I prezzi del petrolio sono tornati ai livelli di prima della guerra

Per la riapertura almeno parziale dello stretto di Hormuz: ma serve cautela, e vedere dove vanno i negoziati tra Iran e Stati Uniti

Navi commerciali ancorate al largo di Port Sultan Qaboos, il porto più grande di Mascate in Oman, il 21 giugno
Navi commerciali ancorate al largo di Port Sultan Qaboos, il porto più grande di Mascate, in Oman, il 21 giugno (Elke Scholiers/Getty Images)
Caricamento player

Nelle ultime ore il prezzo del petrolio è tornato per la prima volta vicinissimo ai livelli di prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, a fine febbraio. Le due principali quotazioni – WTI e Brent – sono scese rispettivamente a 69,5 e 72,6 dollari al barile: prima della guerra erano a 67 e 72,5 dollari.

Il calo è stato dovuto all’effettiva, seppure ancora limitata, ripresa del traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz e alla decisione statunitense di sospendere le sanzioni sul petrolio iraniano. Entrambe sono state conseguenze del memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran il 18 giugno con l’obiettivo di negoziare un accordo di pace. Ci sono comunque alcune cautele da considerare.

Il traffico nello stretto di Hormuz, ricominciato dopo che gli Stati Uniti hanno interrotto il loro blocco navale, non è tornato ancora ai livelli di prima. Mercoledì dallo stretto sono passate 31 navi commerciali, contro il centinaio di prima della guerra. Il segretario dell’Energia statunitense Chris Wright ha sostenuto che tra martedì e mercoledì siano passate 72 navi con a bordo 20 milioni di barili, un quinto del consumo giornaliero globale.

L'andamento del WTI (da investing.com)

L’andamento del WTI (da Investing.com)

L’analista Francis Osborne ha detto al Financial Times che, anche se le quotazioni del petrolio stanno tornando alla normalità, «non tengono conto dei rischi nel futuro meno immediato, che rimangono molto reali». Una delle principali cautele è che le quotazioni che stiamo guardando sono quelle a cui viene venduto il petrolio ora: anche se si attestassero, le scorte ordinate in questi mesi dai paesi verranno comunque pagate al prezzo precedente, molto più alto. Il picco è stato a marzo: 120 dollari al barile.

L'andamento del Brent (da investing.com)

L’andamento del Brent (da Investing.com)

Paradossalmente, ai mercati non converrebbe che lo stretto riapra subito completamente: il carico delle navi ancora in attesa di uscire da lì è di 100 milioni di barili di petrolio e sarebbe complicato gestirlo, se tornasse disponibile tutto insieme. Per evidenti ragioni logistiche, ma anche per questioni economiche.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha scritto nel report di giugno che la riapertura, dopo mesi di crisi energetica, potrebbe determinare un eccesso di offerta nel 2027, e quindi a far scendere troppo il prezzo, spingendo i paesi produttori a ridurre la produzione in un momento molto complicato per il mercato. Non è detto che si arrivi a questa condizione perché in realtà la domanda di petrolio è ancora molto alta, per la volontà dei paesi di rimpinguare ed espandere le loro riserve strategiche per proteggersi da crisi future.

– Leggi anche: Un’altra ragione per cui i prezzi del petrolio non si abbasseranno presto

In ogni caso, gli analisti stimano che ci vorrà almeno un anno prima che l’Iran e i paesi del Golfo Persico, che sono tra i principali produttori di idrocarburi al mondo, possano tornare alla produzione di prima.

I paesi del Golfo, tra le altre cose, devono riparare i danni ai loro impianti energetici. Pure il settore petrolifero iraniano, già malmesso a causa di anni di sanzioni, dovrà ricominciare la produzione che aveva quasi fermato quando, a causa del blocco statunitense, aveva pressoché saturato la sua capacità di stoccaggio del petrolio. Per prima cosa, l’Iran dovrà ricaricare questo petrolio sulle navi cisterna.

Strutture di stoccaggio del petrolio al porto di Barcellona, in Spagna, in una foto di fine aprile

Strutture di stoccaggio del petrolio al porto di Barcellona, in Spagna, in una foto di fine aprile (Angel Garcia/Bloomberg)

Un’ultima incognita – non secondaria – è l’andamento delle trattative tra Iran e Stati Uniti. La riapertura dello stretto di Hormuz è legata ai 60 giorni in cui, secondo l’accordo preliminare che hanno firmato, i due paesi continueranno a trattare.

– Leggi anche: Se non state dietro ai negoziati, non siete i soli

Non ci sono accordi sulla futura gestione dello stretto. In questi giorni l’Iran ha istituito una nuova compagnia d’assicurazioni, ordinando alle navi che vogliono attraversare lo stretto di registrarsi (per ora gratuitamente) e i Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più potente e influente del regime, hanno minacciato di attaccare quelle che non lo faranno. Per gli Stati Uniti sono condizioni inaccettabili.