Sul disegno di legge sulla caccia arrivano critiche da tutte le parti

Da destra, dall'Europa, da Vittorio Feltri e persino dal papa, e ora il governo non va più così di fretta

Sit-in del 23 giugno contro il disegno di legge sulla caccia davanti al Pantheon, promosso da ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)
Sit-in del 23 giugno contro il disegno di legge sulla caccia davanti al Pantheon, promosso da ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)
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Ci sono critiche da più parti al contenuto del disegno di legge (ddl) sulla caccia, approvato il 23 giugno dal Senato e che la Camera ha iniziato a discutere questa settimana. A contestarlo non sono ormai solo le associazioni ambientaliste e animaliste, che vi si oppongono da quando è stato presentato in parlamento lo scorso anno, ma anche persone influenti della società civile, scienziati, ricercatori e alcuni noti esponenti di destra come il giornalista Vittorio Feltri e la deputata Michela Vittoria Brambilla. Anche una parte considerevole del mondo cattolico ha espresso preoccupazione.

Nonostante questo, la maggioranza sta cercando di discutere velocemente la riforma, che è sostenuta da diverse associazioni di categoria da cui generalmente i partiti di destra ottengono un certo consenso elettorale: quelle che rappresentano i circa 500mila cacciatori italiani e Coldiretti, la principale associazione degli agricoltori in Italia.

E ci sono anche la Commissione europea e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che stanno analizzando il testo in questi giorni e potrebbero chiedere ulteriori precisazioni o modifiche. La maggioranza ha così rinunciato a ricorrere alla procedura d’urgenza, una via parlamentare che avrebbe ridotto sensibilmente i tempi, ma ha anche respinto la richiesta delle opposizioni di discutere la legge non solo in commissione Agricoltura ma anche in commissione Ambiente, che invece li avrebbe allungati (le commissioni sono gli organi del parlamento che analizzano e modificano le proposte di legge prima che vengano discusse e votate in aula).

Il disegno di legge, depositato al Senato circa un anno fa, riforma la legge che dal 1992 regola la caccia in Italia. Concretamente regolarizza una serie di cose che i cacciatori fanno già da tempo, in deroga; rimuove alcuni divieti e regole, favorendo chi guadagna grazie alla caccia; e ridimensiona il ruolo dell’ISPRA, un ente pubblico che tra le altre cose fornisce assistenza ai ministeri sulle questioni ambientali.

Fin da subito questi aspetti non erano piaciuti alle associazioni animaliste e ambientaliste come il WWF, Legambiente, la Lega italiana protezione uccelli (LIPU) e l’Ente nazionale protezione animali (ENPA). Secondo loro il ddl favorisce troppo l’esercizio della caccia e danneggia la fauna selvatica, perché allunga la stagione della caccia e aumenta lo sfruttamento di singoli uccelli come esche per richiamarne altri. Dicono che produrrebbe uno «svilimento della scienza e dei pareri di ISPRA».

Il risultato del voto sul ddl caccia in Senato lo scorso 23 giugno (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La loro opposizione è cresciuta in quest’anno di discussione e si è intensificata dopo l’approvazione da parte del Senato. Il WWF ha avviato una raccolta firme contro l’approvazione della legge che ha raggiunto quasi 400mila firmatari, quasi metà questa settimana.

Alla raccolta firme del WWF si è affiancata una lettera firmata dai presidenti di dodici società scientifiche, tra le principali istituzioni accademiche e di ricerca italiane dedicate alle scienze naturali, biologiche e ambientali. Nella lettera vengono messi in evidenza alcuni rischi che la riforma comporterebbe per la biodiversità, il rispetto del diritto europeo e il ruolo della scienza nei processi decisionali.

Anche papa Leone XIV è intervenuto su questo argomento, sottolineando comunque la volontà del Vaticano di non interferire nelle «tematiche legislative degli Stati». Lo ha fatto rispondendo a una lettera della LIPU che gli chiedeva un parere, esprimendo preoccupazione sulla legge: ha definito il tema «una questione di grande rilevanza sociale e morale» e ha detto di pregare «affinché siano esauditi i legittimi desideri» dell’associazione.

