C’era un problema con le tasse: il governo l’ha risolto

Ha restituito quasi del tutto quelle in più versate per effetto del “fiscal drag”, ha calcolato l'Istat

Vincenzo Carbone, direttore dell'Agenzia delle Entrate, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla Camera dei deputati, a Roma, 25 marzo 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Vincenzo Carbone, direttore dell'Agenzia delle Entrate, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla Camera dei deputati, a Roma, 25 marzo 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
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Un recente studio dell’Istat ha chiarito una volta per tutte una questione su cui economisti e politici italiani hanno molto dibattuto negli ultimi anni. Ha stabilito cioè che il governo di Giorgia Meloni è riuscito a risolvere il problema del cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale.

È un fenomeno che riguarda i sistemi fiscali progressivi, come quello italiano, cioè quelli che seguono il principio per cui più si guadagna e più si deve contribuire al bilancio dello Stato, con un sistema a scaglioni. Quando salgono i prezzi, gli stipendi e in generale i redditi da lavoro tendono ad adeguarsi gradualmente al costo della vita; proprio questi aumenti portano a sforare le soglie entro cui si ha diritto a bonus o detrazioni, o anche la soglia dello scaglione successivo in cui si pagano aliquote più alte.

Un esempio pratico può aiutare a capire il meccanismo: con un reddito ipotetico di 100 euro al mese si possono comprare 100 chili di patate, se costano un euro al chilo. Se le patate rincarano per l’inflazione, e costano 1,5 euro al chilo, e il reddito aumenta di conseguenza e diventa 150 euro al mese, si possono sempre comprare 100 chili di patate. Però se il sistema fiscale non cambia, l’aumento del reddito porta a una tassazione maggiore, o a perdere alcune detrazioni, e dunque a una condizione peggiore di prima.

Molto in breve: gli aumenti di stipendio o dei compensi finiscono tutti in tasse. Ma secondo l’Istat il governo è riuscito a restituire quasi del tutto queste tasse in più che ha incassato dai contribuenti.

In casi del genere è difficile capire come mai gli stipendi appaiono più bassi, perché il drenaggio fiscale è una sorta di tassa occulta, che peraltro provoca un tradimento del principio dell’equità del sistema fiscale. L’unico a beneficiare di questo meccanismo è lo Stato, che incassa di più finché non interviene.

La misura solitamente auspicata in questi casi è l’indicizzazione delle soglie, cioè una sorta di adeguamento automatico del sistema all’inflazione: nel sistema italiano significherebbe far salire i diversi livelli di reddito che delimitano gli scaglioni e l’accesso a sgravi, bonus e sussidi.

Non sono molti i paesi che hanno un meccanismo che funziona in automatico, perché è costoso e i governi preferiscono avere la discrezionalità se scegliere di incassare di più con il drenaggio fiscale. Negli Stati Uniti ce n’è uno: ogni anno il sistema fiscale viene ricalibrato in base all’inflazione.

In questi anni il governo italiano non ha ricalibrato le soglie, e le opposizioni e alcuni economisti l’hanno accusato di voler fare cassa col drenaggio fiscale. Ha fatto però una serie di interventi che secondo l’Istat nella pratica hanno portato oggi a un risultato equivalente, anche se la loro finalità non era proprio quella di compensare il drenaggio fiscale.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera, a ottobre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Le misure più rilevanti sono due. La prima è stata la conferma del cosiddetto taglio del cuneo fiscale, cioè dello sgravio sui contributi introdotto dal governo di Mario Draghi e che il governo Meloni ha trasformato in una detrazione permanente: è diventato così uno sconto sulle imposte, una cosa leggermente meno generosa di prima ma che ora non ha scadenza.

La seconda misura è stata una riforma dell’Irpef, cioè dell’imposta sui redditi delle persone fisiche. Il governo ha ridotto le aliquote da 4 a 3 e ha fatto scendere di due punti percentuali il valore delle prime due, quelle che si applicano sui redditi bassi e medi: nel 2023 ha abbassato dal 25 al 23 per cento quella sui redditi fino a 28mila euro e nel 2026 dal 35 al 33 per cento quella tra i 28 e i 50mila euro.

Con quest’ultima misura entrata in vigore da quest’anno secondo l’Istat tutto il drenaggio fiscale è stato restituito, e il problema a livello aggregato è stato risolto. Rispetto al 2021, quando è cominciata l’inflazione, in media ogni contribuente paga oggi 40 euro di tasse in meno all’anno. È un risultato migliore di quanto si sarebbe ottenuto con un’indicizzazione pura, che invece avrebbe portato solo alla compensazione del drenaggio fiscale, quindi senza alcun vantaggio aggiuntivo.

L’Istat ha calcolato che le misure fiscali introdotte dal governo hanno contribuito a “restituire” ai contribuenti il drenaggio fiscale per circa tre quarti di quanto hanno pagato in più.

All’altro quarto ci ha pensato invece il funzionamento dell’assegno unico, cioè il sussidio introdotto dal governo di Draghi che ha sostituito e incorporato tutti gli sgravi e le detrazioni che spettavano alle persone con figli. L’importo dell’assegno unico è indicizzato all’inflazione, quindi aumenta se salgono i prezzi: non solo è immune dal rincaro del costo della vita, ma secondo l’Istat nel complesso ha anche aiutato a restituire alle famiglie le somme sottratte col drenaggio fiscale.

L’assegno unico ha determinato però una disparità di trattamento: mentre chi ha figli è stato più che compensato del drenaggio fiscale, le persone senza figli a carico sono ancora penalizzate, in misura dello 0,2 per cento del loro reddito netto. Come si vede dal grafico, con l’aumento dei figli a carico aumenta anche la disparità. Tra chi non ha ricevuto una piena compensazione ci sono anche le persone con redditi superiori ai 60mila euro e i pensionati.

In concreto sono effetti piuttosto residuali, ed è dunque corretto che il governo sostenga di aver nei fatti restituito i proventi del drenaggio fiscale. I problemi di questo approccio sono però due.

Il primo è che con la guerra in Medio Oriente e la crisi energetica in corso è molto probabile che il tema del drenaggio e dell’aumento delle tasse si ripresenterà già da quest’anno. Un gruppo di parlamentari del Partito Democratico, tra cui l’economista esperta di fisco Maria Cecilia Guerra, chiede al governo di pensare a un’indicizzazione automatica del sistema fiscale, in modo che i contribuenti non si trovino più esposti alla tassa occulta del drenaggio fiscale.

Il secondo è che il governo in questi anni ha sempre rivendicato di aver ridotto le tasse, cosa che ha fatto sulla carta ma non nella pratica. Non ha davvero alleggerito il carico fiscale di chi paga le tasse in Italia, perché le riduzioni che ha previsto hanno avuto solo l’effetto concreto di restituire i soldi che aveva incassato in più negli anni passati, con una manovra che di fatto è stata una partita di giro. Secondo i calcoli dell’Istat oggi sui redditi personali si paga la stessa quota di tasse del 2021, prima dell’inflazione.

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