Cosa fa esattamente un “direttore tecnico”, in una squadra di calcio?
E che differenza c'è col direttore sportivo? Quali sono i loro rapporti con l'amministratore delegato? Un po' di risposte attorno a cariche a volte un po' nebulose

Lunedì il Milan ha mandato via in una sola volta l’allenatore della squadra di calcio maschile, il direttore sportivo, il direttore tecnico e l’amministratore delegato. La decisione è arrivata alla fine di un’altra stagione molto deludente, ma è stata inedita nella storia del calcio italiano: a memoria non era mai successo che una squadra di altissimo livello licenziasse in blocco le principali figure della parte dirigenziale e sportiva, senza le quali una squadra, banalmente, non può funzionare.
Tranne l’allenatore, non sono tutte figure imprescindibili, non fanno sempre le stesse cose, ma è difficile che una squadra del calibro del Milan non le abbia, anche se da fuori le differenze fra “direttore tecnico” e “direttore sportivo” non sono così chiare. E quindi vale la pena spiegare cosa fanno.
Di certo in una squadra di calcio non può mancare l’allenatore: cioè quella persona che si occupa della preparazione tattica, atletica e mentale dei calciatori. È un ruolo che in Italia è più ridimensionato di quanto immaginiamo: non ha grandi poteri decisionali al di là degli allenamenti e delle partite. Per esempio non viene coinvolti nelle scelte di mercato, oppure solo fino a un certo punto.
In Germania e Inghilterra invece è più diffusa la figura del manager: cioè allenatori che esercitano un controllo molto più diretto e strutturato sul calciomercato, ma non solo. Unai Emery, l’allenatore spagnolo dell’Aston Villa – che ha appena vinto l’Europa League –, sovrintende anche il lavoro della squadra femminile, commissiona rapporti per trovare giocatori potenzialmente interessanti in campionati minori o giovanili (è la cosiddetta attività di scouting) e sceglie persino i medici che seguono la squadra.
In Italia fa un lavoro simile l’allenatore del Como Cesc Fàbregas, che però è anche azionista di minoranza della società. Anche per questo per esempio ha dato indicazioni precise sulla ristrutturazione del centro sportivo della squadra (di recente ha ricordato che al suo arrivo i calciatori venivano massaggiati dai preparatori dentro a un bar).

Cesc Fàbregas del Como, 10 maggio 2026 (Image Photo Agency/Getty Images)
Tornando al caso tipico italiano, a fare da tramite fra allenatore e proprietà di solito c’è il direttore sportivo, o DS. È il dirigente che si occupa di individuare l’allenatore e di comprare e vendere i calciatori, da solo oppure insieme all’allenatore e agli altri dirigenti. Ha inoltre il compito di definire e chiarire gli obiettivi stagionali e di lungo periodo: è il responsabile ultimo, insomma, delle prestazioni sportive della squadra nel suo complesso, allenatore compreso. Per diventare DS in Italia è necessario avere almeno 25 anni, frequentare un corso specifico e iscriversi a un albo professionale.
Pierpaolo Marino, ex direttore sportivo di diverse squadre di Serie A, ha raccontato alla Gazzetta dello Sport che un DS deve badare a una «sana convivenza del gruppo», cioè tutte le componenti della parte sportiva della squadra, e «capire tutti i problemi perché l’allenatore da solo molte volte non ce la fa, per quanto possa essere bravo».
Il compito principale del direttore sportivo rimane comunque la scelta dei giocatori da mettere a disposizione dell’allenatore, ed è su quello che viene valutata gran parte del suo operato.
Un buon direttore sportivo, insomma, è un dirigente capace di costruire una squadra competitiva e funzionale alle idee dell’allenatore grazie ai suoi contatti e alla sua abilità nel cogliere le occasioni di mercato o nello scoprire (prima degli altri e a un prezzo contenuto) giocatori talentuosi, che in futuro potrà pure rivendere a un prezzo più alto.
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Ma visto che la gestione di una squadra di calcio è sempre più complessa e articolata, alcune società delegano una parte di queste attività al direttore tecnico. La Premier League, il campionato inglese di calcio, definisce il direttore tecnico come «gli occhi e le orecchie» del direttore sportivo: in sostanza, una persona che fa funzionare la macchina del lavoro quotidiano della parte sportiva della squadra, e che ha come capo il direttore sportivo. Ma l’interpretazione e l’impatto di questo ruolo possono variare molto da squadra a squadra, in base al rapporto che si instaura con gli altri dirigenti e ai poteri concessi dalla proprietà.
Paolo Maldini, che fu direttore tecnico al Milan dal 2019 al 2023, gestiva il calciomercato insieme al direttore sportivo Frederic Massara senza che gli fosse subordinato; e si occupava anche di osservare gli allenamenti della prima squadra e supervisionare i settori giovanili, mentre lasciava perlopiù a Massara le trattative per acquistare altri giocatori. Forte anche del fatto di essere stato uno dei calciatori più forti e famosi di tutti i tempi, lo si vedeva spesso parlare da solo con i calciatori della prima squadra o con potenziali acquisti. Poi a negoziare i contratti ci pensava Massara.
In altri casi, invece, il direttore tecnico ha un ruolo ancora più specializzato. Lee Dykes, direttore tecnico della squadra inglese del Brentford, si occupa perlopiù dello scouting. Anche Geoffrey Moncada, che fino a due giorni fa era direttore tecnico del Milan, viene da quel mondo.
Esistono poi altri titoli, più altisonanti, per parlare del dirigente che si occupa del calciomercato e di tutte le altre cose che abbiamo detto, specie se non ci sono molte competenze sovrapposte ed è molto chiaro che sotto di lui ci sono soltanto dei suoi collaboratori: “responsabile dell’area tecnica”, “head of football” o “presidente delle operazioni calcistiche”. Al di là di qualche sfumatura organizzativa, la sostanza cambia ben poco.
Per esempio, il Bologna ha solo un “responsabile dell’area tecnica”, Giovanni Sartori. È uno dei direttori sportivi italiani più bravi degli ultimi decenni, con un particolare fiuto e gusto nella scelta di giocatori da campionati minori, ma nel Bologna Sartori fa anche molto altro. «Uno che fa questo lavoro deve avere competenze tecniche, gestionali, personali, economiche, umane: Sartori le ha tutte», aveva spiegato al Post Stefano Bottani, attuale direttore sportivo del ChievoVerona (oggi in Serie D) e in passato suo collaboratore prima al Chievo e poi all’Atalanta.
L’Inter invece ha un presidente, Giuseppe Marotta, che oltre a essere stato uno dei più importanti direttori sportivi italiani oggi riunisce nella sua figura anche ruoli più politici e di rappresentanza: ha estesi rapporti coi giornalisti che si occupano di calcio – a cui dà spesso interviste – ed è consigliere sia nella Federazione Italiana Giuoco Calcio (cioè l’ente che sovrintende i campionati professionistici e dilettanteschi in Italia) sia nella Lega Serie A, l’associazione delle squadre di calcio che giocano in Serie A.

