Fuori Viktor Orbán, dentro Rumen Radev

Putin ha perso il suo migliore alleato nell'Unione Europea, ma il nuovo primo ministro bulgaro potrebbe prenderne il posto

Rumen Radev dopo avere giurato come primo ministro, a Sofia lo scorso 8 maggio
Rumen Radev dopo avere giurato come primo ministro, a Sofia lo scorso 8 maggio (AP Photo/Valentina Petrova)
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Da quando l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán ha perso le elezioni ad aprile, la Russia ha perso il suo principale alleato tra i paesi dell’Unione Europea. Senza l’Ungheria, dove adesso c’è un governo più collaborativo con le istituzioni europee, il ruolo di paese più ostico da convincere sulle sanzioni alla Russia sembra essere passato alla Bulgaria di Rumen Radev, che la scorsa settimana ha partecipato al suo primo Consiglio Europeo e ha messo il veto su una nuova serie di sanzioni.

Radev è in carica da maggio, prima era il presidente della Bulgaria. Ad aprile ha vinto le ottave elezioni nel paese in cinque anni, con un programma antisistema e il sostegno di partiti di orientamento filorusso: ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, come non succedeva dal 1997, ponendo di fatto fine a una lunga fase di instabilità politica. Radev ha addotto motivazioni di interesse nazionale per opporsi alle sanzioni europee.

Nella lista di persone da sanzionare ce n’erano due (su 34) per cui Radev era contrario: l’ex presidente della compagnia petrolifera russa Lukoil, Vagit Alekperov, e il patriarca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa che è un fiancheggiatore del regime del presidente russo Vladimir Putin. Vediamo un caso per volta.

La sede di Lukoil a Sofia, in una foto del 2023

La sede di Lukoil a Sofia, la capitale della Bulgaria, in una foto del 2023 (EPA/VASSIL DONEV)

Lukoil ha una presenza considerevole in Bulgaria, in particolare per via della raffineria di Burgas che copre l’80 per cento del fabbisogno di carburante. La raffineria è di Lukoil e il governo bulgaro aveva cercato di ottenere un’esenzione dalle sanzioni statunitensi alle compagnie petrolifere russe. Non riuscendoci, nel 2025 aveva preso il controllo del ramo bulgaro di Lukoil nominando un amministratore statale. Lukoil ha minacciato ricorsi legali.

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Radev teme che le sanzioni ad Alekperov influiscano negativamente su questo contesto e danneggino l’economia bulgara. Le ha paragonate a «spararsi da soli in un piede». Il suo governo sostiene che una disputa legale con Lukoil costerebbe 3 miliardi di euro, anche se non ha spiegato come ha calcolato questa cifra né perché non pensi di vincere uno scontro legale su provvedimenti legittimati dal parlamento.

Anche su Kirill, Radev ha dato motivazioni fumose. Ha sostenuto che nella decisione dovrebbe essere coinvolta la Chiesa ortodossa, nonostante la Bulgaria sia uno stato laico. Vista la totale adesione ideologica di Kirill al regime, nessuno degli altri stati europei a maggioranza ortodossa, come Grecia e Romania, si è opposto alle sanzioni, che in passato erano fallite per l’opposizione di Orbán.

Viktor Orbán e Rumen Radev in un incontro a Sofia nel 2024

Viktor Orbán e Rumen Radev in un incontro a Sofia nel 2024 (AP Photo/Valentina Petrova)

Il veto della settimana scorsa non è stata l’unica posizione ostile all’Ucraina di Radev. A inizio giugno il suo governo ha interrotto l’invio di aiuti militari. Negli ultimi anni la Bulgaria aveva fornito missili anticarro, sistemi antiaerei, veicoli corazzati e pezzi d’artiglieria. Il divieto si applica al materiale di proprietà dello stato e non riguarda le aziende private, ma è coerente con le passate dichiarazioni di Radev che aveva definito il sostegno militare all’Ucraina «una causa persa».

Anche da presidente Radev aveva posizioni filorusse e si era approfittato della debolezza e della precarietà dei governi per cercare di riavvicinare la Bulgaria alla Russia. È probabile che sul suo atteggiamento incidano anche motivazioni contingenti: mettersi di traverso è un modo per chiedere concessioni alle istituzioni europee, come faceva Orbán, e quindi è altrettanto possibile che non ripeta i veti con la stessa assiduità. Ma è anche un modo di assecondare l’opinione pubblica: secondo i sondaggi, la maggioranza delle persone bulgare è contraria all’invio di armi all’Ucraina e alle sanzioni alla Russia.

Radev non è così solo, in Europa. Pure senza Orbán, nel blocco di paesi sovranisti dell’Unione restano la Slovacchia di Robert Fico e la Cechia di Andrej Babiš. Se il mandato di Fico sta finendo – ci saranno elezioni l’anno prossimo – quello di Babiš è cominciato lo scorso autunno. In ogni caso bloccare le decisioni del Consiglio Europeo in materia di politica estera e sicurezza è sufficiente il veto di un solo paese.

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In questi giorni Babiš si sta scontrando con il presidente europeista della Cechia, Petr Pavel, che ha fatto causa al governo davanti alla Corte costituzionale per non averlo incluso nella delegazione per la prossima riunione della NATO, che si terrà a luglio. Pavel, che è un ex generale e un convinto sostenitore dell’Ucraina, aveva partecipato a tutte le riunioni precedenti. Pavel e Babiš si erano sfidati alle presidenziali del 2023 (aveva vinto Pavel). Recentemente hanno litigato anche sulle spese militari, che Babiš vuole abbassare all’1,8 per cento del PIL, al di sotto dei vincoli della NATO.

Infine, per quanto non resti traccia dell’ostruzionismo di Orbán, il sostegno del nuovo governo ungherese di Péter Magyar alle misure a favore dell’Ucraina non può essere dato per scontato. Magyar, che si è formato politicamente nel partito di Orbán, ha rapporti decisamente migliori con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (prima erano azzerati) e ha ritirato il veto dell’Ungheria all’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea. Proprio in questi giorni però ha rallentato un passaggio formale propedeutico all’inizio dei colloqui.