Pure da destra ci sono state critiche alla riforma. Si è esposto pubblicamente Vittorio Feltri, direttore più volte dei due principali giornali italiani conservatori, Libero (che ha fondato) e Il Giornale (di cui è direttore editoriale), e che è attualmente consigliere regionale in Lombardia per Fratelli d’Italia. In un’intervista al Corriere della Sera ha detto che «le parolacce non basterebbero» a definire la legge e si è augurato che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenga per fermarla.

La sensibilità animalista di Vittorio Feltri è nota da tempo, così come lo è quella della deputata Michela Vittoria Brambilla di Noi Moderati, piccolo partito di centrodestra che sostiene la maggioranza. Anche lei è stata molto dura con il provvedimento: ha definito il giorno dell’approvazione del ddl al Senato come «il giorno più triste della legislatura». Si è poi fatta spostare, dal suo gruppo parlamentare, nella commissione Agricoltura, dove ha votato contro al testo approvato dal Senato.

Brambilla è deputata dal 2008, quando fu eletta nelle liste del Popolo della Libertà, e si è sempre fatta portavoce delle istanze animaliste. L’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la teneva molto in considerazione per queste questioni: i due nel 2017 idearono un programma televisivo chiamato Dalla parte degli animali che va ancora in onda su Rete 4, condotto proprio da Brambilla; sempre nel 2017 Berlusconi aveva adottato su impulso di Brambilla cinque agnelli per evitare che venissero macellati a Pasqua.

Negli ultimi giorni anche diverse persone del mondo dello spettacolo, tra cui gli attori Alessandro Gassmann e Giovanni Storti, hanno preso posizione contro la riforma.

A dicembre poi, quando ancora il testo era una bozza in discussione al Senato, la Commissione europea aveva mandato una lettera informale al governo italiano in cui diceva che alcuni aspetti della riforma avrebbero potuto essere in contrasto con le direttive Habitat e Uccelli, ovvero le norme europee fondamentali riguardanti la conservazione della natura e la salvaguardia della biodiversità. La lettera è emersa solo a inizio maggio, cosa che ha generato qualche polemica contro il governo, accusato di non averla resa pubblica.

Le associazioni di categoria che sostengono la riforma hanno subito minimizzato i dubbi della Commissione europea, sostenendo siano solo questioni tecniche. Questa opinione è condivisa dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, tra i principali promotori della legge, che in Senato ha detto: «Non intendiamo interrompere i lavori legislativi né quelli del governo per una lettera di un burocrate».

Alcuni di questi dubbi sono stati accolti dagli emendamenti approvati in Senato. Per esempio, nel testo originale della legge veniva allargato l’uso di «strumenti ottici e optoelettronici», cioè dispositivi come i binocoli e altri visori per vedere gli animali al buio, alla caccia di selezione a tutti gli ungulati, la categoria di animali a cui appartengono i cinghiali. Nella versione finale del testo, da questo ampliamento sono state escluse alcune specie di ungulati, come lo stambecco e il camoscio, indicate in un allegato della direttiva Habitat come da preservare.

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida in aula al Senato durante il question time sul ddl caccia, il 14 maggio 2026 (ANSA/ANGELO CARCONI)

La Commissione europea sta quindi valutando se queste modifiche sono sufficienti a rispettare il diritto europeo. E lo sta facendo anche il presidente della Repubblica, che deve inoltre considerare se il testo globalmente rispetta la Costituzione. Nel 2022 la Costituzione era stata modificata da un’ampia e trasversale maggioranza per inserire la tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali nell’articolo 9, quindi tra i principi fondamentali.

Se la Camera dovesse modificare ulteriormente il testo, magari su richiesta della Commissione europea o della presidenza della Repubblica o di parte dell’opinione pubblica, il testo dovrà tornare al Senato per l’approvazione definitiva, allungando inevitabilmente i tempi.