L’estate dei coloni israeliani
Daniele Raineri è in Cisgiordania, dove la tensione è più alta del solito perché le cose potrebbero presto cambiare
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Andare nei Territori occupati palestinesi è come fare un turno di guardia, scrive Daniele Raineri nel nuovo numero della sua newsletter Outpost, che ha inviato questa mattina dalla città di Hebron, in Cisgiordania. Daniele si trova lì per raccontare la violenza e la tensione tra palestinesi e coloni israeliani, che in questo periodo sono molto alte e potrebbero diventarlo ancora di più in vista delle elezioni di ottobre in Israele, potenzialmente sfavorevoli ai coloni.
È questo il senso della sua nuova trasferta, di nuovo in compagnia del fotografo Gabriele Micalizzi, che racconterà con articoli sul Post e su Outpost. Qui trovate il numero di oggi, se volete ricevere anche i prossimi potete iscrivervi qui.

Hebron – 9 luglio 2026
A questo punto si fa una trasferta nei Territori occupati palestinesi con lo stesso spirito con il quale si fa un turno di guardia. L’idea è che la presenza di osservatori esterni e neutrali, giornalisti inclusi, potrebbe calmare un poco la situazione e potrebbe abbassare i livelli di violenza e di esasperazione da quelle parti. Potrebbe rallentare il processo degenerativo in corso nei Territori palestinesi. Forse.

Coloni sistemano una stella di David davanti all’entrata di una colonia israeliana (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Mi direte: ma la situazione in quei posti è sempre la stessa, in fin dei conti. I coloni israeliani cercano di prendere territori e di allargarsi a danno dei palestinesi. L’esercito israeliano finge di non vedere. Un paio di ministri del governo Netanyahu parlano di «annessione totale» dei Territori. E il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024, che dice che la presenza continuata di Israele nella West Bank è illegale secondo il diritto internazionale e deve cessare il più rapidamente possibile, è ignorato.
Non lo è. La situazione non è sempre la stessa. I coloni sanno che a ottobre ci sono le elezioni in Israele e che potrebbe arrivare un governo meno accondiscendente con la loro campagna di violenze. Scrivo POTREBBE, non è una certezza, è soltanto un’ipotesi, ma la pacchia attuale potrebbe finire.
Questo vuol dire che i coloni hanno tre mesi di tempo per occupare quanto più territorio possibile e spaventare il maggior numero possibile di palestinesi. Per creare un fatto compiuto sul terreno, che poi il nuovo governo non potrà disfare se non a costo di scontri e proteste e problemi politici. E lo stanno facendo. Alla fine di questa estate i Territori palestinesi potrebbero essere diversi, in modo irreversibile.
Il risultato è che il livello di violenza nella West Bank non è mai stato così alto da quando esistono i dati. Andiamo a vederli. Nel 2017 gli attacchi dei coloni che risultavano in danni a persone o cose erano 18 al mese. Poi è aumentato ogni anno. Dopo il 2023 il ritmo ha accelerato a razzo. Nei primi sei mesi del 2026 il numero di attacchi dei coloni ai palestinesi è diventato 180 al mese, dieci volte di più (fonte: OCHA).
Parto con un volo da Roma, il fotografo Gabriele Micalizzi parte da Milano, ci incontriamo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Arriva in camicia hawaiana.
Lista delle cose necessarie da fare in anticipo. La press card che ci identifica come giornalisti se saremo fermati a un posto di blocco e che andremo a ritirare in un ufficio a Gerusalemme. La macchina a noleggio, una Kia che abbiamo trovato con qualche difficoltà perché è luglio ed è pur sempre stagione di turismo.
Su Instagram guardo il video di un turista italiano in Iran che sfotte la Farnesina. Il tizio esibisce lo screenshot di un messaggio da parte del personale diplomatico italiano che si preoccupa per lui e siccome vuol fare l’influencer di viaggi o qualcosa del genere ci ha fatto un video. Sono così in imbarazzo per lui che distolgo lo sguardo. È come vedere un pulcino che pigola con garrulo entusiasmo in mezzo a uno stagno.

La porta di Damasco a Gerusalemme (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Alla sera con Micalizzi prendiamo l’ultimo tavolino rimasto in un ristorante arabo di Gerusalemme Est. I clienti formano una folla eccitata. Su due schermi c’è Egitto contro Argentina, ottavi di finale dei Mondiali, siamo sull’uno a zero per gli egiziani e il tifo è tutto per loro.
Per un qualche magheggio un paio di persone vedono la partita sui loro telefoni con una decina di secondi di anticipo e avvertono tutti gli altri, con ululati di trionfo, quando succede qualcosa. All’intero ristorante non resta che attendere con euforia il realizzarsi sugli schermi delle loro previsioni infallibili. Il portiere egiziano para un rigore a Messi. Zico in contropiede segna il due a zero. Ma il gol viene annullato. Zico segna di nuovo. Poi a un quarto d’ora dalla fine i due profeti istantanei cominciano a mettersi le mani nei capelli. L’esaltazione collettiva si dissolve. L’Argentina rimonta tre a due.

Donne che piangono mentre guardano la partita tra Egitto e Argentina (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Il mattino dopo è ora di andare. Via gli abiti comodi, la camicia hawaiana, le infradito, le Crocs così morbide per ciabattare nei vicoli di Gerusalemme. Lasciamo la città e da un valico vicino a Betlemme entriamo nei Territori palestinesi occupati.
Ciao,
alla prossima,
Daniele



