L’Ucraina rivuole i bambini portati in Italia a causa della guerra
Dovevano restarci provvisoriamente, ma molti ci vivono ormai da anni e si sono ambientati: è una storia complicata, per cui i tribunali stanno trovando soluzioni molto diverse
di Alice De Luca

Subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio del 2022, centinaia di bambini ucraini che abitavano in orfanotrofi e case famiglia furono portati in Italia. Negli ultimi anni l’Ucraina ha iniziato a chiedere il loro rimpatrio, ma alcuni tribunali italiani hanno respinto le richieste, per motivi che vanno da questioni di sicurezza al fatto che ormai i minori si sono integrati. L’Ucraina si è opposta e ne sono nati diversi procedimenti giudiziari. Il più controverso riguarda una sentenza con cui lo scorso aprile un tribunale italiano ha accolto la richiesta di adozione di un ragazzo ucraino da parte di una famiglia italiana, secondo l’Ucraina illecitamente.
Secondo dati del governo ucraino, citati dalla ong Human Rights Watch, in Ucraina prima della guerra c’erano circa 105mila bambini che vivevano in orfanotrofi, case famiglia e istituti per minori con disabilità o socialmente svantaggiati. Circa il 90 per cento di loro aveva almeno un genitore in vita, ma era stato allontanato dalla famiglia per problemi economici o sociali.
Per evitare il bombardamento degli orfanotrofi e uccisioni di massa, all’inizio della guerra furono fatti tornare a casa circa 39mila minori che si trovavano nelle zone più a rischio e che avevano almeno un genitore che potesse prendersi cura di loro. Circa 6.750 furono evacuati in altre zone dell’Ucraina o all’estero.
Dopo l’inizio della guerra, infatti, il Consiglio dell’Unione Europea aveva stabilito che tutti i paesi membri avrebbero dovuto garantire una protezione temporanea per le persone sfollate dall’Ucraina. La protezione temporanea è un meccanismo di accoglienza emergenziale che garantisce un permesso di soggiorno, la cui validità è stata più volte prorogata, parallelamente alla prosecuzione del conflitto (l’ultima proroga ha allungato la validità fino al 4 marzo del 2027).
Dopo l’invasione russa alcuni bambini arrivarono in Italia in autobus, accompagnati dagli educatori legalmente autorizzati dall’Ucraina che si erano occupati di loro negli istituti. I tribunali per minorenni in Italia, tuttavia, non riconobbero come tutori legali gli accompagnatori ucraini. Attribuirono ai bambini lo status giuridico di “minori non accompagnati” (trattandoli quindi come se fossero arrivati da soli) e li affidarono a tutori italiani temporanei, in molti casi avvocati.

Un autobus di bambini ucraini arrivato a Volpiano, vicino a Torino, nel marzo del 2022 (Stefano Guidi/Getty Images)
I tutori sono persone che fanno le veci legali dei genitori quando, per qualsiasi motivo, questi mancano o sono impossibilitati a esercitare la loro responsabilità genitoriale. Il loro compito è prendere alcune decisioni sulla vita del minore, per esempio iscriverlo a scuola, dare l’assenso per un’operazione medica o per il trattamento di una patologia, amministrare il loro patrimonio.
Le istituzioni ucraine misero in evidenza le difficoltà, per i bambini, di essere affidati a tutori italiani che non conoscevano la loro lingua e la loro cultura. Per questo, in alcuni casi, soprattutto in quelli gestiti dai tribunali di Brescia e Firenze, i magistrati specificarono che i tutori italiani avrebbero dovuto affiancare, e non sostituire, i tutori ucraini.
Nel giugno del 2023 la corte di Cassazione, l’ultimo grado della giustizia italiana, diede ragione a una donna ucraina che aveva chiesto l’annullamento del provvedimento con cui, un anno prima, il tribunale per i minorenni di Catania non l’aveva riconosciuta come tutrice di 18 bambini che aveva accompagnato in Italia. La Cassazione disse che la nomina dei tutori italiani doveva essere annullata e che invece doveva essere valida la nomina del tutore ucraino.
Su altri casi, però, molti tribunali italiani continuarono a considerare validi gli incarichi dei tutori italiani.
Nel frattempo alcuni bambini vennero assegnati in affidamento a famiglie italiane. L’affidamento è una forma di accoglienza temporanea che permette a una famiglia di prendersi cura di minorenni mentre la loro famiglia di origine si trova in difficoltà. L’obiettivo è che il minore rientri il prima possibile nella famiglia di provenienza. L’affido può avere una durata variabile, per un massimo di 24 mesi. Può però essere prorogato, in alcuni casi anche senza una data di fine.
Negli ultimi anni questa soluzione è diventata sempre più diffusa perché utile a risolvere situazioni complesse, in cui i minori non avevano i requisiti per essere adottati, ma non potevano nemmeno tornare nelle famiglie di provenienza perché le criticità per cui erano stati allontanati non erano state risolte.
