La mia insana passione per l’oro

«Mi è stata trasmessa dalla nonna Rosetta, che mi lasciò in eredità due sterline. Mi brillavano gli occhi pensando quante ne avevano viste quelle monete da quando erano state coniate negli anni Trenta. Oggi so che qualunque sarà il destino dei nostri sistemi economici, l’oro ci sopravviverà»

Il deposito di Fort Knox in Kentucky, Stati Uniti (AP Photo/Barry Thumma)
Il deposito di Fort Knox in Kentucky, Stati Uniti (AP Photo/Barry Thumma)
Davide Banis
Davide Banis

È nato a Como e vive a Copenaghen, dove lavora per una casa editrice danese. Ha collaborato con varie testate, tra cui Link - Idee per la tv, Rivista Studio, Wired e Vanity Fair.

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Mia nonna materna Rosa, per tutti Rosetta, mi ha insegnato il valore dell’oro.

La nonna Rosetta era nata nel 1913 a Mendrisio, in Svizzera. I suoi genitori erano di ritorno dalla Germania dove avevano provato ad aprire, senza successo, una panetteria. L’Europa era in tumulto, la Prima guerra mondiale alle porte. I miei bisnonni preferirono tornare in Italia. Finirono a Como, in via Vitani. Adesso è una delle vie più graziose del centro storico, instagrammata continuamente da turisti estasiati. All’epoca era parte di un quartiere malfamato.

Flash forward a fine anni Venti. Più che alle attività dell’Opera Nazionale Balilla, la teenager Rosetta si è appassionata alle operazioni di borsa. «Da grande, voglio giocare in borsa», confessa agli increduli genitori. In Italia, come un po’ in tutto il mondo, il nascente fenomeno della borsa aveva creato un’atmosfera di febbrile euforia.

La crisi di Wall Street del 1929 spazza via tutto. Nonostante ciò, la nonna Rosetta vorrebbe studiare qualcosa attinente alla finanza o all’economia. Ma le risorse per studiare non ci sono. E per di più lei è una donna. Se proprio vuole studiare, deve studiare cose da donne. Finisce così a frequentare un breve corso per segretarie. Passerà il resto della sua vita lavorativa come segretaria. Ma il pallino dell’economia, perlomeno domestica, non l’ha perso. Si è sposata con il nonno Piero ma è la nonna a tenere i cordoni della (esigua) borsa. Siamo ormai nell’Italia post-bellica, anni Cinquanta.

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La nonna Rosetta vive ancora in via Vitani. Ha tre figli ma non ha il bagno in casa. Non ha neanche un conto corrente. Le poche lire risparmiate le tiene in una scatola di latta sotto al letto.

La Banca centrale italiana aveva gradualmente abbandonato ogni forma di sistema aureo nel corso degli anni Trenta sotto il regime fascista.

Il sistema aureo è il sistema per cui una valuta è ancorata a una quantità fissa d’oro. Limita la svalutazione della moneta ma è una specie di camicia di forza per l’economia di un paese: la quantità di denaro in circolazione non può infatti superare le riserve auree, il che significa, tra le altre cose, che quando l’economia ha bisogno di espandersi il governo può fare ben poco.

Il sistema aureo è stato in vigore in vari paesi e in forme diverse tra la fine dell’Ottocento e il 1971, quando gli Stati Uniti hanno eliminato la convertibilità dei dollari in oro, di fatto terminando gli accordi di Bretton Woods del 1944.

In un sistema aureo l’oro è la moneta.

Fuori da un sistema aureo, l’oro è un asset scambiato liberamente. Non paga dividendi e l’uso industriale è limitato (circa il 7 per cento della domanda annuale globale) ma, data la sua storia millenaria di riserva di valore, viene comunemente considerato un “bene rifugio”.

Parentesi: l’oro è stato scelto come riserva di valore per millenni attraverso le civiltà più disparate per le sue proprietà chimiche. Non arrugginisce, non si ossida, è malleabile e non reagisce quasi con nulla. Sostanzialmente è indistruttibile. Inoltre, è raro ma non introvabile. A eccezione del platino, nessun altro elemento della tavola periodica risponde a queste caratteristiche.

La sua storia millenaria ha una dimensione quasi mistica se non teologica. Gli aztechi lo chiamavano “escremento degli dei”. Per gli Inca, era il sudore del sole. Secondo gli antichi egizi, la pelle di Ra, il dio Sole, era fatta d’oro. Nella tradizione vedica indiana, lo sperma di Agni, il dio del Fuoco, era anch’esso d’oro. Più poeticamente, nella mitologia norrena, le lacrime della dea Freyja si trasformavano in oro quando toccavano terra. Insomma, l’oro è sempre stato secrezione fisica del divino. In questa ottica, l’oro trascende gli uomini e le loro imperfette decisioni e questo lo consacra come “moneta naturale”.

