Cosa cerchiamo nel mare

«È la stessa domanda che mi feci una sera in barca a vela, in una baia della Groenlandia. Perché ci attrae così tanto quel mucchio d’acqua? Perché per starci in mezzo ci danniamo così tanto, spendiamo così tanti soldi, fracassiamo le nostre vite?»

Il Best Explorer, la prima barca  italiana a compiere il Passaggio a nordovest, in un’insenatura della costa occidentale della Groenlandia, luglio 2012 (Pietro Grossi)
Il Best Explorer, la prima barca  italiana a compiere il Passaggio a nordovest, in un’insenatura della costa occidentale della Groenlandia, luglio 2012 (Pietro Grossi)
Pietro Grossi
Pietro Grossi

Oltre a scrivere i suoi otto volumi tra romanzi e raccolte di racconti, Pietro Grossi si impegna da più di venti anni a divulgare lettura e scrittura. Il suo ultimo libro si intitola Qualcuno di noi.

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Il senso di angosciante nostalgia che mi fa di continuo domandare come mai non passo più tempo in mare si trasforma in una domanda più ampia: perché ci intestardiamo tanto a starcene in mezzo a quel liquido così inospitale? Molla lì, no? Hai una bella vita, una bella famiglia, un sacco di affascinanti interessi con cui distrarti, che ti frega di andare là, in acqua, a riempirti di umido e di acciacchi.

Caviamoci subito di mezzo, e saltiamo le questioni scontate (le brezze, i tramonti, il cangiare delle onde, la barca che scivola al gran lasco, le notti a osservare le stelle, il magnifico senso della nostra pochezza): ciò che mi manca di più dell’andare per mare è la sensazione che mi attraversa quando sale il vento.

Pietro Grossi a Tasiusaq, Groenlandia. Luglio 2012 (Pietro Grossi)

Ho poi scoperto che è un nostro eccezionale dispositivo di sopravvivenza: il nostro cervello elimina i pensieri inutili, e impiega tutta la sua capacità di analisi, la sua esperienza, la sua competenza, per uscire dal pericolo. È così, quando in mare aumentano le brezze: si spegne tutto il chiacchiericcio che continuamente mi assilla, divento la versione migliore e più efficiente di me stesso. Più calmo, più lucido, più risoluto, più ottimista, più solido, più coraggioso.

Ma non è per tutti così. Anzi, sembra che sia per ognuno diverso. Mi viene in mente Nanni Acquarone, comandante e proprietario del Best Explorer, il quindici metri in acciaio su cui nel 2012 feci un pezzo del Passaggio a nordovest. Per inciso, il Best Explorer poi il Passaggio lo completò, e fu la prima barca battente bandiera italiana a farlo. Una sera, in una baia della Groenlandia, Nanni mi raccontò che in fin dei conti l’unico motivo per cui andava per mare era cercare di replicare il primo lampo che lo aveva fatto innamorare della vela: a vent’anni, al tramonto, a largo di Razzoli, nelle Bocche di Bonifacio. Dissi a Nanni che era la stessa motivazione che Charles Duchaussois dava nel suo Flash – Katmandu, il grande viaggio per spiegare come mai i tossici continuassero a farsi: per cercare di ripetere l’estasi della prima volta. Nanni sorrise, alzò le spalle, disse che non sapeva che dirmi: era così.

E penso a Ismaele, che in un momento di spleen pensa che sia una buona idea andare a imbarcarsi su una baleniera, dove trova Achab, che invece solca gli oceani per trovare e ammazzare Moby Dick, la balena albina che gli ha staccato la gamba, e che finirà per ucciderlo. Anche Morten A. Strøksnes costruisce Il libro del mare, e tutte le splendide informazioni, storie e leggende che contiene, sulla fissazione sua e del suo amico Hugo Aasjord per la cattura di un secolare squalo della Groenlandia.

Prua del Best Explorer a largo della costa occidentale della Groenlandia Luglio 2012. (Pietro Grossi)

Anche Ambrogio Beccaria ha finito per darmi l’impressione di andare a caccia di un animale, là in mezzo agli oceani dove ama stare, e dove va più forte di quasi tutti noi esseri umani. Ambrogio è un sorridente trentacinquenne milanese che non riesco a descrivere con alcuna altra parola se non compresso: è una di quelle creature in cui è stata schiacciata una vastissima quantità di energia. Ha molta densità, molta massa, per così dire, ma tutto sommato in poco spazio, o in uno spazio poco appariscente, che quindi lo rende ancora più magnetico. Questa massa produce un potente campo gravitazionale, che nel corso degli anni ha attratto a sé corpi sempre più numerosi e più pesanti. Il limite di quel campo gravitazionale, per ragioni a cui non so dare altro nome che fortuna, ha finito per raggiungere anche me, e sono stato invitato nell’ovest della Francia, a Lorient, ad assistere alla messa in acqua del refitting di Allagrande Mapei, la barca di sessanta piedi con cui Ambrogio nel 2028 mira a vincere il Vendée Globe, la più dura e competitiva regata intorno al mondo, in solitaria e senza scalo (che nel 2026 parte il 7 giugno): ottanta giorni da soli, nei mari più pericolosi del pianeta, giù per l’Atlantico e intorno all’Antartide, con come unica compagna una scomodissima, rumorosissima e scorbutica creatura di diciotto metri messa al mondo per tagliare più forte possibile le più alte onde degli oceani.

