A volte le app per dormire meglio fanno dormire peggio
Monitorare il sonno può servire a cambiare abitudini, ma i report non sono sempre precisi e possono diventare controproducenti
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Ogni mattina milioni di persone consultano un resoconto di come hanno dormito, con un grafico che illustra la durata delle varie fasi del sonno e magari un consiglio su come fare meglio. Milioni sono infatti le persone che, secondo le stime, usano una app per il tracciamento del sonno.
Ne esistono diverse e solitamente funzionano elaborando i dati raccolti da dispositivi che si indossano (come smartwatch e anelli tracker) e che misurano la frequenza cardiaca, i movimenti o i rumori che si fanno mentre si dorme. Le app stimano quanto ci è voluto per addormentarsi, quante volte ci si è svegliati durante la notte, quanto è durato il sonno profondo e quanto quello leggero. La promessa è di migliorare la qualità del sonno e l’economia che ne è nata attorno è diventata enorme negli ultimi anni. Non sempre però funzionano, e anzi a volte usare una app può diventare controproducente.
Per migliorare il risultato che appare sullo schermo, infatti, c’è chi riesce a cambiare abitudini, per esempio andando a letto sempre alla stessa ora o evitando attività stimolanti prima di dormire. Ma c’è anche chi cerca di rimanere di più a letto, o chi si preoccupa così tanto della propria “prestazione” di sonno da non riuscire ad addormentarsi.
La maggior parte dei tracker riesce a distinguere accuratamente il sonno dalla veglia ma non altrettanto bene le varie fasi. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Sensors ha testato un anello Oura, uno smartwatch di Google e uno di Apple confrontandoli con la polisonnografia, l’esame diagnostico che registra contemporaneamente l’attività cerebrale, la respirazione, il battito cardiaco e altri parametri durante il sonno. Tutti e tre riuscivano a distinguere correttamente se una persona stesse dormendo oppure fosse sveglia almeno nel 95 per cento del tempo. Ma questa percentuale crollava anche al 50 per cento quando classificavano il sonno come leggero, profondo e REM.
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In effetti nella polisonnografia le fasi del sonno vengono misurate dal movimento degli occhi, dalle variazioni nel tono dei muscoli e dalle onde cerebrali; e un anello o uno smartwatch non fanno le stesse misure. Con un accelerometro – lo stesso sensore che conta i passi – misurano i movimenti e con un piccolo sensore che rileva le pulsazioni stimano la frequenza cardiaca. Qualche modello aggiunge la temperatura della pelle o il ritmo del respiro. I grafici che propongono al risveglio sono quindi la migliore stima statistica di un algoritmo.
Ogni azienda usa un algoritmo diverso quindi due dispositivi indossati la stessa notte possono restituire dati differenti. E uno stesso apparecchio può cambiare le sue valutazioni dopo un aggiornamento del software, senza che il sonno di chi lo indossa sia cambiato. Nella grande maggioranza dei casi non si tratta di dispositivi medici, e quindi non devono ottenere alcuna autorizzazione che ne certifichi l’accuratezza.
Eppure leggere quei numeri può cambiare abitudini e comportamenti. Secondo una ricerca norvegese, chi dorme già bene tende a trarne qualche beneficio, come orari più regolari; ma per chi soffre di insonnia, il monitoraggio tende ad aumentare l’ansia, la preoccupazione e il senso di fallimento quando il sonno non arriva.
Più ci si sforza di dormire, infatti, meno ci si riesce. Chi va a letto con l’obiettivo di ottenere un buon punteggio trasforma il riposo in una prestazione, e l’ansia da prestazione può tenere svegli per più tempo. La notte agitata viene poi registrata dal dispositivo, che al mattino seguente restituisce un punteggio basso, che a sua volta aumenta la preoccupazione per la notte successiva, aumentando la pressione di dover dormire meglio o di più.
Un punteggio basso può persino convincere una persona di aver dormito male e di essere stanca anche quando, prima di guardare il telefono, si sentiva riposata. In un esperimento del 2014 due psicologhe del Colorado College studiarono che effetto avesse sull’attenzione ricevere una valutazione del sonno. Coinvolsero 164 studenti e chiesero loro di rispondere a un questionario sulla qualità del loro sonno. Li divisero poi in due gruppi completamente casuali, comunicando al primo di aver dormito meglio della media e al secondo peggio.
Li sottoposero poi a dei test di attenzione e di calcolo. Gli studenti convinti di aver riposato bene ottennero risultati migliori di quelli convinti del contrario, a prescindere da quanto avessero dormito davvero. Le ricercatrici lo chiamarono “sonno placebo”: l’idea che ci facciamo del nostro riposo ci influenza anche più del riposo stesso.
La ricerca di una valutazione del sonno migliore può essere estenuante. Nel 2017 un gruppo di ricercatori di Chicago pubblicò uno studio su alcuni pazienti che avevano cercato di farsi curare per dei disturbi del sonno autodiagnosticati dopo aver ricevuto le valutazioni di un’app. Non avevano reagito molto bene quando la diagnosi non era stata confermata dalla polisonnografia. I dati dell’app sembravano loro più coerenti con la stanchezza che provavano di giorno e volevano comunque provare a migliorare il proprio riposo.
Il tentativo di ottimizzare le proprie prestazioni durante il giorno li stava portando alla ricerca del sonno perfetto. I ricercatori coniarono allora il termine “ortosomnia”, sul modello di “ortoressia”, il disturbo di cui soffre chi cerca ossessivamente di mangiare sano. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Brain Sciences condotto su 523 partecipanti ha stimato che l’ortosomnia riguardi tra il 3 e il 14 per cento di chi usa regolarmente questi dispositivi.
La ricerca del sonno ideale è anche una tendenza commerciale, chiamata sleepmaxxing. Secondo un sondaggio dell’American Academy of Sleep Medicine pubblicato qualche giorno fa, il 48 per cento degli adulti aveva usato un’app o un dispositivo per il sonno, mentre nel 2023 questa percentuale era del 35 percento. La maggior parte di loro agisce in base a ciò che impara dal tracker e cambia i propri comportamenti per dormire meglio. Ed è disposta anche a investire tra i duecento e i cinquecento dollari in dispositivi che migliorino il riposo.
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A usare queste app sono sempre più persone anche perché sono in tanti a non dormire bene. Un’indagine realizzata da AstraRicerche ha stimato che quasi tre italiani su quattro facciano fatica ad addormentarsi almeno di tanto in tanto. E secondo l’Associazione Italiana di Medicina del Sonno circa 12 milioni di italiani (quindi uno su cinque) soffrono di veri e propri disturbi del sonno, come l’insonnia o le apnee notturne.
Su questo disagio si è costruito un intero settore che gli analisti chiamano “sleep economy”, economia del sonno. Si stima che nel 2026 valga intorno ai 30 miliardi di dollari e si prevede che possa più che triplicare entro il 2035. I più venduti sono i dispositivi indossabili, o wearable, ma ci sono anche i nearable, che non si indossano ma sono comunque posizionati vicino a chi dorme (come i materassi che misurano le variazioni di pressione) e gli airable, i microfoni che registrano il respiro. E poi ci sono prodotti che aiutano a migliorare il sonno, come le macchine del suono che riproducono lo sciabordio delle onde sulla riva o i robot che vanno abbracciati per regolare il ritmo del respiro.
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