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Torniamo alla nonna Rosetta e alla sua scatola di latta piena di lire sotto il letto.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la lira era una moneta relativamente forte anche perché inquadrata dentro il sistema di Bretton Woods, che ne garantiva la convertibilità in dollari e quindi in oro. Ma la nonna Rosetta voleva trovare comunque un modo per diversificare i propri risparmi.

Era ancora spaventata dalla crisi del 1929 e comprare azioni le sembrava troppo rischioso. Le obbligazioni erano uno strumento per lei ancora troppo sofisticato (ma imparerà a usarlo) e così la sua attenzione fu attratta dall’irresistibile luccichio dell’oro. Cominciò a comprare, con frequenza annuale, qualche moneta d’oro. Sempre le stesse: il sovereign, la sterlina con l’iconico Drago di San Giorgio sul rovescio e l’effige della regina britannica sul dritto (la testa), e il Vreneli, i 20 franchi svizzeri con un ritratto femminile che è la personificazione della svizzera sul dritto.

Nel corso dei decenni, la nonna Rosetta accumula una manciata di sovereign britannici e Vreneli svizzeri che rimangono sepolti nella sua scatola. Grazie agli accordi di Bretton Woods, il prezzo dell’oro rimane per lo più stabile durante gli anni Cinquanta e Sessanta.

Poi, nel 1971, Nixon decide di sospendere la convertibilità dei dollari in oro, anche a causa dei costi della guerra in Vietnam e dell’inflazione. Il prezzo dell’oro viene quindi lasciato fluttuare liberamente sui mercati mondiali, regolato unicamente dalla legge della domanda e dell’offerta. Per il prezzo dell’oro iniziano le montagne russe degli anni Settanta e Ottanta, con un picco storico nel 1980 e una conseguente rapidissima caduta dovuta al brutale innalzamento dei tassi d’interesse del dollaro per combattere l’inflazione. Poi, due decenni di calma piatta con qualche violenta mareggiata tipo la crisi finanziaria del 2008.

Tra il 2010 e il 2020, l’oro vive un decennio da asset noioso. Sono gli anni in cui malauguratamente cederò due sterline della nonna Rosetta, come vedremo. È il periodo in cui il bitcoin si presenta come oro digitale e l’oro fisico sembra il cavallo di fronte all’arrivo dell’automobile.

Lontane sono le epoche dell’oro come moneta mistica, piratesca, avventurosa. Quasi preistoria sembrano le vicissitudini dell’oro durante la Seconda guerra mondiale, ben raccontate nel recente libro di Dominic Frisby The Secret History of Gold. Per finanziare lo sforzo bellico, i nazisti volevano infatti fare piazza pulita di tutto l’oro d’Europa. Nel libro di Frisby, abbondano le leggende sull’oro nazista perduto in fondo a laghi o grotte. «Ovunque ci sia molto oro, sembra esserci sempre una storia di oro perduto», scrive Frisby.

È il contrario di quella vecchia barzelletta sugli economisti e i mercati efficienti. Due economisti stanno camminando per strada. A un certo punto, uno dice all’altro: «Guarda, un biglietto da 100 dollari per terra!». Al che, l’altro risponde: «Impossibile, se ci fosse un biglietto da 100 dollari, qualcuno lo avrebbe già raccolto». La barzelletta ridicolizza l’ipotesi dei mercati efficienti, secondo cui tutte le informazioni circa un’azione o un bene sono sempre note (già prezzate) e quindi non esistono opportunità di guadagno facile e sicuro.

Con le sue storie avventurose, le sue irrazionalità, la sua intrinseca inutilità, il suo essere un barbaro relitto, l’oro è per certi versi l’opposto di un mercato efficiente. A pensarci bene, più che uno strumento finanziario, è un dispositivo narrativo.

Tutto ciò mi è stato trasmesso dalla nonna Rosetta quando mi ha lasciato in eredità due delle sue sterline d’oro. Quasi undicenne, mi brillavano gli occhi pensando a quanta storia potesse essere compressa in quei 22 millimetri di diametro scarsi di sovereign.

Chissà quante ne avevano viste quelle monete da quando erano state coniate negli anni Trenta.

