Quanto fidarsi, e non fidarsi, dei dati economici della Cina
Se ne riparla per via di tre scandali sulla crescita gonfiata: succede spesso nelle province, ma anche il governo centrale fa la sua parte

La scorsa settimana la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, l’organo anticorruzione del Partito Comunista cinese, ha reso noti tre casi in cui alcune autorità locali hanno manipolato i conti pubblici per migliorare la propria performance economica. Non sono episodi isolati: questo genere di manipolazione avviene frequentemente a livello locale e nazionale, e ha contribuito negli anni a generare dubbi sull’attendibilità dei dati economici diffusi dalla Cina.
I tre casi resi noti sono questi. A Nanning, la capitale della provincia del Guangxi (che per la precisione è una regione autonoma, vista la forte presenza di minoranze etniche), le autorità locali avrebbero aumentato le entrate nei propri bilanci dell’equivalente di poco meno di 400 milioni di euro gonfiando eccezionalmente il valore di alcuni terreni pubblici.
Nella provincia dello Zhejiang i funzionari locali avrebbero raccolto oltre 90 milioni di euro a debito per infrastrutture e opere ambientali, e li avrebbero ottenuti falsificando contratti e gonfiando il valore di alcuni beni usati come garanzia. L’obiettivo era di ottenere soldi per gli investimenti e migliorare la performance economica della regione, anche se le garanzie non erano sufficienti. Nella provincia del Gansu le autorità avrebbero invece ottenuto più di sette milioni di euro attraverso titoli statali e li avrebbero usati per progetti di abbellimento del paesaggio, anche se avrebbero dovuto essere destinati a interventi infrastrutturali.
Storie di questo genere in Cina sono frequenti da decenni, e riconosciute anche dalle stesse autorità cinesi, come dimostrano le ultime indagini. Nel 2007 Li Keqiang, che allora era segretario del Partito Comunista nella provincia del Liaoning (la carica politica più importante della provincia) e che poi sarebbe diventato premier della Cina (secondo in comando, dopo il presidente), ammise abbastanza serenamente che i dati della crescita del Prodotto interno lordo (PIL) della Cina erano «artificiali» (man made).
La ragione principale è che in Cina negli ultimi decenni le promozioni dei funzionari e dei politici sono dipese dalle performance economiche. I funzionari del Partito Comunista hanno una carriera lunghissima, che inizia con l’amministrazione di enti locali piccoli e poi via via più grandi, dalle piccole circoscrizioni alle città, alle province e infine al livello nazionale. Tutti i grandi funzionari, compreso il presidente Xi Jinping, devono percorrere le tappe della carriera se vogliono arrivare alle cariche più ambite.
Per essere promossi da una carica all’altra i criteri sono numerosi, dalla fedeltà al Partito alla capacità di mantenere l’ordine. Uno dei principali, se non il principale, sono le performance economiche: se governi una città e l’economia della tua città va benissimo, ci sono ottime probabilità che presto sarai chiamato a governare una provincia, e così via.
Questo ha generato enormi truffe nel corso del tempo, in cui i funzionari hanno utilizzato ogni trucco contabile possibile per gonfiare la crescita delle regioni che governano e garantirsi una promozione.
Questa era la ragione per cui nel 2007 Li Keqiang disse che i dati della crescita economica cinese erano «artificiali»: perché mettevano assieme a livello nazionale dati sulla crescita locale che erano almeno in parte manipolati. Nel 2007 il PIL della Cina cresceva dell’11,9 per cento, una percentuale altissima, e la possibilità che qualche punto derivasse da dati gonfiati non era così preoccupante.

Xi Jinping, marzo 2026 (AP Photo/Ng Han Guan)
Negli ultimi anni però la crescita economica della Cina è rallentata, e alle manipolazioni dei dati fatte dai funzionari locali si è aggiunto un altro sospetto: che anche il governo centrale stia manomettendo i dati economici.
All’inizio di ogni anno il governo annuncia gli obiettivi di crescita del PIL per l’anno in corso, con una notevole precisione, e ogni anno riesce sempre a raggiungerli: quello del 2026 è «tra il 4,5 e il 5 per cento», quello del 2025 era «attorno al 5 per cento» e così via. Molti economisti ritengono che questi dati siano gonfiati e, analizzando indicatori come il consumo energetico delle aziende, il traffico delle merci, i prestiti bancari e altri, sono arrivati a stime molto più basse.
Nel 2024 l’economista cinese Gao Shanwen sostenne che la crescita nel paese era stata del 2 per cento circa, anche se il dato ufficiale era del 5 per cento. Per mesi Gao sparì dalla circolazione. Altri studi occidentali mettono la crescita del PIL a livelli ancora inferiori.

Shanghai, marzo 2026 (AP Photo/Andy Wong)
Se ormai è abbastanza acclarato tra gli esperti che i dati ufficiali dell’economia cinese non sono del tutto affidabili, non è davvero chiaro nemmeno quanto lo siano quelli degli studi alternativi: per quanto rigorosi, nessun economista o centro studi ha a disposizione l’enorme quantità di dati che sarebbe necessaria per fare una stima completa della crescita economica del paese. Quella ce l’ha solo il governo cinese.
Qui si aggiunge un altro problema: negli ultimi anni la Cina ha gradualmente ridotto l’accesso pubblico ai dati legati all’economia, specie se negativi. Il dato sulla disoccupazione giovanile per esempio nel 2023 aveva superato il 21 per cento universitari esclusi, per poi essere prima modificato e infine cancellato. Altri dati come quelli sul valore dei terreni non sono più stati pubblicati.
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