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  • Mercoledì 10 giugno 2026

Le proteste in Kenya contro il centro di isolamento statunitense per l’ebola

Dovrebbe ospitare persone in quarantena, ma gli abitanti temono che favorisca i contagi: una persona è stata uccisa negli scontri

Un manifestante arrestato durante le proteste a Nanyuki, Kenya, il 9 giugno 2026 (AP Photo/Brian Inganga)
Un manifestante arrestato durante le proteste a Nanyuki, Kenya, il 9 giugno 2026 (AP Photo/Brian Inganga)
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Ci sono state nuove proteste a Nanyuki, circa 200 chilometri a nord della capitale del Kenya Nairobi, contro il progetto degli Stati Uniti di realizzare nella città un centro di quarantena per i propri cittadini che sono entrati in contatto con il virus ebola nell’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. In Kenya non ci sono stati casi di ebola, e gli abitanti temono che la struttura possa avviare i contagi. Le proteste sono cominciate a inizio giugno, e martedì una nuova manifestazione ha portato a scontri, con l’uso da parte della polizia di gas lacrimogeni e idranti.

Una persona è stata uccisa da un colpo di arma da fuoco alla testa: secondo la Commissione kenyana per i diritti umani è stata la polizia a sparare. Una ventina di manifestanti è stata arrestata.

Le proteste hanno coinvolto alcune centinaia di persone, preoccupate non solo dalla possibilità che il virus si diffonda in Kenya, ma anche dagli effetti negativi che il centro potrebbe avere sul turismo, che a Nanyuki è la principale fonte di reddito per una parte importante della popolazione (quasi 100mila abitanti). Tra le altre cose la città è molto vicina al Monte Kenya, la seconda montagna più alta dell’Africa, ed è un punto di partenza per le escursioni.

A terra la persona uccisa durante gli scontri il 9 giugno 2026 (AP Photo/Brian Inganga)

Il governo degli Stati Uniti vieta l’ingresso nel paese alle persone contagiate o a rischio di essere state a contatto con ebola: alcuni cittadini statunitensi che sono stati esposti al virus e hanno mostrato sintomi sono stati trasferiti in Germania (6) e in Repubblica Ceca (1). Se effettivamente aprirà, il centro in Kenya dovrebbe invece ospitare persone asintomatiche che devono stare in quarantena: il centro avrà 50 posti letto, sarà gestito da personale statunitense e ospitato all’interno della base militare statunitense di Laikipia.

Il progetto è stato approvato dal governo del presidente keniano William Ruto, che a dicembre aveva fatto anche un contestato accordo che permetteva agli Stati Uniti di accedere ai dati sanitari dei pazienti keniani, in cambio di aiuti finanziari. L’accordo era poi stato sospeso dalla magistratura del paese.

A fine maggio un tribunale keniano ha ordinato la sospensione della costruzione del centro, ma aerei militari statunitensi hanno continuato ad arrivare sul posto, trasportando materiale tecnico e personale specializzato come medici, ingegneri e tecnici di laboratorio. Gli Stati Uniti hanno promesso 13,5 milioni di dollari di aiuti per prevenire la diffusione della malattia e non hanno ufficialmente abbandonato il progetto.

Un manifestante con un cartello “Rifiutiamo ebola” il 9 giugno 2026 (AP Photo/Brian Inganga)

L’epidemia di ebola è in corso nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo e nel nord-ovest dell’Uganda (che confina a est con il Kenya). In Repubblica Democratica del Congo ci sono stati 598 casi confermati e 115 morti, e in Uganda sono stati registrati 19 casi accertati e 2 morti. L’ebola è una malattia molto contagiosa causata dall’omonimo virus, e l’epidemia in corso è dovuta a una sua variante poco studiata, il virus Bundibugyo, per la quale i trattamenti usati per quelle più comuni non hanno la stessa efficacia.

La gestione della crisi sanitaria è resa ancora più complicata da un ritardo di settimane nell’identificazione del focolaio, dall’instabilità politica e dagli attacchi subiti da alcuni centri di trattamento da parte di persone che reclamavano i cadaveri dei propri parenti, che invece erano stati destinati alla cremazione per evitare ulteriori contagi. Secondo molte ong e operatori del settore, prevenire la diffusione di questo focolaio di ebola è stato più complesso anche per i radicali tagli agli aiuti umanitari decisi dall’amministrazione statunitense di Donald Trump e per la chiusura di USAID, l’agenzia statunitense che per oltre sessant’anni ha fornito aiuti in decine di paesi in tutto il mondo.

– Ascolta Globo: L’ebola nel luogo peggiore possibile, con Chiara Montaldo