Il governo deve decidere che fare con la tassa sui pacchi

Da luglio si rischia di pagare almeno 5 euro per ogni ordine sotto i 150 euro proveniente da un paese non europeo

(AP Photo/Ross D. Franklin)
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Il governo italiano deve decidere cosa fare con la tassa di 2 euro sui pacchi di valore inferiore ai 150 euro e provenienti da paesi fuori dall’Unione Europea. Dovrebbe entrare in vigore il primo di luglio, ma in quella data entrerà in vigore anche una tassa praticamente identica a livello europeo, di 3 euro. Allo stato attuale delle cose, tra due settimane i consumatori italiani dovrebbero quindi pagare due tasse sovrapposte, per un totale di 5 euro a pacco (3 europei per ogni oggetto + 2 italiani per ogni spedizione).

Sarebbe una tassa sproporzionata e decisamente impopolare, perché riguarderebbe molte persone che ordinano prodotti a prezzi bassi da paesi extraeuropei. Che si sarebbe arrivati a questa situazione era ampiamente prevedibile: il governo sa da mesi di dover risolvere un guaio che si è creato da solo.

La tassa italiana era stata introdotta a dicembre con la legge di bilancio, quella con cui il governo definisce come spendere i soldi per l’anno successivo: l’obiettivo dichiarato era disincentivare l’acquisto di prodotti a basso costo dalla Cina, problematici per il loro impatto ambientale e sociale, e per la concorrenza insostenibile che fanno alle imprese italiane; ma nella pratica la tassa serviva soprattutto al governo per racimolare qualche centinaio di milioni di euro a copertura di alcune misure previste all’ultimo nella legge di bilancio.

Fu chiaro fin da subito che la tassa non stava in piedi, tanto che già a marzo il governo ne rinviò l’introduzione a luglio. Ora ci risiamo, una soluzione definitiva non è stata trovata ed è molto probabile che si arriverà a un nuovo rinvio. Così però non solo verrà ancora una volta posticipato il problema, ma si alimenteranno ulteriormente la confusione e le distorsioni che nel frattempo si sono create nel settore della logistica.

Le aziende di spedizioni, infatti, lamentano di stare perdendo il giro d’affari per il modo in cui le aziende si sono già attrezzate per aggirare la tassa, anche se non è ancora entrata in vigore. Aggirarla è abbastanza semplice: basta mandare i pacchi in altri paesi europei in cui la tassa non si paga e poi portarli in Italia con i tir. Il mercato unico europeo permette di farlo senza limitazioni, e il risultato è una perdita di lavoro per le aziende italiane della logistica e una perdita anche per lo Stato italiano, che rinuncia alle tasse che queste imprese pagherebbero sui loro servizi, tra IVA e altro.

Confetra, una delle più importanti federazioni italiane dei trasporti e della logistica, dice che nei primi mesi del 2026 le aziende del settore hanno perso una quota significativa dei loro guadagni abituali, e ha stimato in 25,5 milioni di euro la perdita per lo Stato se la tassa entrasse in vigore. Confetra non chiede il rinvio, ma l’abolizione completa della tassa, che comunque è problematica anche per altri aspetti.

Innanzitutto c’è una questione di contrasto legislativo: la materia doganale è competenza esclusiva europea, quindi solo l’Unione Europea può imporre tasse di questo tipo, che sono di fatto dei dazi.

Poi c’è il tema della sovrapposizione. Quando il governo la impose si sapeva già che l’Unione Europea stava lavorando a una tassa identica proprio per scoraggiare i tanti acquisti che i consumatori europei fanno su siti come Shein, Temu o Aliexpress, noti per la scarsa attenzione verso l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

(AP Photo/Matt Slocum)

Proprio a dicembre, negli stessi giorni in cui il governo decise di introdurre la tassa italiana, il Consiglio dell’Unione Europea decise che avrebbe introdotto quella europea.

