Apple non sarà l’unica ad aumentare i prezzi
Sta succedendo a console, computer e a tutta l'elettronica, e la colpa è dell'intelligenza artificiale

Giovedì Apple ha annunciato un aumento dei prezzi tra il 15 e il 25 per cento su tutti i suoi computer MacBook e i suoi tablet iPad. I prezzi degli iPhone non sono stati modificati, ma con ogni probabilità aumenteranno notevolmente quando usciranno i nuovi modelli, a settembre.
Attualmente un iPhone 17 Pro, l’ultimo modello, costa negli Stati Uniti 1.099 dollari (tasse escluse); si stima che il prossimo, il 18 Pro, ne costerà 1.299. Questo succederà non perché Apple avrà introdotto qualche grande novità tecnologica, ma perché sono aumentati eccezionalmente i prezzi di due componenti fondamentali. La colpa di questi aumenti è dell’intelligenza artificiale.
I due componenti sono le memorie DRAM e NAND. Nella pratica sono due piccoli chip che stanno all’interno degli smartphone, dei computer, dei tablet, delle console e di molti altri apparecchi elettronici, e hanno due funzioni fondamentali. La DRAM è la memoria che il dispositivo usa mentre sta lavorando, per esempio per aprire i programmi e le app. La NAND è la memoria di archiviazione, quella in cui vengono salvati i file, le foto e così via.
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Negli ultimi dodici mesi il costo di queste memorie è in media quadruplicato. Secondo calcoli fatti dal Wall Street Journal, se attualmente il costo della DRAM nell’iPhone 17 Pro è di 39 dollari, nel prossimo iPhone arriverà a 145 dollari. La NAND costa 13 dollari nel 17 Pro e arriverà a 51 dollari nel 18 Pro. Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, ha detto che gli aumenti sono «inevitabili» perché il costo delle memorie è diventato «insostenibile».
Apple è soltanto la più recente (benché la più grande) azienda tecnologica ad aumentare i prezzi dei suoi prodotti. La console Switch 2 di Nintendo passerà da 469,99 euro a 499,99 euro. Le console PS5 di Sony ad aprile sono aumentate di 100-150 euro ciascuna. Il prossimo computer Surface di Microsoft costerà 600 dollari in più del suo predecessore. L’elenco potrebbe proseguire più o meno con qualsiasi prodotto elettronico che contenga memorie DRAM o NAND, dalle macchine fotografiche ai gadget tecnologici.
La ragione degli aumenti, semplificata al massimo, è: le compagnie di intelligenza artificiale si stanno accaparrando più memorie DRAM e NAND possibile, perché servono loro per costruire i data center e per far funzionare i modelli di AI. Negli ultimi anni le compagnie come OpenAI (quella del chatbot ChatGPT) e Anthropic (quella di Claude), oltre che Google, Meta, Amazon e Microsoft hanno fatto investimenti da centinaia di miliardi di dollari, e grazie a questa enorme capacità di spesa sono riuscite a ottenere l’accesso prioritario alle memorie sul mercato, riducendo la disponibilità per l’elettronica di consumo.
Vista la domanda elevata i prezzi sono aumentati in modo eccezionale. Per dare un ordine di grandezza: uno dei tipi di memoria più utilizzati per i data center prodotto dall’azienda statunitense Micron è passato in un anno da 350 dollari a 1.300 dollari.
Si prevede inoltre che i prezzi continueranno ad aumentare, perché le aziende di AI hanno così tanti soldi che continuano a comprare memorie nonostante i prezzi alti, contribuendo ulteriormente alla scarsità e dunque a prezzi ancora più elevati. Secondo Micron, la situazione di «scarsità» proseguirà almeno per tutto il 2027.

Lo stand di SK Hynix a una fiera di elettronica a Seul, Corea del Sud, ottobre 2025 (AP Photo/Ahn Young-joon)
Per risolvere questa situazione di scarsità bisognerebbe produrre più memorie, ma qui cominciano le complicazioni. I produttori di memorie DRAM e NAND sono principalmente tre al mondo: la statunitense Micron e le sudcoreane SK Hynix e Samsung. Grazie all’eccezionale aumento della domanda e dei prezzi, negli ultimi due anni queste tre aziende hanno ottenuto risultati spettacolari: sia Micron sia SK Hynix nell’ultimo anno sono arrivate a valere più di mille miliardi di dollari in borsa (Samsung li valeva già) e SK Hynix è diventata la società più grande di tutta la Corea del Sud.
Tutte e tre le aziende però sanno che il mercato delle memorie è eccezionalmente volatile: significa che alterna spesso periodi di forte scarsità e prezzi alti a periodi di eccesso di produzione e prezzi molto bassi. Appena tre anni fa, nel 2023, SK Hynix perdeva miliardi di dollari e anche Micron era in grave crisi: i suoi profitti erano negativi e l’azienda fu costretta a licenziare il 15 per cento del personale. Per questo, benché ora che le cose vadano benissimo e ci siano i soldi per fare investimenti e aumentare la produzione, Micron, SK Hynix e Samsung sono restie a farlo: temono che presto tornerà un altro crollo, e che loro si troveranno con nuovi impianti produttivi lasciati inutilizzati, debiti da ripagare e così via.
È per questo che la crisi delle memorie è stata definita «quasi impossibile da risolvere»: per farlo bisognerebbe o ridurre la domanda (e quindi fare in modo che le aziende di AI rallentino gli acquisti) o aumentare la produzione. Per ora, delle due sembra più probabile la prima opzione. Questo però potrebbe significare che la bolla dell’AI sarà scoppiata, provocando gravi danni in tutta l’economia. È un rischio di cui si parla da anni: molti ritengono che l’enorme peso assunto dalle intelligenze artificiali nell’economia si basi su fattori temporanei e investimenti rischiosi, e qualora l’entusiasmo attuale dovesse ridursi, il valore di molte aziende crollerebbe mettendo in difficoltà anche la crescita economica.
Un’altra soluzione potrebbe provenire dalla Cina, dove alcune aziende (in particolare CXMT e Yangtze Memory Technologies) stanno facendo grandi investimenti per aumentare la produzione di memorie entro la fine del 2027. Le aziende cinesi sono spesso sostenute economicamente dallo stato, e per questo hanno meno timore di quelle occidentali di fare investimenti che potrebbero rivelarsi improduttivi.
C’è però un problema: sia gli Stati Uniti sia l’Europa limitano gli scambi tecnologici con la Cina, soprattutto in settori importanti come quelli dei chip e delle memorie, per ragioni di concorrenza economica e di sicurezza nazionale. Se le aziende cinesi dovessero riuscire ad aumentare la produzione, l’Occidente rischierebbe di non ottenere benefici.



