In Venezuela gli ospedali erano già in crisi prima del terremoto
E oggi rischiano di collassare perché mancano attrezzature, medicine e medici: c'entrano le sanzioni ma anche l'emigrazione massiccia

La risposta all’emergenza sanitaria causata dai due terremoti che hanno colpito mercoledì il Venezuela è particolarmente difficile in un paese in cui il sistema ospedaliero è in crisi da anni. La mancanza di investimenti, le sanzioni internazionali e l’enorme emigrazione hanno compromesso la capacità del sistema sanitario venezuelano. I problemi erano già gravi durante la gestione ordinaria: dopo il terremoto molti ospedali si sono ritrovati vicini al collasso e impossibilitati a fornire cure anche semplici, soprattutto per la mancanza di strutture e materiali.
Le immagini che arrivano dagli ospedali attraverso i social mostrano edifici sovraffollati, con pazienti che aspettano interventi nei corridoi o anche nel cortile. Medici e infermieri stanno registrando e pubblicando video in cui chiedono medicine e materiale in modo urgente.
Il terremoto ha colpito soprattutto la zona di La Guaira, nel nord del paese, lungo la costa, non lontano dalla capitale Caracas. In quella regione gli ospedali sono pieni e non riescono a ricevere nuovi feriti, che perlopiù vengono trasportati verso le strutture di Caracas. Venti ospedali sono stati danneggiati dal terremoto, almeno quattro sono stati completamente evacuati per danni strutturali.
In attesa dell’arrivo di aiuti dall’estero e di ospedali da campo, il governo venezuelano ha attivato una rete di otto ospedali pubblici e dodici cliniche private nella zona della capitale, a cui è stata affidata la risposta all’emergenza.
L’ultima indagine nazionale sugli ospedali, del 2024, segnalava che solo il 60 per cento delle sale operatorie era attiva e utilizzabile, che un ospedale su tre aveva carenza di materiali di emergenza e che nel 91 per cento dei casi gli ospedali chiedevano ai pazienti di portare da casa alcuni materiali necessari per realizzare le operazioni chirurgiche. Le cose non sono sicuramente migliorate a partire dal 2024, anzi: c’è stato un progressivo irrigidimento delle sanzioni statunitensi, accompagnato da una sempre maggiore inefficacia dell’azione governativa.

Un uomo ferito all’ospedale di Moron, il 25 giugno 2026 (AP Photo/Jacinto Oliveros)
Nel 2025 il Venezuela ha destinato al settore sanitario il 3,5 per cento del suo bilancio: la media mondiale è del 10 per cento e l’Organizzazione mondiale della sanità indica come percentuale minima necessaria il 6 per cento. Un articolo della CNN di maggio aveva raccontato le difficoltà a ottenere cure anche per i pazienti cronici e oncologici.
Alla mancanza di mezzi e materiali si aggiunge un numero di medici insufficiente e in diminuzione, a causa della grande emigrazione verso altri paesi.
La prolungata crisi, che dura da oltre un decennio, ha già causato l’emigrazione di oltre otto milioni di venezuelani, quasi un quarto della popolazione totale: sono partite soprattutto le persone in età lavorativa e fra loro molti medici e infermieri. Il sistema sanitario venezuelano era inoltre sostenuto da medici e infermieri cubani, grazie alla grande tradizione delle scuole mediche dell’isola, ma la contemporanea grave crisi di Cuba e le limitazioni imposte degli Stati Uniti hanno reso più complesse queste collaborazioni.

L’ingresso dell’ospedale di Moron, il 25 giugno 2026 (AP Photo/Jacinto Oliveros)
Le informazioni sul numero di morti e feriti sono ancora parziali e le operazioni di soccorso non si sono interrotte.
Subito dopo il terremoto Donald Trump ha promesso un aiuto immediato e consistente da parte degli Stati Uniti: la sua amministrazione non è sempre stata subito disponibile a rispondere a crisi internazionali, ma oggi il governo venezuelano di Delcy Rodriguez agisce di fatto su indicazioni di quello statunitense. I rapporti sono stretti e gli Stati Uniti hanno stanziato 15o milioni di dollari per la risposta all’emergenza: 100 verranno gestiti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), altri 50 da ong che sono già operative in Venezuela.