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Nonostante gli affidi siano temporanei, è facile che con il tempo i genitori affidatari si affezionino ai bambini, e viceversa, soprattutto quando questi si integrano nel contesto sociale della famiglia, della scuola e degli altri ambienti che frequentano. Quando questo avviene è frequente che i bambini, non riuscendo a mantenere legami con persone connazionali, perdano dimestichezza con la propria cultura d’origine o dimentichino la lingua.
A partire dall’estate del 2023, comprendendo che il conflitto non sarebbe terminato a breve, l’Ucraina cominciò a richiedere, attraverso il console ucraino in Italia, il rimpatrio dei minori, cercando di farli rientrare in zone sicure del paese in vista dell’inizio della scuola.
Le risposte dei tribunali italiani furono diverse caso per caso. Alcuni respinsero le richieste di rimpatrio, assecondando la volontà di restare che certi bambini avevano espresso. Altri invece autorizzarono i rimpatri, sempre dopo aver sentito i bambini e perché valutarono che l’accoglienza dei minori ucraini fosse sempre stata promossa, anche nei rapporti con le autorità ucraine, come una misura emergenziale e temporanea a supporto di un paese in guerra, con la previsione quindi di un ritorno in patria quando l’Ucraina l’avesse voluto.
Del resto, dopo più di un anno dal loro arrivo, i bambini si trovavano in situazioni molto diverse tra loro. Alcuni erano stati assegnati a famiglie affidatarie, mentre altri erano rimasti insieme al gruppo di bambini con cui vivevano negli orfanotrofi in Ucraina e con cui erano arrivati in Italia. È il caso di Rota d’Imagna, un piccolo comune nelle valli bergamasche che ospitò 115 bambini e ragazzi evacuati da un orfanotrofio di Berdyansk, città portuale sul mar Nero occupata dall’esercito russo.
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Fu un caso unico in Italia: da nessun’altra parte i bambini e i ragazzi furono tenuti insieme in un gruppo così grande. Questo permise loro di mantenere rapporti sociali con persone ucraine e di continuare a parlare la loro lingua, anche se frequentavano le scuole italiane e le famiglie del posto, che si presero cura di loro in modo informale, senza un affido. I ragazzi non furono nemmeno separati dagli operatori ucraini che li avevano accompagnati, a cui furono affiancati quelli italiani.
Fu, insomma, un’esperienza di integrazione che permise ai bambini di conservare i legami con il paese d’origine. In questo senso fu diversa da quella sperimentata dai minori assegnati alle famiglie affidatarie.

Una camerata della struttura dove erano ospitati i bambini e i ragazzi ucraini a Rota d’Imagna (Il Post)
Nel luglio del 2024 i magistrati del tribunale per i minori di Brescia, competente per i bambini di Rota d’Imagna, decretarono il loro rimpatrio d’accordo con il console ucraino in Italia, dopo aver interpellato i minori e appurato che gran parte di loro voleva tornare in Ucraina. Il tribunale chiese al console documenti e fotografie che dimostrassero la sicurezza e l’adeguatezza delle due strutture ucraine dove sarebbero stati trasferiti.
I rimpatri dei più piccoli del gruppo furono eseguiti con l’accordo del tutore. Tutti gli altri furono rimpatriati nell’autunno del 2024, dopo forti resistenze da parte delle famiglie italiane e di alcune associazioni.
Cristina Maggia, all’epoca presidente del tribunale per i minorenni di Brescia, ricorda che fu una decisione molto sofferta: «Ma abbiamo ritenuto che in Ucraina ci sarebbe stata per loro una prospettiva di futuro che noi non avremmo potuto assicurare. Non avremmo potuto farli adottare: erano stati collocati qui solo provvisoriamente e questo era stato chiarissimo al loro arrivo». Maggia dice che in Italia i bambini non potevano essere dichiarati adottabili, perché avevano legami affettivi e familiari in Ucraina, e perché in ogni caso erano sottoposti all’autorità del loro paese, rappresentata dal console.
Avevano pesato anche alcune difficoltà: dopo tre anni di permanenza, alcuni bambini avevano manifestato problemi comportamentali; l’entusiasmo e il supporto iniziale delle famiglie si era affievolito; le donazioni erano diminuite e i fondi stanziati dal governo (100 euro al giorno per ogni bambino) per le spese della comunità avevano tardato ad arrivare.
Ma quella di Rota d’Imagna fu appunto una situazione particolare. Per i bambini che si trovavano in affido, soprattutto nelle regioni del sud Italia, le cose sono andate molto diversamente. In alcuni casi, infatti, le famiglie affidatarie si sono opposte ai rimpatri.