Il meccanismo di quella europea è un po’ particolare perché parte dal presupposto di togliere l’esenzione dai dazi in vigore sui pacchi sotto i 150 euro. L’esenzione ha una ragione molto concreta: il costo del lavoro che serve alle dogane per controllare anche le spedizioni di basso valore superava il vantaggio in termini di gettito, cioè dei soldi raccolti complessivamente con questi dazi. In breve si rischiava che costasse di più raccogliere quei dazi di quanto effettivamente si sarebbe guadagnato. Nel 2025 sono arrivati nei paesi europei 5,9 miliardi di pacchi sotto i 150 euro, la maggior parte dei quali dalla Cina.

Ora però c’è anche la volontà di limitare l’impatto economico, sociale e ambientale dei prodotti a basso costo cinesi: per questo l’Unione Europea ha deciso di applicare i dazi anche su questi prodotti, a partire dal 2028, quando diventeranno operativi nuovi sistemi automatizzati alle dogane e quindi sarà un compito meno complicato. Se oggi è possibile importare dalla Cina una maglietta da 10 euro senza costi aggiuntivi, dal 2028 serviranno 11,2 euro, ossia 10 euro più il 12 per cento di dazio. Dall’autunno di quest’anno dovrebbe essere applicata anche una cosiddetta handling fee, cioè una commissione per la gestione in dogana il cui importo però non è stato ancora determinato.

L’Unione Europea ha deciso che nel frattempo sarà applicato un dazio forfettario, del valore di 3 euro a pezzo spedito, cioè quello che entra in vigore il primo di luglio: con l’introduzione di questa misura la maglietta di prima costerà 13 euro. O 15 se ci sarà anche la tassa italiana.

Il governo italiano aveva giustificato la sua tassa con la necessità di anticipare il dazio europeo e la handling fee già da gennaio, dato che a suo dire l’insostenibilità della concorrenza delle merci straniere è una questione molto urgente e sentita dalle aziende italiane. Ma era una giustificazione che non reggeva.

A sinistra Adolfo Urso, ministro delle imprese e del Made in italy, che parla con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a dicembre al Senato (Mauro Scrobogna / LaPresse)

Non reggeva innanzitutto perché quella sui pacchi non è una tassa che si impone dalla sera alla mattina: le dogane e gli spedizionieri hanno bisogno di tempo per adeguare le loro procedure, e in sei mesi sarebbero a malapena riusciti a renderle operative.

In più, se fosse stata solo questione di anticipare la tassa europea, la tassa italiana sarebbe dovuta decadere una volta che questa sarebbe entrata in vigore. Il governo non ha mai chiarito pubblicamente se la tassa sarebbe stata temporanea o se invece a luglio si sarebbe aggiunta a quella europea, ma contabilmente ha già previsto la seconda ipotesi: nei prospetti della legge di bilancio ha previsto incassi per 122,5 milioni di euro nel 2026, e per 245 milioni all’anno dal 2027. Formalmente la tassa è stata introdotta per restare.

Tutto questo pasticcio si è creato perché questi soldi servivano per la legge di bilancio: nelle ultime settimane di dicembre servivano fondi per compensare la cancellazione di un’altra tassa, quella sui dividendi finanziari delle aziende, che era stata prevista nella prima versione della legge di bilancio e molto criticata. A quel punto dei lavori sulla legge di bilancio, che deve essere approvata ogni anno entro il 31 dicembre, i margini di manovra sono molto stretti: se si toglie una tassa se ne deve mettere un’altra che raccolga gli stessi soldi; se si introduce una nuova spesa si deve rinunciare a un’altra di pari ammontare.

Ora però il governo ha lo stesso problema di allora: se vuole cancellare questa tassa deve trovare gli stessi soldi da un’altra parte, o mettendo un’altra tassa o riducendo una spesa. Non è banale, perché solo per i prossimi tre anni servirebbe più di mezzo miliardo di euro.