Una ventina di anni fa il progetto cantieristico di Lorient, la colata di un milione di metri cubi di cemento (sì, ho detto un milione) della Germania nazista sulla costa bretone, ha preso a diventare il centro mondiale della cantieristica oceanica da regata, con il semplice e tonante nome di La Base. Capita di rado di trovarsi in un luogo in cui è pressata così tanta competenza. Nel caso della vela questa competenza è tutta usata per sfruttare al meglio possibile gli elementi, fino addirittura a batterli.

Ambrogio Beccaria al timone di Allagrande Mapei, durante una prova di navigazione. Maggio 2026. (foto Anne Beaugé)

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Il ponte della barca è un luogo di confine, è come se sulla sua superficie si combattesse una continua battaglia tra cielo e terra. Per quanto possa suonare strano, le barche a vela, più che navigare, tentano di volare. Soprattutto di bolina, verso cioè la direzione del vento, che per ragioni di vento apparente – cioè del vento che la barca crea con la sua stessa velocità – è ormai l’andatura più comune. Di bolina la barca non va per spinta del vento, come quando il vento viene dalle proprie spalle, ma per trazione, per lo stesso principio per cui vola un aereo. Oggi a un aereo le barche ci assomigliano ancora di più: attraverso delle ali laterali dello scafo, chiamate foil, le barche riescono a ridurre enormemente l’attrito dell’acqua e, attraverso lo sfruttamento della brezza prodotta dalla propria velocità, ad alzarsi sulla superficie del mare e andare molto più veloce del vento stesso. Nel caso però di questi mostri da vela oceanica la poppa – la parte posteriore della barca – resta sempre in acqua, per consentire ai timoni di funzionare al meglio. Quando dunque prendono velocità, sembrano delle enormi balene alate, pronte a spiccare il volo.

Per far sì che tutto questo accada servono però i migliori ingegneri del pianeta, materiali sofisticatissimi, un sacco di soldi e immense scomodità.

Mentre giravo dentro e intorno ad Allagrande Mapei, mi sono trovato appena fuori dal pozzetto, un po’ nascosto, a orecchiare uno stralcio di conversazione tra Ambrogio, Gianluca Guelfi – il suo amico e giovane ingegnere con cui hanno progettato il refitting della barca – e Simona Giorgetta, il membro del CdA di Mapei che ha deciso di investire nell’IMOCA 60 per provare a vincere il Vendée Globe. La mattina, prima di essere messa in acqua, la barca era stata stazzata, cioè pesata. Nessuno, fino a quel momento, aveva esattamente idea di quanto tutto il lavoro fatto negli ultimi mesi avesse funzionato, quanti effettivi chili erano riusciti a togliere, e ancora non avevano diffuso l’informazione. Sapevo però che erano centinaia, e adesso tutti e tre se ne stavano lì nel pozzetto, con un sorriso a filo delle labbra, a commentare il numero effettivo, senza che io riuscissi a sentirlo, scambiando qualche parola su cosa questo avrebbe significato per le prestazioni della barca. Non sentivo ogni parola, ma era come se vedessi i loro pensieri, l’immane quantità di immagini, esperienze, formule matematiche, grafici, ansie, aspettative, soddisfazioni che sfrigolavano nell’intreccio delle loro teste. Sì, lo ammetto, ho provato invidia. Ho sempre provato un’attrazione quasi erotica per l’alta competenza, prima ancora che per il grande talento. Mi sono dunque sentito un po’ un imbucato, come se stessi sporcando il ponte di quell’impeccabile guscio sull’acqua: mi giravano intorno alcuni dei migliori tecnici del pianeta, e davanti a me chiacchieravano tre persone che avevano investito immense quantità di energia, conoscenza, denaro, tempo, sacrifici, con il solo scopo di far volare più veloce possibile una barca sulle onde dell’oceano. C’è niente di più assurdo e commovente?

Allagrande Mapei abbattuta in porto per la prova di raddrizzamento, la procedura necessaria per capire la distribuzione dei pesi in caso di emergenza. Maggio 2026. (foto Anne Beaugé)

È stato lì, nel pozzetto di Allagrande, in mezzo a tutte quelle cime, quei bozzelli, quel carbonio, quei cavi elettrici e quegli schermi, che mi sono tornati in mente Nanni e Ishmael e Strøksnes e Conrad e tutti i miei amici barcaioli e pure me stesso, e mi sono di nuovo domandato cosa diavolo andiamo a cercare tutti là dentro. Perché ci attrae così tanto quel mucchio d’acqua? Perché per starci in mezzo ci danniamo così tanto, spendiamo così tanti soldi, fracassiamo le nostre vite?

