Cosa ha scoperto l’indagine sui braccianti bruciati vivi in Calabria

I magistrati ritengono che stessero provando a ribellarsi allo sfruttamento, chiedendo un contratto vero

di Angelo Mastrandrea

Il distributore ad Amendolara in cui sono stati uccisi i quattro braccianti (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il distributore ad Amendolara in cui sono stati uccisi i quattro braccianti (Angelo Mastrandrea/il Post)
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I magistrati che indagano sull’uccisione dei quattro braccianti bruciati in un minivan ad Amendolara, sulla costa jonica della Calabria, ritengono che l’omicidio sia stato una ritorsione compiuta dai loro caporali, cioè le persone che li avevano ingaggiati, che li portavano nei campi e trattenevano una parte della loro paga: li avrebbero uccisi perché i quattro si sarebbero ribellati alla condizione di sfruttamento e schiavitù in cui erano tenuti. Per l’omicidio sono stati arrestati due uomini pakistani, Alì Raza e Ahmed Safeer, che in base a diverse testimonianze sono stati individuati come i caporali. Finora non hanno risposto alle domande dei magistrati.

Sul caso sta indagando la procura di Castrovillari, in provincia di Cosenza: quello che ha ricostruito finora è che la mattina della strage i braccianti avevano protestato perché vivevano in dieci in una stanza sola, non avevano un contratto regolare e non erano pagati adeguatamente. I due caporali vivevano al piano di sotto della stessa abitazione a Villapiana, poco più a sud di Amendolara. Secondo le indagini Fazal Amin Khojani, uno dei lavoratori afghani uccisi, durante la discussione aveva dato un pugno a Safeer, provocandogli una tumefazione all’occhio destro, e Raza aveva anche chiamato la polizia di Cassano allo Jonio, comune della provincia di Cosenza poco distante.

Erano le 5:35 del mattino. A quell’ora di solito i lavoratori sono già nei campi: in questo periodo si comincia a lavorare alle 5 e si finisce a mezzogiorno perché poi fa troppo caldo. Per andare da Villapiana a Scanzano Jonico, il comune nella costa meridionale della Basilicata dove andavano a raccogliere le fragole, ci vuole almeno un’ora di viaggio: quindi per arrivare in tempo sarebbero dovuti partire verso le 4. Dopo la lite sono comunque usciti con il minivan, un Fiat Ulysse di proprietà di Raza, per andare a lavorare.

Hanno lasciato a casa solo Azrat Helal Armani, un altro lavoratore afghano, perché stava male. Armani ha raccontato di essere stato insultato da Raza, anche con messaggi vocali, per aver saltato la giornata lavorativa.

La casa in cui vivevano i braccianti a Villapiana, provincia di Cosenza. Al pianterreno dormivano i caporali e sopra tutti gli altri, ammassati in un’unica stanza (Angelo Mastrandrea/il Post)

Non ci sono ipotesi su cosa sia accaduto fino alle 13:30, quando sono arrivati al distributore IP di Amendolara dove è avvenuto l’omicidio, che è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza: si vedono due persone, identificate poi come Ahmed Safeer e Alì Raza, che prendono il carburante per dare fuoco all’auto, e rompono le maniglie per evitare che i braccianti a bordo riuscissero a scappare.

Dentro erano in cinque: uno, il lavoratore afghano Taj Mohammed Alamyar, è riuscito a salvarsi scappando dal portellone posteriore. La sua testimonianza è alla base delle indagini.

Il minivan è entrato nel distributore da sud, il lato opposto rispetto a Scanzano Jonico, quindi non è chiaro se fossero andati a lavorare nei campi di quella zona, come facevano di solito. Poco prima del loro arrivo al distributore un carabiniere, Antonio Donadeo, li aveva fermati lungo la statale perché stavano lanciando dei rifiuti. Li aveva rimproverati e poi li ha lasciati andare. Nella sua testimonianza ha detto di aver riconosciuto Raza come conducente e al suo fianco Safeer, con l’occhio destro tumefatto per la lite di poche ore prima.

