Ci sono ancora centinaia di dispersi per i terremoti in Venezuela
I soccorritori continuano a scavare sotto le macerie: quasi 600 persone sono morte e i feriti sono circa 3mila

In Venezuela i soccorritori stanno cercando centinaia di persone intrappolate sotto le macerie degli edifici crollati per i due terremoti che mercoledì hanno colpito il paese vicino alla capitale Caracas. Almeno 589 persone sono morte e ci sono quasi 3mila feriti, ma i numeri probabilmente cresceranno. È complicato fare una stima delle persone disperse: il governo ha detto che sono centinaia ma è probabile siano molte di più.
Oltre ai canali ufficiali della Croce Rossa e della Protezione civile, sono stati creati canali informali per diffondere notizie sui dispersi. Uno dei più diffusi è il portale Desaparecidos Terremoto Venezuela, messo online con l’obiettivo di centralizzare le segnalazioni e facilitare la ricerca di familiari. Secondo gli ultimi dati segnalati sono decine di migliaia le persone di cui i familiari hanno detto di aver perso i contatti, ma considerato il caos potrebbe essere successo per diversi motivi, quindi è un dato approssimativo.
Tra le persone colpite dal terremoto ce ne sono anche alcune italo-venezuelane: tre sono morte, cinque risultano ferite e 35 disperse, secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La prima scossa, di magnitudo 7.2, è avvenuta alle 18:04 ora locale di mercoledì, quando in Italia era passata da poco la mezzanotte, circa 160 chilometri a ovest di Caracas. Meno di un minuto dopo ne è arrivata una seconda, di magnitudo 7.5. Entrambe sono state superficiali — secondo il servizio geologico statunitense (USGS) la prima a 20,3 chilometri di profondità, la seconda a 10 — e questo ha reso i danni più gravi. Secondo l’USGS la seconda scossa è la più forte registrata in Venezuela dal 1900. Mercoledì era un giorno festivo, quindi più persone del solito erano in casa.

La zona con più danni è quella attorno a La Guaira, sulla costa a nord della capitale, dove gli edifici danneggiati o distrutti sono circa 250, secondo quanto detto da Jorge Rodríguez, presidente dell’assemblea nazionale e fratello della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Tra questi ci sono almeno otto ospedali, la sede della Croce Rossa venezuelana e l’ambasciata francese. Gli ospedali rimasti in piedi nel frattempo sono sovraccarichi: mancano medicine, strumenti e non ci sono sufficienti posti per accogliere quella che un medico venezuelano ascoltato da BBC ha definito «un’enorme quantità di persone».
La Guaira, uno dei 23 stati venezuelani, ha una popolazione stimata di 400mila abitanti, concentrati nell’area metropolitana attorno all’omonima capitale, che si trova a circa 30 chilometri da Caracas. È anche uno degli stati economicamente più sviluppati del Venezuela: a La Guaira c’è uno dei porti più importanti, una raffineria petrolifera tra le più grandi ed è anche una destinazione turistica molto frequentata.
La presidente Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale e quello di “zona disastrata” per lo stato di La Guaira. Ha detto di aver sospeso l’erogazione del gas per evitare perdite che possano causare esplosioni, e che le scuole resteranno chiuse fino alla fine della settimana. In diverse zone sono saltate anche le forniture di acqua per i danni del terremoto, e a Caracas ci sono blackout in alcune aree. Sono state sospese le attività non essenziali e, nella capitale, anche treni e metropolitane. È stato chiuso l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, a Maiquetía vicino a Caracas, che ha subito gravi danni.

Persone sfollate dopo il terremoto a Caracas, 25 giugno 2026 (AP Photo/Pedro Mattey)
La Federazione internazionale della Croce Rossa invierà almeno 40 tonnellate di aiuti umanitari. Un primo carico di 17 tonnellate tra kit per l’igiene, moduli cucina, coperte e materassi per circa 800 famiglie è già partito da Panama. L’operazione, ha detto la Croce Rossa, andrà avanti per mesi. L’ONU ha detto che squadre di soccorso da 17 paesi, fra cui l’Italia, hanno già raggiunto il Venezuela o lo faranno nelle prossime ore.
Il primo paese estero a reagire al terremoto di mercoledì sono stati gli Stati Uniti, che di fatto controllano in modo diretto la politica venezuelana dopo aver deposto a gennaio l’ex dittatore Nicolás Maduro per instaurare Rodríguez, una presidente più malleabile agli interessi statunitensi.
Il presidente Donald Trump ha disposto l’invio di 150 milioni di dollari in aiuti, di cui 100 milioni attraverso l’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e 50 ad associazioni locali; ha mobilitato tre squadre specializzate in ricerca e soccorso e intervento rapido e il comando interforze dell’esercito per il coordinamento logistico dei soccorsi. Ha anche sospeso alcune sanzioni, permettendo al governo di sbloccare fondi da usare per l’emergenza.

Una donna cerca tra i detriti di un palazzo distrutto a Caracas, 25 giugno 2026 (AP Photo/Pedro Mattey)
È un aiuto massiccio per l’amministrazione Trump, che negli ultimi anni ha molto ridotto il ruolo degli Stati Uniti nell’intervento umanitario all’estero. Per fare un paragone, per il forte terremoto in Myanmar dell’estate scorsa stanziò 9 milioni di dollari.
L’intervento in Venezuela riflette la cosiddetta dottrina “Donroe”, una revisione di quella ottocentesca dell’ex presidente James Monroe. Prevede che gli Stati Uniti impongano la loro influenza incontrastata sul continente americano, controllando le politiche nazionali e le economie dei singoli paesi, rendendoli di fatto dipendenti dagli aiuti statunitensi.
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