Con l’unica punta di malinconia che ho scorto nei suoi occhi nel tempo che abbiamo passato insieme, Ambrogio mi ha detto che poi però, un giorno, tutti quei sacrifici li paghi.

In che senso?, gli ho chiesto.

Be’, quando traslochi e sposti solo una scatola di coppe, ti fai delle domande.

C’è un bellissimo podcast su Ambrogio, intitolato Ambrogio atlantico, registrato da Matteo Caccia, su cui hanno basato anche il loro libro scritto a quattro mani, Mare selvaggio. Al quarantaduesimo minuto del podcast Ambrogio dice così:

«L’oceano è un posto che credo prenda la forma di quello che ci metti dentro, no? Proprio come i liquidi».

Accidenti a lui: noi qui a spaccarci il cervello, circondati da migliaia di testi, a cercare ogni giorno una frase che funzioni, e lui lì, abbronzato, con le mani piene di calli e sbucciature, che la cava fuori così, come se niente fosse.

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Le mani di Ambrogio Beccaria all’arrivo di una traversata oceanica in solitario. New York, maggio 2024 (foto Martina Orsini)

Un giorno scambiai qualche mail con un conoscente scrittore sul senso della letteratura di mare. Lui si domandava come mai non si riuscisse a scrivere di mare e basta, per quale ragione dovesse essere sempre condito da altro: altre avventure, altre emozioni, altri significati. Io impiegai una lunga, probabilmente noiosa risposta per cercare di argomentare che il mare, in sé e per sé, per noi umani non esiste, vive delle esperienze di chi lo solca. Impiegai centinaia di parole per dire una cosa che Ambrogio ha riassunto in due righe. Forse anche per questo è uno dei più grandi navigatori del pianeta: l’intuizione, dico, la fulminea capacità di sintesi.

È talmente bella quell’intuizione che mi sono domandato quale sia la caratteristica fisica che permette all’acqua di prendere la forma di ciò che riempie. Pare che dipenda dalla capacità delle sue molecole di essere libere di muoversi, di non essere costrette in posizioni rigide, ma restare comunque legate. Sembra l’equazione della perfetta storia d’amore. Anche della migliore civiltà, a pensarci bene. Poi la scienza ci mette, come sempre, la sua poesia: queste caratteristiche permettono ai liquidi di raggiungere una configurazione di energia minima potenziale che si adatta ai vincoli del contenitore. Ecco: energia potenziale adattata a un contenitore. La radiografia di ognuna delle nostre esistenze. Anche la spiegazione, in ragione della specifica entropia di ognuno, del perché alcuni funzionano meglio di altri: perché riescono a disperdere meno quell’energia e trasformarne di più in energia cinetica.

Gliel’ho domandato, ad Ambrogio, quale fosse la forma che il mare prende per lui, qual è il magnete che continua ad attrarlo così tanto là dentro. Mi ha dato una risposta in qualche modo simile a quella di Simona Giorgetta, o di Rebecca Geiger, la giovane campionessa di Optimist e Waszp – anche questa piccola barca che vola sui foil – che era con noi a Lorient per conto del Giornale della Vela: per lasciarci il nostro mondo alle spalle. «Non mi bastava più, quella roba lì della città», mi ha detto Ambrogio.

«È un peso, un po’, essere un umano. Ci sono un sacco di regole, di regole sociali, di cosa è giusto pensare, cosa è giusto fare. Mi piace invece passare del tempo con me stesso, anche in questa versione non solo umana, diciamo. Perché poi sono diverso quando sono in mare per tanti giorni. Hai delle priorità diverse, inizi a interagire con l’ambiente circostante in maniera completamente diversa. È più come se fossi un animale che un umano».

Lo intuisco, adesso, quell’animale, mentre vedo Ambrogio nell’enorme ventre di Allagrande Mapei, con lo stick in mano, mentre lascia il molo di Les Sables-d’Olonne e salpa per la partenza della Vendée Arctique, una regata senza boa, verso il bordo del circolo polare artico e ritorno.

Eccolo, l’animale che Ambrogio insegue in mezzo agli oceani, forse l’animale che inseguiamo tutti dentro di noi. Ci raccontiamo storie sulle scimmie, ma non è vero: veniamo dall’acqua, i nostri arti sono sofisticatissime evoluzioni delle pinne. Buffo, no? Usiamo tutto ciò che sappiamo e che abbiamo scoperto per tornare là, sugli abissi, dove tutto è cominciato.

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