traffico però non è più tornato ai livelli di prima della guerra e, anzi, il regime iraniano ha sostenuto che l’accordo certifichi il suo controllo sullo stretto.
Era una situazione prevedibile per il modo frettoloso in cui si era arrivati all’accordo, con Trump che voleva chiudere la questione rapidamente per risolvere i suoi problemi di popolarità, e soprattutto per il testo vago e favorevole all’Iran. L’accordo è un memorandum d’intesa: in teoria è propedeutico a ulteriori trattative più dettagliate, che però da allora sono ferme.
La vaghezza del testo ha consentito all’Iran di interpretarlo come un riconoscimento dello status quo. Per esempio il testo dice che l’Iran «farà accordi con il massimo impegno per il passaggio sicuro delle navi commerciali», subordinandolo dunque all’autorizzazione del regime, o che «condurrà dialoghi con l’Oman per stabilire la futura gestione e i servizi marittimi» nello stretto. I funzionari iraniani hanno citato questi punti per raccontare l’accordo come una vittoria, e per dire che comandano loro.
L’accordo vietava all’Iran di continuare a chiedere pedaggi – anche questi prima della guerra non c’erano – ma solo per i primi 60 giorni dei negoziati. Il testo non prevede nemmeno garanzie sul passaggio sicuro delle navi commerciali, nonostante le enormi concessioni degli Stati Uniti, che hanno interrotto il loro blocco navale ai porti iraniani e hanno sospeso le sanzioni sul petrolio iraniano.

Donald Trump esce dalla Casa Bianca, l’11 luglio (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Un modo sintetico di leggere quel memorandum è che lo stretto sarebbe stato sì riaperto, ma solo a patto che fosse sotto il controllo dell’Iran e che fosse l’Iran a stabilire la rotta delle navi.
Gli attacchi iraniani di questi giorni sono stati anche un modo per dissuadere le navi dal percorrere la rotta alternativa, più meridionale e vicina alle coste dell’Oman: è la rotta indicata dagli Stati Uniti dallo scorso maggio. La navigazione avveniva in coordinamento con le forze statunitensi e con i sistemi transponder spenti per evitare che le navi fossero scoperte dall’Iran. Gli ultimi attacchi dell’Iran servono a costringere le navi a passare più a nord, attraverso le sue acque territoriali.
– Leggi anche: L’Iran dice che lo Stretto di Hormuz è di nuovo chiuso
Nella settimana successiva al 20 giugno, secondo i dati del sito specializzato Kpler, nello stretto erano passate 400 navi: il numero più alto dall’inizio della guerra. Nella notte tra il 27 e il 28 giugno l’Iran e gli Stati Uniti si sono attaccati per la prima volta dalla firma dell’accordo per la fine della guerra, e da lì in poi il traffico marittimo nello stretto si è nuovamente arenato.



