La Cina è sempre più protezionista
Sta cercando di impedire che le sue tecnologie finiscano all’estero, dopo avere molto incoraggiato le aziende occidentali a trasferire conoscenze nel paese

Nelle ultime settimane in Cina sono state approvate nuove leggi e misure protezionistiche per impedire ad aziende, tecnologie e imprenditori di lasciare il paese. Queste misure sono una risposta a manovre protezioniste messe in atto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ma sono anche il segnale di un progressivo cambiamento nelle politiche industriali e tecnologiche della Cina: se per decenni il regime cinese aveva badato soprattutto alla crescita economica, ora le priorità riguardano invece la sicurezza nazionale, la difesa dalla concorrenza esterna e la competizione con gli Stati Uniti.
Le misure più recenti, approvate questa settimana, riguardano nuove regole e limitazioni imposte alle imprese che vogliono investire all’estero, e che quindi potrebbero rischiare di portare fuori dal paese tecnologie rilevanti. Queste nuove misure sono esplicitamente legate alla sicurezza nazionale: il comunicato stampa di presentazione dice molto chiaramente che sono state introdotte per rispondere al «rischio geopolitico» e alla maggiore «competizione internazionale».
Il caso più recente e noto di questo tipo – che probabilmente ha avuto un ruolo nella creazione delle nuove regole – riguarda Manus, un’azienda di intelligenza artificiale cinese che negli scorsi mesi ha avuto grosso successo. Pur essendo nata in Cina e mantenendo in Cina il grosso dei suoi utenti, Manus si era trasferita a Singapore poco dopo la fondazione. A dicembre Meta (l’azienda di Facebook e Instagram) aveva acquistato Manus per due miliardi di dollari, ma le autorità cinesi erano intervenute sostenendo che l’acquisizione violasse le regole sugli investimenti all’estero (il problema sarebbe che Manus, trasferendosi a Singapore, avrebbe investito in quel mercato).
Le autorità cinesi hanno usato anche metodi intimidatori, per esempio impedendo ai due fondatori di lasciare la Cina fino al termine delle indagini. Alla fine la Cina ha bloccato l’acquisizione di Manus da parte di Meta citando rischi per la sicurezza nazionale: un’azienda cinese (benché con sede all’estero) che opera in un settore strategico come quello dell’intelligenza artificiale non può essere comprata da una statunitense.
Le nuove norme sugli investimenti esteri aumenteranno molto i controlli e i poteri dello stato sulle aziende cinesi che operano in settori ritenuti strategici e vogliono trasferirsi all’estero, avviare collaborazioni con aziende straniere o aprire una fabbrica o un’unità produttiva fuori dalla Cina.
Di per sé questo genere di controlli non avviene soltanto in Cina: gli Stati Uniti negli scorsi anni hanno vietato le esportazioni di alcuni microchip avanzati verso la Cina, l’Unione Europea ha adottato misure protezionistiche simili e anche in Italia esiste il cosiddetto “golden power”, che consente al governo di bloccare operazioni societarie per tutelare l’interesse e la sicurezza nazionali.
In Cina però l’applicazione di queste nuove regole sembra estremamente ampia e indiscriminata. È inoltre un notevole cambiamento di prospettiva, dopo che per decenni ha incoraggiato le aziende straniere, soprattutto occidentali, a investire nel paese per trasferire tecnologia e conoscenze: è esattamente ciò che ora il regime cinese sta cercando di evitare con le proprie imprese.

Una fabbrica di automobili a Wuhan, Cina (AP Photo/Ng Han Guan)
Altre misure importanti sono state approvate ad aprile, e hanno maggiormente a che fare con le caratteristiche dell’industria cinese. Sono regole per mettere sotto indagine e punire le aziende straniere che smettono di usare fornitori cinesi.
Negli scorsi decenni la Cina si è imposta in tutto il mondo come luogo in cui le aziende multinazionali basavano la propria supply chain, la propria catena delle forniture. Aziende come Volkswagen e Apple aprivano fabbriche in Cina e acquistavano i componenti necessari da fornitori cinesi, attratti sia dal basso costo della manodopera sia dall’ampiezza del mercato della Cina. In questo modo la Cina è diventata quella che a lungo è stata definita “la fabbrica del mondo”.
Questo ha comportato una serie di grossi vantaggi per l’industria cinese: posti di lavoro, ma soprattutto l’opportunità di apprendere tecnologie e metodi di lavoro da alcune delle aziende di maggior successo al mondo. Secondo il libro Apple in China del giornalista Patrick McGee, la sola Apple avrebbe formato – direttamente e tramite le aziende dell’indotto – 28 milioni di lavoratori cinesi.
Avere sul proprio territorio una porzione importante delle supply chain mondiali garantisce alla Cina anche un alto livello di indipendenza industriale: significa che la Cina può costruirsi da sé praticamente tutto quello che vuole, senza aiuti esterni. Al contrario, gli altri paesi si trovano in uno stato di dipendenza nei confronti delle capacità industriali cinesi: senza la Cina, l’Europa e gli Stati Uniti faticano a produrre moltissime cose.
Le nuove misure rafforzano i poteri dello stato contro le multinazionali che adottino comportamenti «discriminatori» nei confronti di fornitori cinesi. Un esempio classico riguarda alcune aziende di vestiario occidentali che negli ultimi anni hanno eliminato i rapporti con fornitori cinesi perché utilizzano cotone raccolto nello Xinjiang, la provincia cinese dove la minoranza uigura subisce gravissimi abusi. Le nuove regole dovrebbero ampliare notevolmente l’ambito di applicazione di queste norme.