Quelle sterline hanno fatto scaturire la mia passione per la numismatica e cementato il mio amore per Zio Paperone, il papero multimiliardario che, citando la celebre storia di Carl Barks Zio Paperone e la disfida dei dollari, «può tuffarsi nel denaro come un pescebaleno, scavarci dentro come una talpa e gettarselo sulla testa come una doccia». Lo stesso Zio Paperone, che stando alla magistrale graphic novel di Don Rosa La Saga di Paperon de’ Paperoni, aveva fatto fortuna trovando la «pepita uovo d’anatra» durante l’ultima grande corsa all’oro, quella del 1896-1898 nello Yukon, in Canada.

Mi piacerebbe poter scrivere che le due sterline ricevute dalla nonna Rosetta siano tuttora gelosamente custodite stile Numero Uno di Zio Paperone. Purtroppo però l’adolescenza ha imposto la sua esosa tassa di stupidità e me le ha sottratte (questo nonostante la passione e l’amore di cui sopra, una crudele forma di autodistruzione).

In particolare, una sterlina la vendetti in uno squallido compro oro a Milano. Fu pagata con contanti che furono metodicamente spesi in alcolici. L’altra la regalai per Natale alla mia prima fidanzatina. Una storia d’amore durata qualche mese. Quando gliela regalai, quella moneta valeva circa 200 euro, oggi siamo sui 1.000. Come direbbe lo Zio Paperone: «Gulp!».

Sì, perché l’oro si è rivelato non essere il cavallo all’arrivo dell’automobile. Tra metà 2022 e fine gennaio 2026, l’oro è passato dal valere circa 1.700 dollari l’oncia a superare i 5.000 dollari. Una crescita del 200 per cento, di gran lunga uno degli asset finanziari che hanno performato meglio nel periodo preso in considerazione.

Cosa è successo? I motivi di questo rally spaventoso sono tanti. Le banche centrali di vari paesi, soprattutto non occidentali, hanno cominciato a comprare massicce quantità d’oro per provare a staccarsi dal dollaro come valuta di riserva. C’è stato anche un forte aumento di volume d’acquisto da parte degli utenti retail (noi comuni mortali), soprattutto in paesi come la Cina. Infine, la tesa situazione geopolitica ha creato le condizioni perfette per il ritorno dell’oro come bene rifugio in tempi di incertezze.

Poi è iniziata la guerra in Iran e il prezzo dell’oro ha subito il crollo settimanale più brusco dal 1983.

Ma non doveva essere un bene rifugio efficace durante situazioni di crisi e guerra?

Paradossalmente, l’oro ha pagato lo scotto del proprio rally. Quando è scoppiata la guerra, gli investitori hanno venduto uno degli asset più liquidi e profittevoli che avevano in portafoglio. Lo shock petrolifero ha inoltre riacceso l’inflazione e fatto salire i rendimenti obbligazionari (rendendo i bond più attraenti dell’oro).

Questi motivi spiegano solo in parte la forte crescita e il (relativo) crollo dell’oro tra il 2022 e oggi. L’andamento burrascoso dell’oro ha cominciato ad avere tratti quasi da meme coin, quelle criptomonete che nascono per scherzo, il cui valore viene pompato dall’hype collettivo prima di crollare.

Dove stiamo andando? È stato il rally 2022-2026 il canto del cigno o è l’inizio di una nuova, ehm, età dell’oro?

Si stima che in tutta la storia umana siano state minate più di 200 mila tonnellate d’oro e visto che l’oro è virtualmente indistruttibile quell’oro è ancora presente, in una forma o nell’altra, da qualche parte. Sottoterra, ci sono ancora tra le 50 e le 70 mila tonnellate che è economicamente conveniente estrarre.

Crearlo artificialmente è una chimera dalla notte dei tempi. Nel 1980, un gruppo di scienziati riuscì a trasmutare atomi di bismuto in oro bombardandoli con un acceleratore di particelle, producendo quantità nell’ordine dei nanogrammi. L’operazione rimane economicamente implausibile.

C’è molto oro nello spazio ma è altrettanto costoso, se non impossibile, da recuperare. Questo scenario è stato l’incubo dello zio Paperone in varie storie Disney. L’arrivo sulla terra di un ingente quantitativo d’oro spaziale annullerebbe infatti il valore delle riserve del deposito. La storia venne pubblicata a luglio 1971, un mese prima dell’annuncio di Nixon che poneva fine agli accordi di Bretton Woods rendendo il valore dell’oro libero di fluttuare sul mercato.

La nonna Rosetta è morta nel 2005 dopo un Alzheimer devastante.

Rimpiango ancora aver bruciato in vanità passeggere (l’alcol, una fidanzatina) due monete forgiate con un materiale eterno. Qualunque sarà il suo destino nei nostri sistemi economici, l’oro – sperma, lacrime, pelle, escremento divino – ci sopravviverà.

– Leggi anche: È finito il periodo d’oro dell’oro?

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