Alamyar, l’unico sopravvissuto alla strage, ha detto che durante il viaggio di ritorno da lavoro, quello che poi si è concluso nel distributore, lui e gli altri quattro braccianti erano stati minacciati dai caporali. Nell’ordinanza con cui sono stati arrestati i due uomini accusati dell’omicidio è riferito il racconto di Alamyar: dice che Alì Raza aveva fumato hashish, mentre l’altro (non lo nomina, ma è Safeer) aveva preso un coltello e l’aveva messo alla gola di uno dei braccianti. Secondo Alamyar il motivo delle discussioni era appunto legato alle condizioni di lavoro: «Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo», ha detto nella sua testimonianza.

Ha detto che ogni mattina andavano da Villapiana a Scanzano Jonico per raccogliere le fragole, e che avevano un contratto ma comunque non regolare, e il salario gli veniva dato in contanti. È un racconto non del tutto chiaro, ma è possibile si riferisca alla pratica di far lavorare i braccianti “in grigio”: cioè con un contratto per un certo numero di ore, e per il resto in nero, pagati in contanti.

Questa testimonianza fa supporre a chi indaga anche che i soldi potrebbero non essere stati versati direttamente ai braccianti ma ai caporali, che lavoravano con loro nell’azienda agricola. Sono entrambe situazioni molto comuni nel lavoro nei campi in condizioni di sfruttamento, dove il “grigio” è utilizzato per far risultare tutto in regola a un eventuale controllo, e i caporali spesso agiscono come capisquadra che trattano con gli imprenditori.

Il loro datore di lavoro, Rocco Zuccarella, ha detto al Post che i lavoratori erano arrivati tutti insieme, che erano stati assunti il 20 aprile e che avevano lavorato fino al 27 maggio, quando la raccolta delle fragole è finita. Ha sostenuto di non sapere se tra loro ci fossero dei caporali. Ha detto di avergli fatto un regolare contratto a ore, pagandoli con dei bonifici bancari. Agli inizi di maggio avevano ricevuto una busta paga da 350 euro, per cinque giorni e sei ore e mezza di lavoro al giorno. Quella di maggio ancora non l’avevano ricevuta: Zuccarella dice che avrebbe dovuto essere consegnata il 10 giugno.

Il giorno dopo la strage si è presentato dai carabinieri un altro testimone. Si chiama Alì Umair ed è un amico di Raza. Ha detto di aver sentito parlare dell’incendio mentre era bloccato nel traffico provocato dai soccorsi e di aver chiamato Raza. Secondo la sua testimonianza, gli aveva risposto e gli aveva detto che l’auto bruciata era la sua, e che lui l’aveva bruciata per ammazzare le persone che erano dentro.

Il giudice per le indagini preliminari (gip) di Castrovillari ha confermato gli arresti di Raza e Safeer. L’ordinanza ricostruisce i fatti con molta precisione, anche grazie ai video delle telecamere di sorveglianza del distributore, e arriva alla conclusione che la strage sia stata premeditata. Lo desume dalla scelta del luogo, un distributore di benzina automatico lungo una strada a scorrimento veloce, e da come i due uomini accusati di essere i caporali si sono divisi i compiti: le telecamere mostrano l’uomo identificato come Safeer scendere dall’auto e rompere le maniglie per bloccare le porte, mentre quello identificato come Raza versa la benzina e appicca il fuoco.

Nell’incendio sono morti Khojani, il lavoratore afghano che poche ore prima aveva litigato con Safeer, di 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, un ragazzo di 19 anni anche lui afghano; Safi Iayjad, afghano di 27 anni; e Waseem Khan, pakistano di 29 anni. Alamyar, 35 anni, è riuscito a sfondare un finestrino e a uscire, fratturandosi un braccio e ustionandosi.