L’avvocato Luca Pedullà, che ha assistito alcuni genitori affidatari, dice che le famiglie, pur essendosi inevitabilmente affezionate ai bambini, erano perfettamente consapevoli del fatto che sarebbe stata una collocazione provvisoria. Dice che ciò che le ha spinte a opporsi ai rimpatri è stata la richiesta esplicita dei minori di rimanere in Italia, perché sarebbero stati impauriti dalla guerra e, in certi casi, dal timore di essere arruolati. Le famiglie di alcuni bambini con patologie si erano anche fatte carico della loro cura negli ospedali italiani e temevano che, con i rimpatri, questi percorsi avrebbero potuto interrompersi.
Prendendo le parti delle famiglie, alcuni tutori italiani chiesero che i bambini venissero sottoposti al sistema di protezione internazionale e fossero quindi considerati rifugiati. Alcune richieste furono autorizzate dalle Commissioni territoriali, cioè organi amministrativi delle prefetture, quindi dipendenti dal ministero dell’Interno.
Lo status di rifugiato viene solitamente riconosciuto alle persone che si trovano fuori dal proprio paese e non possono o non vogliono tornarvi a causa di possibili persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica. Acquisire questo status comporta la rottura di qualsiasi rapporto con le autorità statali del paese di origine (comprese le ambasciate e i consolati), che viene considerato un luogo pericoloso per il rifugiato, da cui deve essere protetto e tutelato. Con il cambio di status dei bambini, quindi, l’Ucraina perse i contatti con loro.
Oles Horodetskyy, presidente dell’Associazione cristiana degli ucraini in Italia e consigliere in Italia del garante per i diritti umani del parlamento ucraino, dice che l’interruzione delle comunicazioni con i bambini ha reso le richieste di rimpatrio più urgenti.
L’Ucraina infatti teme che, attraverso il rifiuto dei rimpatri, la permanenza dei minori in Italia, adottata in via emergenziale con una protezione provvisoria, diventi definitiva. Significherebbe anche la perdita di una parte di popolazione giovane, importante per il futuro di un paese come l’Ucraina, che sta facendo i conti da almeno 30 anni con una grave crisi demografica. Lo spopolamento è una delle più grosse preoccupazioni negli scenari successivi alla fine della guerra.
I timori delle autorità ucraine sono aumentati dopo che la famiglia affidataria di uno dei bambini è riuscita a ottenerne l’adozione, con una sentenza del tribunale per i minori di Lecce. La vicenda è stata raccontata in un’inchiesta dell’emittente statunitense CNN.
Quando iniziò la guerra, nel febbraio del 2022, il bambino in questione aveva 11 anni. Aveva una madre e un padre in Ucraina, ma si trovava in una casa famiglia perché le autorità ucraine avevano stabilito per i suoi genitori una limitazione temporanea della responsabilità genitoriale. Nella sentenza di adozione, i magistrati italiani hanno scritto che la causa fu «il comportamento pregiudizievole di entrambi i genitori». Il bambino venne evacuato dalla struttura ucraina in cui si trovava insieme ad altri 24 minori, che arrivarono a Napoli accompagnati dalla responsabile della casa famiglia.
La donna non venne riconosciuta dai tribunali italiani come tutrice dei minori, che furono assegnati a tutori italiani e poi dati in affido ad alcune famiglie. Nel marzo del 2022 il bambino andò a vivere con una coppia che abitava in provincia di Lecce. L’affido, come succede spesso, durò molto più dei 18 mesi che erano stati inizialmente stabiliti. Nel marzo del 2025 la coppia chiese di adottarlo.
Il tribunale per i minorenni di Lecce accolse la richiesta, constatando che il padre del bambino, arruolato in guerra, non risultava reperibile e che né la madre né il tutore legale del minore si erano presentati al procedimento. Nelle sue valutazioni, il tribunale scrisse che il bambino aveva una relazione sporadica e conflittuale con la madre biologica, e che aveva manifestato l’intenzione di restare in Italia con i genitori affidatari. I magistrati motivarono la loro decisione anche scrivendo che il bambino era cresciuto in modo sereno, stringendo un legame profondo con i genitori affidatari.
Il consolato ucraino ha fatto appello contro la sentenza di adozione. L’Ucraina reputa l’adozione illegittima perché la propria legge marziale (cioè l’insieme di norme applicate in caso di guerra) impone la sospensione delle adozioni internazionali durante i conflitti. In un comunicato diffuso all’inizio della guerra, l’Ucraina aveva ricordato che eventuali adozioni internazionali avrebbero violato anche le raccomandazioni dell’UNICEF e dell’UNHCR (due organi delle Nazioni Unite che tutelano rispettivamente i diritti dei minori e quelli dei rifugiati), che raccomandano di non permettere l’adozione di bambini evacuati durante una guerra o un’emergenza.