Il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, uno dei più vincenti direttori sportivi italiani degli ultimi vent’anni (Marco Luzzani/Getty Images)
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All’Inter, di fatto Marotta fa anche le veci dell’amministratore delegato. Cioè la figura con cui il direttore sportivo si confronta più spesso. È quello che per conto della proprietà amministra la squadra da un punto di vista aziendale: si occupa dei conti, di finalizzare contratti e dell’organizzazione interna della squadra. In pratica fa sì che i soldi entrino e che vengano spesi bene, senza però intervenire necessariamente nelle scelte di mercato o nella selezione dei calciatori o dell’allenatore.
Rebecca Corsi, amministratrice delegata dell’Empoli, ha spiegato che «nello sportivo» lei non mette «assolutamente bocca».

Rebecca Corsi (Image Photo Agency/Getty Images)
Non funziona sempre così. Negli ultimi due anni l’ormai ex amministratore delegato del Milan Giorgio Furlani si è occupato in prima persona del calciomercato, insieme al direttore tecnico Geoffrey Moncada; poi dal 2025 l’ha fatto con Igli Tare, nominato direttore sportivo quell’anno, secondo quanto scritto dai giornali scontrandocisi spesso.
A volte la figura dell’amministratore delegato può coincidere con quella del proprietario della squadra, se intende essere particolarmente coinvolto nella gestione: è il caso di Aurelio de Laurentiis al Napoli, per esempio. Che però spesso viene chiamato con un titolo onorifico e un po’ generico, cioè “presidente”.
Ecco, col titolo di presidente ciascuna squadra fa un po’ come le pare. Nel Milan il presidente Paolo Scaroni, in carica dal 2018, c’entra ben poco con RedBird, cioè il fondo d’investimento proprietario della squadra da 4 anni. Scaroni si occupa soprattutto di questioni gestionali e infrastrutturali, come dell’annosa questione del nuovo stadio.
Il Milan, però, non è l’esempio più semplice né il più lineare per capire com’è organizzata di solito una squadra di calcio. Negli ultimi anni il proprietario Gerry Cardinale ha affidato alcune scelte sportive e gestionali del Milan anche all’ex calciatore Zlatan Ibrahimović, un collaboratore esterno con con responsabilità poco chiare.
Secondo la Gazzetta dello Sport, in questa fase sarebbe proprio Ibrahimović a essersi attivato per scegliere il nuovo allenatore. Ma non è chiaro se il Milan possa sceglierne uno senza un direttore sportivo, cioè senza quella persona che dovrebbe essere responsabile proprio di questa decisione.

Zlatan Ibrahimovic (a destra) e Gerry Cardinale (a sinistra), 26 maggio 2026 (Cristiano Mazzi/Image Sport)



