Le indagini per caporalato in uno dei cantieri per costruire la diga di Genova
Secondo l'accusa, gli operai sarebbero stati costretti a turni di lavoro estenuanti con paghe tra i 5 e i 7,5 euro all'ora

Un’indagine della procura di Savona ha portato all’arresto di otto persone accusate di aver sfruttato, con metodi di caporalato, decine di operai nel cantiere edile del porto di Vado Ligure. I lavoratori erano impiegati per la costruzione dei cassoni di cemento armato che serviranno per realizzare una nuova diga foranea nel porto di Genova, una delle opere più importanti e costose del PNRR. Oltre alle persone arrestate, ci sono anche altri cinque indagati.
Le indagini hanno riguardato in particolare due aziende, la bresciana JH Costruzioni e la genovese RBB Solutions, che ora sono state messe sotto controllo giudiziario. Secondo le ricostruzioni dell’accusa, la società bresciana avrebbe reclutato gli operai e li avrebbe forniti a quella genovese, che li avrebbe impiegati materialmente. Come riporta Repubblica, la RBB avrebbe operato ricevendo il subappalto da un’altra ditta, non coinvolta nelle indagini, che però le ha tolto l’appalto circa un mese fa.
I lavoratori sarebbero arrivati in Italia soprattutto da India e Pakistan, alcuni tramite le quote prestabilite dal decreto flussi, altri in modo irregolare. Solitamente in questi casi il contatto tra i lavoratori e i datori di lavoro avviene attraverso aziende intermediarie che obbligano i lavoratori a pagare grosse somme di denaro per ottenere un impiego e un visto. Uno degli operai sentiti dagli investigatori di Savona, infatti, ha raccontato di aver contratto un debito di circa 12mila euro per venire in Italia.
Una volta arrivati, i lavoratori sarebbero stati sottoposti a turni e condizioni di lavoro estenuanti. La giornata di lavoro durava tra le otto e le nove ore, ma almeno due giorni alla settimana raggiungeva anche le 12 ore, con mezz’ora o al massimo un’ora di pausa. I presunti caporali, cioè connazionali riconducibili alla JH Costruzioni, avrebbero trattenuto oltre la metà delle loro paghe mensili, obbligandoli a vivere con poco più di 600 euro al mese, venendo pagati tra i 5 e i 7,5 euro all’ora.
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Tra le testimonianze delle 42 persone sentite dalla procura, è emersa la storia di un operaio a cui i presunti caporali avrebbero continuato a chiedere denaro, anche dopo essere svenuto in cantiere per quello che si sarebbe poi scoperto essere un tumore.
I soldi trattenuti sarebbero serviti a pagare l’affitto degli alloggi, in cui i lavoratori avrebbero vissuto in condizioni di sovraffollamento, fino a 30 persone in un appartamento, con un unico bagno e una sola cucina. L’unica cucina disponibile sarebbe dovuta bastare a tutti per preparare il pranzo che erano obbligati a portarsi in cantiere. Una volta tornati dal lavoro, poi, erano costretti a mettersi in fila per fare la doccia.
Anche la vita al di fuori del lavoro sarebbe stata strettamente controllata dai caporali: gli spostamenti tra la casa e il cantiere sarebbero avvenuti con furgoni. I caporali sarebbero stati contrari a tutte le altre uscite, che avrebbero dovuto essere comunicate loro in anticipo. Avrebbero anche deciso quali attività domestiche far fare agli operai, quale cibo preparare e la possibilità di consumare bevande alcoliche.
Se i lavoratori si fossero rifiutati di pagare ai caporali la loro parte di stipendio, loro li avrebbero minacciati di cacciarli di casa, chiamare i carabinieri e di togliere loro il lavoro, disattivando i badge per entrare in cantiere. I lavoratori avrebbero dovuto pagare anche per avere i dispositivi di protezione in cantiere.
Molti di loro, infine, non sarebbero stati adeguatamente formati sulle misure di sicurezza, ma le società avrebbero aggirato questo vincolo grazie a falsi attestati forniti da un’altra ditta bresciana. Oltre all’arresto di otto persone (sette cittadini indiani e uno di nazionalità pakistana, responsabili e dipendenti delle due ditte sotto controllo giudiziario), la giudice per le indagini preliminari Alessia Ceccardi ha disposto anche il sequestro di 277 mila euro alla JH Costruzioni, considerati equivalenti alle somme pretese illecitamente dai lavoratori sfruttati.



