• Mondo
  • Mercoledì 1 luglio 2026

L’Onu non fallirà, per ora

Da anni Stati Uniti e Cina non pagavano quanto dovuto: per evitare il «collasso finanziario» sono state cambiate alcune regole

Un addetto sistema l'orologio nella sede di New York, 3 novembre 2019 (UN Photo/Loey Felipe)
Un addetto sistema l'orologio nella sede di New York, 3 novembre 2019 (UN Photo/Loey Felipe)

Le Nazioni Unite hanno approvato una modifica al proprio regolamento che dovrebbe temporaneamente tamponare la situazione disastrata del suo bilancio. L’ONU si finanzia tramite i pagamenti degli stati membri: negli ultimi anni Stati Uniti e Cina, i due principali contributori, hanno mancato o ritardato pagamenti per miliardi di dollari, portando l’organizzazione sull’orlo del «collasso finanziario», com’era scritto in un rapporto di maggio. Ora le cose dovrebbero migliorare.

La regola che è stata modificata prevedeva che alla fine dell’anno l’ONU ridistribuisse tra tutti gli stati membri i fondi che non aveva speso. Questo a prescindere dal fatto che i singoli stati avessero effettivamente rispettato gli oneri dovuti: cioè l’organizzazione ridistribuiva i fondi non spesi anche tra gli stati che non avevano pagato perché il rimborso ai singoli stati era commisurato ai soldi che in teoria avrebbero dovuto versare, e non a quelli effettivamente versati.

Per fare un esempio, gli Stati Uniti dovrebbero contribuire per il 22 per cento al bilancio dell’organizzazione: è la percentuale più grande tra tutti perché sono la più grande economia mondiale e la quota di fondi che ciascuno stato membro versa all’ONU è commisurata alla sua economia. Questo significa che a fine anno l’ONU finora aveva restituito agli Stati Uniti il 22 per cento del totale dei suoi fondi non spesi, a prescindere dai debiti che avevano con l’organizzazione. Lo stesso discorso vale per la Cina, che pesa il 20 per cento sulle entrate dell’ONU, e a scalare per tutti gli altri.

Questo meccanismo valeva per tutti i tipi di finanziamento che l’ONU riceve dagli stati: gli oneri ordinari, che finanziano gli alti costi di gestione amministrativa, gli oneri per le operazioni di peacekeeping, cioè le missioni nelle aree di conflitto, e gli oneri per finanziare i tribunali internazionali. Cina e Stati Uniti sono in debito su tutti e tre.

Secondo il rapporto di maggio gli Stati Uniti devono alle Nazioni Unite circa 4,3 miliardi di dollari in totale: di questi, circa 2 miliardi sono debiti sugli oneri ordinari, altri 2 miliardi circa per il peacekeeping e 44 milioni per i tribunali internazionali. La Cina ne deve 1,3 miliardi: 429 milioni di contributi ordinari, 870 per le operazioni di peacekeeping e 9 per i tribunali internazionali. Anche altri stati hanno debiti ma in misura nettamente minore.

In base alla modifica approvata martedì, per i prossimi quattro anni l’ONU non rimborserà gli stati che hanno debiti, risparmiando così centinaia di milioni di dollari l’anno.

Fu Cong, il rappresentante permanente la Cina nel Consiglio di Sicurezza, durante una riunione di maggio (UN Photo/Loey Felipe)

La ragione dei mancati pagamenti di Cina e Stati Uniti è sostanzialmente politica. Il presidente statunitense Donald Trump è da sempre ostile alle organizzazioni internazionali, che secondo lui sono uno spreco di soldi e limitano l’indipendenza degli Stati Uniti. In particolare ce l’ha con le Nazioni Unite, e ha più volte detto che secondo lui andrebbero riformate (senza mai specificare come). A gennaio 2026 aveva ritirato gli Stati Uniti da decine di organizzazioni internazionali, tra cui anche diverse agenzie delle Nazioni Unite, e promosso una sorta di alternativa all’organizzazione (che ha altrettanti problemi di fondi).

La questione per la Cina è leggermente diversa ma comunque politica: il presidente Xi Jinping non ha mai preso posizioni apertamente ostili verso le Nazioni Unite e alla fine la Cina ha sempre saldato i suoi pagamenti, ma con un ritardo tale che rendeva impossibile per l’ONU spendere quei soldi. È un metodo che ha usato per fare pressione all’interno dell’organizzazione e promuovere le proprie priorità.

Finora la crisi finanziaria aveva portato l’organizzazione a licenziare migliaia di persone, ridurre le spese di gestione ordinaria anche delle proprie sedi più prestigiose, come New York o Ginevra, ridurre il proprio impegno all’estero e ritardare i pagamenti agli stati che inviano i propri soldati per le missioni umanitarie ONU.

– Leggi anche: Un posto in cui i tagli di Trump all’ONU si stanno sentendo parecchio